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Lungo i bordi (Dedicato ad Emanuel Carnevali)

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« Volevo maledire i miei occhi encefalitici,
ma non maledissi nulla, perché la mattina era bella e c’era pace nel mio cuore. »
(Emanuel Carnevali, Castelli sulla terra – Le montagne)

Emanuel Carnevali è stato uno scrittore e poeta italiano. Nato a Bologna nel 1897, a soli 16 anni, causa i continui litigi con il padre considerato troppo autoritario e reazionario, decise di emigrare negli Stati Uniti, luogo per lui simbolo della vita e della letteratura, dove vi sbarca il 5 aprile del 1914.

Visse tra New York e Chicago, all’inizio senza conoscere una sola parola d’inglese ed esercitando lavori saltuari: lavapiatti, garzone di drogheria, cameriere, pulitore di pavimenti, spalatore di neve ecc., e soffrendo fame, abbietta miseria e privazioni di ogni sorta («raccogliere cicche per strada non fu certo la cosa più spregevole a cui mi ridussi»). Col tempo imparò la lingua (“leggendo le insegne commerciali di New York”), cominciò a scrivere e ad inviare i suoi versi a tutte le riviste che conosceva.

Inizialmente rifiutate, le sue poesie cominciarono man mano ad essere pubblicate e lui a farsi conoscere nell’ambiente letterario, diventando amico di diversi poeti tra cui Max Eastman, Ezra Pound, Robert McAlmon, William Carlos Williams, Sherwood Anderson, che lo accolsero come uno dei loro, inclusero suoi testi nelle loro celebri antologie e riviste, con ammirazione e insieme sconcerto dinanzi a questo difficile e imprendibile personaggio.

Dimenticato dalla critica e dal pubblico, ha lasciato un piccolo, ma tagliente e forte segno nella letteratura americana del Novecento. Pur vivendo quasi in miseria, passando da un lavoro all’altro, e da un amore all’altro, frequentando prostitute e teppistelli, riuscì a partecipare, da straniero, al rinnovamento dell’avanguardia letteraria americana dell’epoca.

Nel 1922 fu colpito da encefalite letargica e dovette tornare in Italia.

Trascorse in un ospedale vicino a Bologna gli ultimi anni della sua vita, dove visse gli ultimi venti fra l’ospedale e varie pensioni di Bazzano, il Policlinico di Roma e la clinica bolognese Villa Baruzziana, morendo l’11 gennaio 1942.

Due giorni dopo venne sepolto a Bologna nel Cimitero della Certosa. (*)

(*) Ecco la maniera in cui Carnevali descrive la sua caduta nella follia:

«Ero atterrito dalla maniera totalmente nuova in cui la luce stessa mi appariva alla finestra, una luce così eterea, inconsistente, debole e tremula nella finestra. Credetti di morire o di essere prossimo a morire, o anche di aver raggiunto la morte. I rumori prendevano un altro significato, ma il più terribile di tutti era il rumore della mia voce. Urlavo a squarciagola la mia pazzesca formula della divinità, ripetendo che io ero, per me stesso e per tutti gli uomini, il Primo Dio, l’Unico Dio, che ero un carico di spezie giunto improvvisamente in porto. Ma ero l’unico apostolo della mia religione: rispettavo il sole e la luna, benché, nel  mio orgoglio violento, non avessi bisogno di loro. Avevo sempre odiato la ricercatezza e ora piangevo e invocavo la semplicità, solo che la semplicità non doveva essere presa per pura idiozia. Per essere un dio, un vero dio, bisognava saturarsi di cose semplici: ecco la via più facile per raggiungere la perfezione della divinità. Accadde mentre leggevo un libro di storia  cinese: improvvisamente il nodo di sgomento e di disperazione si sciolse e l’intera stanza ruotò intorno a me; balzai in piedi barcollando, ubriaco. Stavo diventando pazzo e lo sapevo. Ogni traccia di realtà mi aveva abbandonato e io vacillavo, inciampavo, senza risorse, in un mondo incerto»(1)

In questo momento, atterrito dal pensiero della pazzia, Carnevali bussa alla porta di Sherwood Anderson e gli chiede di poter mangiare, «pensando che l’azione meccanica del masticare mi avrebbe riportato alla realtà», ma Anderson, dice Carnevali, «mi mise garbatamente alla porta»:

«Barcollai fuori, nella neve, ubriaco per quei terribili sintomi di follia, vagando per strade che mi erano da sempre note e da sempre sconosciute. Avevo per compagne la tremenda Paura delle Paure, la paura di non essere più in grado di capire il significato delle cose e la Miseria di tutte le Miserie: quella di capire che era scomparsa in me la facoltà di distinguere una cosa dall’altra e perfino la volontà di distinguerle. Sento ancora gli orrendi rumori che facevo mentre andavo avanti, il grugnito che scambiavo per poesia, il pianto che era il pianto più disgustoso del mondo […]. Fuori, nella neve, di nuovo dissi ad alta voce: ora quell’angolo cesserà d’essere un angolo, quel lampione non sarà più un lampione; quella fogna non scorrerà più col suo carico d’acqua sporca, perché l’amato elenco delle cose comprensibili è andato inavvertitamente distrutto, perché in questo immacolato pezzo di cielo una vite si è allentata, un dado spuntato, una rotella è andata fuori posto, e l’intera macchina della realtà è soltanto l’interruttore. Dicevo: poiché io sono pazzo o lo diventerò tra poco, impossibile che io riesca di nuovo ad afferrare la realtà. E allora qualcosa di strano accadde o non accadde: sentii che uno dei miei occhi non si chiudeva, che non si sarebbe mai più potuto chiudere, e d’ora innanzi avrebbe agito indipendentemente dall’altro».(1)

La versione di Anderson:

«Alla fine una notte d’inverno venne a casa mia. Era pallidissimo e mi parve che nei suoi occhi brillasse una luce strana […]. Non l’avevo visto da parecchi mesi e la malattia aveva molto progredito in lui. Era magrissimo e assai poco coperto; era senza cappotto. La notte era rigidissima e cadeva una neve pesante. Stette con me quella notte, per mezz’ora, parlando dapprima tranquillamente, insistendo perché io uscissi con lui quella notte […]. Continuò a gridare, stando in piedi davanti a me e poi, prima che io potessi dire una parola e fermarlo, corse fuori. Sentii i suoi passi giù per le scale e gli corsi dietro, chiamandolo, poiché gli volevo dare almeno un cappotto pesante ma, quando fui in fondo alle scale e per la strada lui era sparito nella tempesta di neve. Deve aver vagato pazzamente, per ore quella notte, nella bufera. In casa mia prima di eccitarsi a quel modo e fuggire, aveva parlato della bellezza della tempesta, dicendo che c’era stato in mezzo, perché voleva sentirsi parte di essa. “Voglio in me la sua bellezza”, aveva detto».(2) (S. Anderson’s Memoirs)

“Ho rovinato tutto, ma non devo nulla a nessuno.”
(Il primo Dio, Emanuel Carnevali)

https://www.youtube.com/watch?v=20J6iJcHxN0

Soundtrack1:’Schiele, lei e me’, Marlene Kuntz

Soundtrack2:’Dura’, Fine Before You Came

Soundtrack3:’Il pranzo che verrà’, Fine Before You Came

Soundtrack4:’Quassù c’è quasi tutto’, Fine Before You Came

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