un blog canaglia

Lo spazio di Marco Pannella

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Dev’esserci uno spazio praticabile, tra la valutazione -quale che essa sia- del significato di un’iniziativa politica e l’ineludibile senso di colpa nei confronti di un padre che rischia di creparsela.
Dev’esserci uno spazio, dico, perché io mi ci ritrovo dentro da qualche ora e ne sto esplorando i contorni per scoprire dove comincia, dove finisce, cosa c’è dentro: e cerco di scriverne, anche se scriverne è una delle imprese più complicate con cui mi sia capitato di misurarmi.
C’è, tanto per cominciare, l’intruglio tra fronte politico e piano personale che costituisce il marchio di fabbrica di ciascun radicale: e che rappresenta, per come la vedo io, la vera invenzione rivoluzionaria di Marco Pannella, quella che ha consentito a un partito grande uno sputo di tirar fuori da questo paese risultati inimmaginabili.
L’abbiamo maledetta tutti, quell’invenzione. Più di una volta. Ce ne siamo sentiti vittime e abbiamo rimpianto il giorno in cui abbiamo messo piede a Torre Argentina invece di cambiare strada, andarci a comprare un libro da Feltrinelli e dimenticarcene per sempre.
Ci siamo sentiti tutti, almeno una volta, strumentalizzati da quell’intruglio. Per poi accorgerci, subito dopo, che il confine tra essere strumentalizzati e farsi strumento è labile, incerto, impalpabile. Che forse quel confine non esiste, nella misura in cui la vita non è fatta di scatole con sopra un’etichetta, ma di cose che sfumano l’una dentro l’altra senza soluzione di continuità.
E’ così che nei momenti più imprevedibili siamo tornati a benedire quell’invenzione, che ha cambiato per sempre la nostra vita e ci ha trasformato in persone diverse da quelle che eravamo.
Io l’ho benedetta ogni volta che ho pescato da chissà dove il coraggio di dire quello che pensavo, la forza di spiegarlo per quanto sembrasse inutile, la pazienza di cercare un’altra strada quando sembrava che non ce ne fossero più; ogni volta che mi sono trovato immerso fino al collo in situazioni grottesche che avrebbero indotto chiunque a darsela a gambe e mi sono scoperto capace di guardarle, muovermici dentro, prenderle in mano e provare a farne qualcosa.
Dev’essere questo, lo spazio in cui sono. Lo spazio in cui politico e personale si intrecciano in modo inestricabile, al punto da non riuscire più a capire dove comincia l’uno e finisce l’altro.
Lo spazio che Marco Pannella ha creato dal nulla, condannandoci a fare politica pure quando andiamo a pisciare e a sentirci dire, spesso e volentieri con più di una ragione, che non la facciamo mai.
Che mi piaccia o no, è dentro quello spazio che mi ritrovo.
E credo che in un un modo o nell’altro non ne uscirò mai più.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

9 Comments

  1. Sta storia che il personale è politico e il politico è personale non mi frega più da quando un mio ex, che si dichiarava radicale fino al midollo e la ripeteva come un mantra, corse tra le braccia di Berlusconi perché lo pagava un sacco.

  2. Dato che in questo caso condivido la battaglia (che trovo sacrosanta) e le motivazioni mi permetto di muovere alcune critiche a Pannella e al suo sciopero.
    Intanto bisogna fare attenzione alle dosi. Lo sciopero della fame o della sete è uno strumento potente e perché continui ad essere percepito come tale non dovrebbe essere usato spesso. C’è il rischio di un effetto “al lupo, al lupo” (ricordate la favola?) per cui al ripetersi degli allarmi (veri o falsi) la gente non accorre più. Se ogni argomento viene affrontato con questo strumento, lo strumento stesso rischia di perdere efficacia. Il rischio altissimo è che il primo commento “di pancia” della gente non sia capirne le motivazioni ma pensare “un altro sciopero?”.

    Detto questo possiamo parlare anche dell’opportunità politica di un simile sciopero in questo momento? È appena caduto il governo e tutte le forze politiche sono orientate, nel bene e nel male, alla preparazione delle prossime elezioni. Il parlamento fra poco chiuderà per ferie e ha ben altre priorità. Gli italiani stessi sono distratti da questa situazione e dalle ferie imminenti.
    Ora, capisco che i diritti umani siano una questione urgente e non prorogabile, ma come si può pretendere di ottenere l’attenzione del parlamento e il sostegno della gente su battaglie simili in queste condizioni? Non sarebbe stato meglio pungolare Monti su questo argomento quando era in carica invece che dimissionario?
    Che senso ha portare avanti ora uno sciopero della fame o della sete essendo già praticamente certi che non si potrà ottenere il risultato sperato? È plausibile che l’attuale parlamento o governo possano fare una legge o un decreto adesso su un argomento simile a due mesi dalle elezioni?
    Sia chiaro: penso che l’argomento sia grave e vada affrontato ma un minimo di calcolo politico va fatto se si vuole puntare a dei risultati…

  3. Il post è bello e sofferto e sincero e per questo mi intimidisce un po’.
    Devo dire però -lo dico con molto rispetto,davvero- che qui non siamo nel campo della politica:politica è occuparsi della polis:bisogni,esigenze,necessità,problemi della comunità in cui viviamo e di cui ci sentiamo parte:ma se tutto questo diventa secondario,trasparente,diciamo pure inesistente , a fronte dei problemi e delle esigenze del Padre (o del Capo,o del Guru,o del Grande Martire o chiamalo come ti pare) che conta più della polis e di tutto il resto,allora non è più politica,non lo è ANCHE SE,incidentalmente,si ottengono risultati politici.
    Perchè qua conta solo la piccola polis,la comunità ristretta ed esclusiva degli eletti,di quelli che sanno e capiscono tutto,anche quello che è indecifrabile e incomprensibile,sono “gli altri” che non capiscono:e di questo ci si appaga,in questo ci si annulla,si rinuncia deliberatamente ad ogni identità,non si è più individui.
    Mi dispiace,ma mi sembra che il post delinei in modo perfetto la psicopatologia di una piccola setta totalitaria.

    p.s. Nel 1982,all’interno di un congresso che vide un’ importante scissione del PR, l’avvocato De Cataldo,radicale storico,persona seria e attenta,aliena da frasi a effetto,parlò apertamente di disturbo della personalità di Pannella:un’uscita che,allora, mi sembrò assurda:ma forse De Cataldo aveva ragione.

    • Carissima sig.ra Annamaria ,
      lei è la prima persona , a questo punto dopo il De Cataldo , a sapere , oltre me , che ho fatto diagnosi da molto tempo , a sapere che Pannella è affetto da Disturbo di personalità istrionico , cluster B .
      E’ incredibile che un caso clinico come lui continui ad avere consensi , per fortuna pochi , invece di essere curato da un analista .
      Il bello che ho provato a comunicarlo a più di uno del suo partito , ma silenzio assoluto ! E’ chiaro il perché : non possono riconoscere di aver perduto una vita dietro ad un caso clinico , tutto il loro vissuto perderebbe valore ! Complimenti è la prima volta che qualcuno dice come stanno le cose sul caso Pannella . Se avesse piacere di contattarmi lo faccia pure .
      Queste mie righe sono rivolte solo a lei , se x errore venissero pubblicate le ritratto e ne dichiaro la natura privata

      Aldo

  4. Non sono radicale.
    Ma come disconoscere la rilevanza politica e culturale che il movimento ha avuto nel nostro paese?
    Ero adolescente quando sentivo parlare di laicità, divorzio, aborto … ed erano i radicali.
    E quando ho visto Pannella, Spadaccia, Bonino ripresi dalla RAI imbavagliati, per protestare contro la disinfomazione e la censura di stato.
    Tutti temi che DC, PC e gli altri partiti e partitini ben si guardavano dal sollevare.
    Era una mano che finalmente sollevava la coperta del conformismo.

    Poi (a mio modo di vedere) l’implosione, la deriva spesso “parolaia” del Lider, ossessivo e ripetitivo nelle sue manifestazioni.
    Le strane alleanze politiche.

    Ma quel che ancora m’importa – e che rileva nella storia di questo arzigogolato paese – è quel “primo” Pannella.

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