un blog canaglia

Malati di affluenza

in talent by

di Pogechi

Il nostro è uno dei paesi in Europa dove, in termini assoluti, un numero significativamente alto di cittadini si reca ogni volta alle urne per votare. Dal sito dedicato del Ministero dell’Interno si può vedere come, durante tutta la II Repubblica, il numero di votanti non sia mai sceso sotto l’80% alle politiche, una tenuta di tutto rispetto in confronto alle “percentuali bulgare” di alcune annate precedenti a Tangentopoli.

Ebbene, quello che dovrebbe essere indice di un interesse diffuso per la cosa pubblica, non è riuscito negli anni a produrre altro che una classe politica mediocre, il cui estremo campanilismo si riflette, fra le altre cose, in una scomparsa dal dibattito pubblico della politica estera, e dei suddetti mediocri da quest’ultima.

Un dubbio sorge automaticamente: come è possibile che un numero così alto di persone scelga scientemente di essere rappresentato da uno zoo di dinosauri, giaguari e faine? La massima, secondo cui un popolo ha la classe politica che meglio la rappresenta, è una nota di demerito troppo dura nei confronti dei miei amici, parenti, conoscenti e di chi è distante dalle mie posizioni in termini valoriali e/o geografici. E’ inoltre troppo facile trovare il capro espiatorio negli stessi politici e politicanti, perché rischieremmo di entrare in un circolo vizioso stile uovo o gallina.

La diagnosi, per rimanere in tema col titolo, è che una fetta consistente del nostro elettorato soffra di “alta affluenza causata da tifo acuto”: molti si recano alle urne indossando una virtuale casacca sportiva, e probabilmente non trovano nessuna differenza tra il mandare un televoto e scegliere chi concorrerà per un posto da ministro di un paese G8.

La banalizzazione dell’atto del voto risale sia ad una concezione novecentesca e orwelliana di alcuni partiti di sinistra, sia ad una tattica propagandistica più sottile di centrodestra che alcuni ricercatori hanno messo in luce in un recente studio: nelle zone dove il segnale Mediaset è arrivato prima, la gente è più propensa a votare e scegliere Berlusconi. I mezzi d’informazione, la cui assenza secondo gli autori è compartecipe di questo trend, sono anche responsabili dell’appiattimento del dibattito politico: pochi presentatori TV si contendono uno share ragguardevole e omettono di fare servizio pubblico, arrogandosi la liceità di invitare questo o quel sindacalista, presentare questo o quel sondaggio e rimandando il giudizio su proclami e spot elettorali ad una claque SEMPRE presente in studio, con la solennità e gravità di un’ordalia. I politici 2.0, d’altro canto, considerano risolta la questione del contraddittorio aggiungendo una casella per i commenti ai loro post.

La cura? Sarebbe antidemocratico auspicare che questa febbre scenda dalla soglia degli 80° (paesi tradizionalmente considerati come democrazie compiute hanno affluenze superiori al 70%), ma non farebbe male avvicinare questi valori a quelli tipici di un referendum, dove si è obbligati ad informarsi sul tema, e dove l’astensione rappresenta (in teoria) la non comprensione o l’indifferenza rispetto all’abrogazione proposta. Questa idea da noi, purtroppo, si scontra con il controllo EFFETTIVO che la minoranza al potere e la stampa deviata esercitano sui cittadini incazzati o anestetizzati. La medicina quindi è sempre la stessa: buona informazione, abbassamento dei toni da stadio, confronto tra politici su temi, numeri e programmi anziché con siparietti veramente imbarazzanti. Situazioni come queste dovrebbero risultare nella perdita di milioni di voti, non nella prima pagina di un giornale.

Purtroppo, anche stavolta la transizione verso la III Repubblica è caratterizzata dall’apparizione di sigle fondate su slogan facili e ultrasemplificazioni dei problemi. E da una febbre ancora alta, preoccupantemente alta.

13 Comments

  1. Posto che nel merito la riflessione avrebbe potuto spingersi oltre (due parole sul mito del suffragio universale, un cenno sull’astensionismo?), dico questo: l’argomento è interessante, la scrittura mi pare buona. Forse un tantino monocorde, ma tutto sommato godibile. Io voto questo.

  2. Cosa mi piace:

    – l’argomento. Io la trovo una questione interessante, al di là della particolare opinione in merito, ed è il tipico post in cui ci si scanna nei commenti (figata).

    Cosa non mi piace:

    – da bravo grammar nazi avrei alcune rimostranze sulla punteggiatura, ma tranquilli, so dare il giusto peso alle mie fissazioni.

    Voto questo, il talento di trovare possibili argomenti di litigio va premiato.

  3. voto l’altro.questo pone un problema serio ma poi finisce con la diagnosi del tifo acuto senza andare piu’ a fondo.Per cavarsela non basta dare colpe al novecento,ai partiti della sinistra ed a mediaset.:)

  4. Bah. Mi tocca votarlo perché l’altro è decisamente inconsistente.

    “Questa idea da noi, purtroppo, si scontra con il controllo EFFETTIVO che la minoranza al potere e la stampa deviata esercitano sui cittadini incazzati o anestetizzati”.

    La prossima volta evita di scrivere una frase del genere, altrimenti ti voto contro.

    • grazie per aver colpito il mio ego con questi commenti acidi e costruttivi, rileggendolo anche a me sembra un temino. D’altra parte, questa è la mia prima prova di scrittura dopo qualche anno passato a fare altro, perciò confido nel fatto di poter migliorare al prossimo tentativo.

      Sul controllo della stampa (non tutta ovviamente, ma di sicuro quella di larga diffusione), continuo a pensarla cosí, basta vedere l’articolo di stamani “Renzi: sono pronto a fare il premier” che il diretto interessato ha dovuto smentire.

      Ciao, attendo con ansia il responso finale

  5. Anche io voto questo, e mi trovo d’accordo con quanto esposto dagli illustri colleghi: ottimo lo spunto, un po’ carente la “conclusione (ammesso che ci sia, una conclusione).

  6. È venerdì sera, perdonatemi se non faccio il conto esatto. Ma vince Pogechi, sia per la giuria sia per i Luke. Love and peace.

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