un blog canaglia

L’ultimo provocatore

in storia by

Gli inventori della moderna provocazione politica furono senza dubbio Filippo Tommaso Marinetti e Gabriele D’Annunzio. Il primo coi suoi eroici aerei volantinaggi, le sue stilettate metaforiche e gli zum bum bang tumb bellicosi e sbellicanti; il secondo con le celebri trasvolate edonistiche, le imprese militareggianti e l’io ingombrante, vera casa di ogni aspra e divertita provocazione. Furono i padri e in un certo senso i padroni di un’arte che si lascia prendere solo da coloro che la invocano a piena voce, che la sanno portare alle soglie del ridicolo, per poi varcarle beatamente senza alcuna remore intellettuale, senza alcun pudore esistenziale né – tantomeno – alcuna prudenza morale. Cambiarono il senso e i sensi di una dimensione, quella politica, che era abituata sì agli autoritarismi estetici e linguistici crispiani, giolittiani e bavabeccarisiani, ma non certamente alla prova solenne e per certi versi definitiva del ribaltamento semantico, dell’assurdità che si fa azione e dimostrazione (perché, come suggerisce l’etimologia, la provocazione è innanzitutto “invito alla lotta”). Fecero scuola e spianarono la strada ad un nuovo modo di affrontare l’avversario politico, un nuovo modo di concepire la protesta. E poco importava se c’era proposta o meno, l’importante era la rivolta, che doveva preservare prima d’ogni cosa se stessi, detentori di una meravigliosa balbuziente verità.

Dopo di loro vennero gli anni del fascistissimo mutismo della provocazione, che si fece anch’essa parte del discorso unificante e intristì nelle dichiarazioni di guerra e nella recitazione – magistrale, bisogna ammetterlo – del Benito Mussolini da Predappio, distrattore italianissimo e fiero ma incapace di concepire lo spazio dei contrasti, vera ed unica patria dell’ars provocatoria.

Tuttavia, nonostante il ventennio – anni della retorica serietà mussoliniana e della pur brillante rettitudine linguistica di regime –,  i cromosomi dell’insegnamento marinettiano e dannunziano ricomparvero sotto altre forme: nel fronte del ribaltamento semantico che ribalta se stesso, le sue proprie aspirazioni elitarie: è il gianniniano Uomo Qualunque che ristabilisce fittiziamente, per scherzo, un equilibrio antropologico pressoché dimenticato dai padri provocatori. Il qualunquismo come tendenza politico-esistenziale è la provocazione delle provocazioni; laddove decade lo straboccante spirito egocentrico dannunziano riappaiono centinaia, migliaia, forse milioni di ego pronti a sputare nel piatto in cui hanno mangiato, quello dell’assolutamente no e quello dell’incredibilmente sì: un pasticcio che in confronto quello gaddiano era una fiction da giudice Santi Lichieri.
Giannini prende D’Annunzio e Marinetti, li mette insieme, aggiunge un poco di ironia e di antifasciocomunismo et voilà che dà corpo e voce ad un nuovo baluardo della provocazione, un Fronte apparentemente senza fronzoli di un Uomo Qualunque che non esiste in senso assoluto ma che ci appartiene da sempre in senso relativo; una rottura netta con la storia recente che si configura nella presa di coscienza che “non esiste e non può esistere una politica di massa”.

Nel momento in cui precocemente cade il muro qualunquista, comincia l’infinita solitudine dei tanti (o pochi, chi lo sa?) uomini assurdi, dei tanti patrioti della pernacchia intelligente. Solitudine che sarà colmata un decennio più tardi dal più grande provocatore degli ultimi sessant’anni, quel Giacinto Pannella detto Marco che negli anni di piombo farà rimuovere la porta di casa.
Fu Pannella a riportare il discorso e la pratica sul terreno del ribaltamento improvviso, della provocazione pertinente, o meglio anticipatoria. Giacinto detto Marco tradì felicemente un linguaggio stantio e compiaciuto, una militanza militonta e astiosa che imbracciava stemma e lessico della morale come progetto e non come attitudine, della retorica come violenza e massificazione e non come strumento di emancipazione.

La provocazione pannelliana ha sempre avuto l’aria del giochino che prima o poi si rompe ma che tira avanti e poi avanti e avanti ancora. Perché è il giochino dell’assurdo, che, pur non piacendo a coloro che vorrebbero tutto spiegato, tutto democratichinamente inquadrato, si rivela prezioso – forse fondamentale – per tutti i dannunziani, i marinettiani e i gianniniani che ancora sentono la necessità di guardarlo in faccia quell’assurdo.
Ed ecco come nascono gli scioperi della fame portati alle soglie presunte o reali dell’estrema conseguenza (ma che importa nella logica assurda della provocazione? Non conta più niente perché conta proprio tutto); ecco la Cicciolina in Parlamento, vagina e cervello dentati e parlanti di un genio politico, quello pannelliano, che qualche volta fa cilecca per natura – perché un Toni Negri nella vita ce l’abbiamo avuto tutti – ma che è lineare e lucido come nessun altro dei suoi padri e compagni provocatori; ecco l’hashish gettato nella folla: sostanza pericolosa e sconosciuta che smaschera tutti i proibizionismi del mondo in un colpo solo, tutta l’assurdità di cui è impregnato il panorama politico italiano, quel “sistema partitocratico” che, per non sbagliare e non fare torto a nessuno, punta sul moralismo bacchettone da destra a sinistra passando per il centro.

Ed ecco – per venire all’attualità – la bagarre nel programma radiofonico dell’aspirante provocatore: quando la provocazione è imparentata col successo e col compiacimento puzzolente (che non tende mai a ribaltare se stesso per provarsi tutta la propria inutilità), allora accade che il velo scivola via e tutta la pratica senza la teoria, tutta la forma senza la sostanza ci sbattono in faccia  il tempo perso a credere di sapere dove sta la casa della provocazione e a pensare magari pure di averne le chiavi in tasca.

Sì, lo dico convintamente, Giacinto Pannella detto Marco è l’ultimo provocatore. Perché gli altri, quelli che gridano il vaffanculo sistematico e virtuale come se – oltre ad avere le chiavi – credessero addirittura di abitarla quella casa, sono la miseria di un’arte ormai al tramonto, il declino nauseante del ridicolo che non ride più nemmeno della propria esistenza. Quelli lì sono la negazione di una storia che forse ormai possiamo soltanto guardare con nostalgia, incapaci di capire quanto bene ci farebbe studiarla e accettarla con l’assurdità di spirito e la pernacchia sempre pronta. Insomma, con lo spirito e la pernacchia di Giacinto Pannella detto Marco.

3 Comments

  1. Radio 24 non si fa mantenere da noi.
    Radio Pannella purtroppo sì, vive alla nostre spalle da 25 anni come un pidocchio parassita: è questa la vera provocazione, sporca e
    intollerabile, di un pidocchio di regime in stato di avanzata decomposizione.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from storia

Go to Top