un blog canaglia

Lettori di serie B

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In estrema sintesi, l’IVA è un’imposta che colpisce il “valore aggiunto”, vale a dire l’incremento di valore che si verifica nel passaggio di un bene o di un servizio da un operatore economico all’altro: poiché, tuttavia, ciascun operatore detrae l’IVA pagata sui propri acquisti da quella addebitata ai propri acquirenti, di fatto l’imposta finisce per gravare completamente sui consumatori finali.
Ciò detto, attualmente in Italia sono in vigore tre diverse aliquote IVA: il 4%, il 10% e il 22%.
Ora voi vi domanderete: stante il fatto che l’IVA viene pagata interamente dai consumatori finali, qual è il criterio in base al quale vengono stabilite le aliquote da applicare ai diversi beni e servizi? Ebbene, in realtà i criteri sono molteplici, ma uno dei più importanti consiste nell’utilità e nella necessità dei beni colpiti dall’imposta.
Le spese mediche, tanto per fare un esempio, sono completamente esenti dall’IVA; scontano l’IVA al 4%, sempre a titolo esemplificativo, una grande varietà di generi alimentari, i libri (qua mettete un asterisco) e i giornali (salvo quelli pornografici, ma su questo ci sarebbe da scrivere un altro post); si passa al 10% per le prestazioni degli alberghi e dei ristoranti, per altri generi alimentari e per determinate operazioni di recupero edilizio; ci si attesta sul 22%, infine, per tutti gli altri beni e servizi. Il tutto, com’è lecito aspettarsi, minuziosamente illustrato in ponderose tabelle nelle quali viene classificato l’universo mondo, dalle “frattaglie commestibili degli animali della specie equina” agli “spettacoli di burattini e marionette ovunque tenuti”.
Ma torniamo all’asterisco di prima.
Come vi dicevo, i libri (peraltro con un meccanismo diverso da quello ordinario, ma con lo stesso effetto finale sui consumatori) scontano l’imposta nella misura del 4%: da ciò dovendosi desumere, evidentemente, che la lettura (tranne quella pornografica, ma questo è sempre quel post che prima o poi scriverò) è considerata un’attività necessaria e utile per gli individui, ed in quanto tale meritevole di essere incentivata attraverso l’applicazione di un’aliquota IVA ridotta.
Senonché, quando la lettura non avviene sulla carta, ma attraverso un lettore di e-book, cambia tutto: i libri elettronici, infatti, scontano l’aliquota del 22%, di tal che si dovrebbe concludere che godersi Calvino col Kindle è assai meno utile, necessario e quindi auspicabile che leggerselo nella (pur sempre affascinante) versione tradizionale.
Dite la verità: non si tratta di una faccenda paradossale? Voglio dire, che senso ha incentivare o scoraggiare la stessa attività a seconda del mezzo materiale attraverso cui viene svolta? E poi, nello specifico, se si ritiene che la lettura sia un genere di prima necessità, perché mai mai penalizzare l’utilizzo di uno strumento potenzialmente idoneo a diffonderla e incrementarla? No, perché per me, ad esempio, ha funzionato esattamente così: da quando ho per le mani un Kindle leggo il triplo di prima, vuoi per comodità, vuoi per ragioni di spazio, vuoi perché posso portarmi in vacanza una biblioteca intera e decidere quello che mi va di leggere a seconda di come mi gira la mattina.
Niente. Quelli come me pagano l’IVA al 22%. E quegli altri al 4%.
Di tal che succedono cose bizzarre: tipo che acquistare un libro di carta, sul quale gravano pur sempre costi materiali di stampa e spedizione, può costare meno che comprare lo stesso libro online e scaricarselo sull’aggeggio apposito. Tutto molto logico, nevvero?
Metteteci il fatto che dalle nostre parti i titoli disponibili in versione e-book sono tuttora pochissimi (a dispetto del fatto che ormai ogni libro, prima di essere tale, è un file, e quindi metterlo in vendita sarebbe facile come bere un bicchiere d’acqua) e ricaverete una conclusione semplicissima: in Italia chi legge gli e-book è un lettore di serie B.
E quindi, lo sottolineo, sono lettori di serie B soprattutto i giovani e i giovanissimi, che sono notoriamente più propensi degli altri a maneggiare dispositivi elettronici e digitali.
Ecco, poi ci si lamenta che i ragazzi non leggono più.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

12 Comments

  1. Ma come funziona se si compra su shop straniero?
    O se il venditore straniero di ebook si mette a vendere titoli italiani? Si applica l’imposizione indiretta italiana o, ad esempio, lussemburghese?

  2. Uhm.. dipende.
    Su cosa stiamo mettendo l’IVA? sul contenuto del libro o sul prodotto/supporto in sé?

    Perché la fruibilità e i limiti di un ebook sono radicalmente diversi dal libro.

    Non posso prestarlo
    Non posso rivenderlo
    Non posso lasciarlo in eredità
    Non posso cambiarne formato se voglio leggerlo con qualcosa che, ad esempio, non supporta i formati di kindle.

    Viene sfruttato il concetto “è immateriale, quindi costa meno” per incastrare nella splendida gabbia dorata del DRM: imho è giusto che la cosa sia evidenziata da un’IVA diversa.

    A parte si può aprire il discorso che “prestare,vendere,ereditare un libro” sono tutte facoltà concesse dai limiti del supporto e dallo sfruttamento millenario di quei limiti.. ma preferirei evitare di entrare nel ginepraio dei “Diritti d’autore” perché è un labirinto infinito.

    • Parlo di libri “venduti” (generalmente col DRM).
      Se parliamo di DRM-Free, “liberliber/Manunzio” o public domain il problema manco si pone.

    • Beh ma proprio nell’ultima frase inquadri la radice del problema. Io posso prestare, vendere e lasciare in eredità un Kindle. E se apro il file con la app Kindle per PC o tablet, posso fare un bel copia-incolla, mettere tutto su Word e trasformare il libro in un .pdf, finchè il pdf lo tengo per me e basta.
      Il fatto è che il libro cartaceo, a differenza del file, è in un certo senso inestricabile dal supporto, quindi se presto un libro sto prestando non solo il contenuto ma anche il supporto, dunque mentre il libro ce l’ha l’amico a cui l’ho prestato io non posso leggerlo, esattamente come se prestassi il lettore Kindle (la fruizione dei contenuti è un’esclusiva del possessore del supporto).
      Se invece cambio supporto al libro cartaceo, ad esempio se lo fotocopio, ecco che valgono tutti i divieti che valgono per gli e-book (non posso vendere le fotocopie, non posso prestarle). Quindi il principio alla base dei diritti d’autore, che per semplificare dice “se compri un contenuto protetto da copyright non deve entrare nella proprietà di altri senza contemporaneamente uscire dalla tua”, in realtà vale anche per il cartaceo, solamente che con il digitale infrangere questo principio è molto molto più semplice.
      La tassazione differenziata però rende illogica l’interpretazione che lo Stato dà a questo principio: se compro un Kindle (il supporto) l’IVA è al 22%, se poi compro gli e-book l’IVA è sempre al 22%, mentre se compro un libro (che è un combinato supporto+contenuto) l’IVA scende al 4%, sia sul supporto sia sul contenuto. A voler fare le cose per bene, in teoria il Kindle dovrebbe avere l’IVA al 22%, gli ebook al 4%, mentre il libro dovrebbe avere un’IVA ponderata per cui alla componente di prezzo relativa al supporto si dovrebbe applicare l’IVA al 22% e alla componente relativa al contenuto il 4%, cosa che è complicatissima, genererebbe un’IVA diversa per ogni libro e quindi logicamente non si fa. Lo Stato dunque, dovendo decidere quale IVA applicare al libro, sceglie quella relativa al contenuto e la applica anche al supporto.
      Ma dove invece la separazione della tassazione di supporto e contenuto è facilmente praticabile, ovvero sugli ebook, non si capisce perchè lo Stato decida di non applicare al contenuto la sua particolare IVA al 4%, e preferisca invece applicare anche al contenuto l’IVA sul supporto. Questa è una discriminazione pura e semplice dei contenuti su ebook, a maggior ragione se consideriamo che lo stesso identico contenuto è tassato in modo diverso se ha due supporti diversi.

      • “Io posso prestare, vendere e lasciare in eredità un Kindle.”
        Mica i libri contenuti all’interno.
        Quelli sono legati all’account e personali.

        (se non ci sono cambi recenti nella EULA di amazon: su sta cosa mi informai lo scorso anno)

  3. Aggiungo un’altra considerazione:
    Il costo di un ebook (con l’IVA al 22%) oscilla fra i 7 e i 10 euro (tralasciando costosissimi tomi tecnici o roba particolarmente mainstream); i “ragazzi che non leggono più” sono gli stessi che fanno la coda tutti gli anni per comprare l’ennesima edizione di FIFA, PES (giochi che oramai differiscono fra un anno e l’altro solo nella composizione delle rose) o GTA a 60/70 euro .
    Pur capendo la questione di principio: davvero l’iva al 4% su un ebook da 7 euro farebbe secondo voi la differenza per i “giovani e giovanissimi”?

  4. l’autore pone una questione di principio e di equità che è violata apertamente a favore delle case editrici, che l’ebook lo guardano come si guarda satana. vedono nell’ebook ciò che l’mp3 è stato per l’industria discografica, e fanno di tutto per sabotarlo. Con la stessa efficacia dello svuotare il mare con un mestolo. Portando cioè la gente, tra bassa disponibilità e prezzi ingiustificatamente alti, a scaricare in massa illegalmente, supportando e alimentando un mercato nero del gratis che, la musica insegna, una volta creato non è possibile più cancellare.
    L’ebook è evidentemente il futuro (o uno dei futuri) dell’editoria. Questo non porterà alla scomparsa del libro, ma ad una sua perdita di centralità. Si può accettarlo e scommettere sulla nuova tecnologia (del resto ancora di molto perfettibile) oppure si può combattere una guerra persa giocando carte come l’iva al 22% o la scarsa offerta di titoli. Si tratta solo di aspettare una decina di anni. Poi sai le risate (o le lacrime).

    • L’interpretazione dell’agenzia delle entrate (che non avevo mai letto, grazie per il link) sta tutta qua:
      “Premesso quanto sopra, si ritiene che le cessioni on line della società manifestino una differente natura rispetto ai prodotti editoriali agevolati dal decreto sull’IVA ed, in quanto afferenti generiche prestazioni di servizi, siano – contrariamente a quanto sostenuto dall’istante – da assoggettare alle regole ordinarie di tale imposta.”

      In altre parole, l’ebook non si può considerale un bene editoriale, ma un servizio online, sicché ciccia.

      Qualche tempo fa ho sentito per radio un dibattito tra De Benedetti e Confalonieri sul tema dell’editoria digitale, ed era evidente quanto si sentissero attaccati da internet e dai colossi dell’editoria digitale come Amazon. Loro stessi lo hanno ammesso: l’errore all’inizio è stato vedere il progresso come una minaccia e non come un’opportunità.

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