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L’olio tunisino e qualche notizia dall’Ottocento

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Come al solito un argomento piuttosto interessante viene sputtanato dal fatto che i partecipanti che pesano di più nel dibattito sono gli urlatori del mercato che non si vergognano né di fronte alla falsità né all’assurdità dei loro ragionamenti. La decisione del Parlamento Europeo di alzare le tonnellate di olio tunisino esenti dal dazio da 57mila a 90mila tonnellate avrebbe dovuto favorire analisi intelligenti per meglio ponderare gli effetti positivi con i rischi potenziali. Invece le considerazioni più manifestate sono le bestialità di chi ha sempre parlato di “aiutarli a casa loro” e di chi propone un piano nazionale quinquennale per le olive (se Dibba fosse stato leader dell URSS, la guerra fredda sarebbe durata quanto un raffreddore).

In questi giorni in cui – nel 2016! – si sente parlare di autarchia, mi sono venuti in mente alcuni paragrafi de L’Età degli imperi di Hobsbawm (capitolo II, L’economia che cambia). Parlano della situazione europea nella seconda metà dell’Ottocento, quando tutti gli Stati sperimentavano l’aumento di produzione nonostante mercati interni piccoli e chiusi nelle dogane (non solo nazionali ma anche regionali, se non provinciali o comunali), e del ruolo della liberista Gran Bretagna come elemento stabilizzante per l’economia. Li lascio qua, che li trovo molto interessanti e ho la certezza siano più decenti del Dibba.

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“I governi erano molto più inclini a dare ascolto agli assai consistenti gruppi di interesse e strati elettorali che li sollecitavano a proteggere il produttore nazionale dalla concorrenza delle merci d’importazione. Queste categorie infatti non comprendevano soltanto, come prevedibile, le foltissime schiere degli agricoltori, ma anche una massa ingente di industriali nazionali che miravano a ridurre al minimo la “sovrapproduzione” escludendo almeno i rivali stranieri. La “Grande Depressione” mise fine alla lunga era liberistica, almeno nella sfera del movimento delle merci.

[…]

Fra tutti i principali paesi industriali soltanto l’Inghilterra rimase fedele al liberismo puro, nonostante le forti pressioni esercitate di quando in quando dai protezionisti. Ciò per ovvie ragioni, del tutto indipendenti dall’assenza di un numeroso ceto contadino, e quindi di un largo suffragio automaticamente protezionistico. L’Inghilterra era di gran lunga la massima esportatrice di prodotti industriali, e nel corso del secolo si era venuta sempre più orientando verso l’esportazione […] Era l’esportatrice maggiore di capitali, di servizi commerciali e finanziari “invisibili”, e di servizi di trasporto.

[…]

D’altronde, anche se di questo dato ci si dimentica spesso, L’Inghilterra era di gran lunga il massimo sbocco delle esportazioni primarie mondiali, e dominava – potremmo dire costituiva – il mercato mondiale di alcune di queste, come lo zucchero di canna, il tè e il frumento, di cui nel 1880 acquistava circa la metà del totale commerciato internazionalmente. Nel 1881 gli inglesi compravano quasi la metà delle esportazioni mondiali di carne, e molta più lana e cotone di chiunque altro. E quando l’Inghilterra, durante la depressione, lasciò declinare la propria produzione alimentare, la sua propensione a importare si accentuò ulteriormente. Nel 1905-09 essa importava non solo il 56 per cento dei cereali che consumava, il 76 per cento del formaggio e il 68 per cento delle uova.

La libertà di commercio appariva indispensabile, perché consentiva ai produttori primari d’oltremare di scambiare i loro prodotti con quelli industriali britannici, e rafforzava quindi quella simbiosi

[…]

Per l’Inghilterra i costi non erano trascurabili. Il libero scambio comportava la decisione di lasciare che l’agricoltura inglese, se non riusciva a stare a galla, colasse a picco. L’Inghilterra era il solo paese in cui anche i politici conservatori, nonostante l’antico impegno protezionistico di simili partiti, erano disposti ad abbandonare l’agricoltura.

[…]

Ma il liberoscambismo non rischiava di sacrificare altresì l’industria britannica, come temevano i protezionisti? Considerando le cose da un secolo di distanza, quel timore non appare del tutto infondato. Il capitalismo in fin dei conti esiste per fabbricare soldi e non questo o quel determinato prodotto. Ma se già era chiaro che l’opinione della City londinese contava assai più di quella degli industriali di provincia, per allora gli interessi della City bnon apparivano ancora in contrasto con quelli del grosso dell’industria. L’Inghilterra rimase liberista (tranne riguardo all’immigrazione: fu infatti uno dei primi paesi che introdusse nel 1905 norme discriminatorie contro l’afflusso massiccio di stranieri – ebrei).

[…]

Ma qual’era il suo [del protezionismo] effetto? Possiamo ritenere acquisito che un eccesso di protezionismo generalizzato, che cerchi di barricare contro gli stranieri ogni economia nazional-statale dietro un apparato di fortificazioni politiche, è dannoso per la crescita economica mondiale; cosa sufficientemente dimostrata nel periodo fra le due guerre mondiali. Ma nel 1880-1914 il protezionismo non era né generale né, salvo occasionali eccezioni, proibitivo; e come abbiamo visto si limitava all’ambito dello scambio di merci, senza toccare il movimento della forza lavoro e le transazioni finanziarie. Il protezionismo agricolo, nel complesso, funzionò in Francia, fallì in Italia (dove la risposta fu un’emigrazione massiccia) e funse da riparo per i grandi agrari in Germania.

[…]

Di fatto la centralità britannica fu per il momento rafforzata dallo sviluppo del pluralismo mondiale. Le economie neoindustrializzate, comprando dal mondo sottosviluppato una quantità maggiore di prodotti primari, cumulavano infatti farà loro un deficit cospicuo nell’interscambio con quel mondo. Soltanto l’Inghilterra ristabiliva un equilibrio globale, con l’importare una quantità maggiore di manufatti dai propri rivali, con le sue esportazioni industriali verso il mondo dipendente, e soprattutto con le massicce entrate invisibili provenienti sia dai suoi servizi finanziari internazionali sia dal reddito fornito al massimo creditore mondiale dai suoi enormi investimenti esteri. Il relativo declino industriale dell’Inghilterra ne rafforzava così la ricchezza e la posizione finanziaria.

Per quelli che la partita doppia è andare allo stadio ubriachi. Prendo un libro o un giornale di economia, lo apro a caso, leggo e – qualche volta – capisco l'argomento, infine lo derido. Prima era il mio metodo di studio, adesso ci scrivo articoli. Sono Dan Marinos, e per paura che mi ritirino la laurea mantengo l’anonimato.

1 Comment

  1. Ma scusa, prima la Xylella in Puglia, ora l’olio tunisino? Un caso? Noi di Kacchienger crediamo di no! (dai 2 giorni che faccian la connessione e vedi che parte il complottismo)

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