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L’eterno ritorno

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Il Presidente scese dall’automobile, avvertendo una fitta di dolore sordo in mezzo alla schiena. Accennò un mezzo saluto al giovanotto in divisa che gli teneva aperto il portone, lo imboccò, coprì velocemente la distanza che lo separava dall’ascensore e ci si infilò dentro.
Si guardò allo specchio e fu preso alla sprovvista: un vecchio pallido, cadente, stremato. Come se tutti i sorrisi dispensati durante la trasmissione di quella sera gli fossero cascati addosso in un colpo solo, uno sopra all’altro, schiacciandolo con un peso insostenibile.
Entrò in camera, si tolse la giacca, la gettò a terra. Si sedette sprofondando sul letto, mentre il corpo gli doleva ormai dappertutto. Respirò a fondo, come cercando di riprendere fiato dopo un’immersione.
Ottant’anni non erano uno scherzo, per niente.
Ma bisognava resisterne altri quattro o cinque, come minimo. Almeno un’altra campagna elettorale, oltre a quella che era appena iniziata. Più le tornate amministrative in giro per l’Italia. Salvo crisi di governo impreviste.
Poi, forse, sarebbe finita.
Si portò alla bocca il bicchiere d’acqua leggermente gasata che Agata, silenziosa come sempre, gli aveva appoggiato sul comodino. Ci si bagnò appena le labbra, quel poco che bastava per sciogliere la sensazione di avere la bocca impastata, di biascicare leggermente le parole.
Prese il telefono accanto al letto, lo alzò, compose tre numeri.
“Sì”.
“Mario, sono io. Portami l’apparecchio, per favore”.
“E’ sicuro, Presidente? E’ un po’ tardi, non vorrei che…”
“Ho detto portamelo, non discutere”.
“Come vuole”.
Passarono due minuti. Poi bussarono alla porta. Mario, un omone grande e grosso sulla cinquantina con una folta barba brizzolata gli porse un oggetto quadrangolare che pareva un cellulare dei primi anni ’90. Mario emanava un disgustoso odore di pino silvestre. Uno non cambia mai, pensò il Presidente, per quanti soldi gli si possano mettere in tasca. Cafone era, cafone sarebbe rimasto. Ma era l’unico di cui si fidasse, ormai.
Il Presidente storse il naso, prese in mano il telefono, gli parlò sottovoce senza neppure girarsi.
“Vai pure”.
Sentì la porta della stanza che si chiudeva, sospirò.
Un vecchio, ecco cos’era diventato. Un vecchio disfatto, che ormai cadeva a pezzi.
Premette l’unico bottone dell’apparecchio. Un impulso invisibile iniziò ad attraversare gli ottocentonovantaquattro chilometri di cavo pazientemente e segretamente posati un metro dopo l’altro, tra il 1993 e il 1994, fino a quella residenza svizzera. Linea dedicata, non intercettabile.
Il piccolo led verde lampeggiò. A quel punto si trattava aspettare altri cinque minuti, fino all’accensione di quello rosso.
L’idea era stata sua, naturalmente. Come tutte le idee migliori. Perché era uno che guardava avanti, lui. Molto avanti. Gli tornarono alla mente i sorrisi ironici di allora, lo scetticismo il giorno dell’intervento, le accuse di follia da parte di quelli che gli erano più vicino.
Ma lui sapeva che giorni come quello che stava vivendo sarebbero arrivati, che sarebbe arrivata quella stanchezza, la sensazione delle cose che sfuggono di mano e non hai più la forza di tenerle.
E sapeva che quell’idea, la sua follia, sarebbe stata l’unica risposta possibile.
Una sala operatoria. Un ricovero, ma solo per precauzione. D’altronde non si trattava che di un piccolo prelievo di cellule. Poi una provetta. Poi anni di pazienza. Di lavoro. Di attesa.
Ripeté la parola sottovoce. Una parola impronunciabile per tutti gli altri, allora. Ma non per lui. Non per il Presidente, che non aveva mai avuto paura né delle parole né delle loro conseguenze.
Clonazione. Non era mica difficile da dire. Ammesso che uno non avesse la bocca impastata, naturalmente. Che non biascicasse, com’era successo a lui quella sera in televisione.
Ripensò alla domanda clou della trasmissione. Una domanda concordata, come tutte le altre. Del resto era così che funzionava. Per tutti, non solo per lui.
“E’ vero quello che si dice, che sarà sua figlia a prendere il suo posto in politica?”
Ripensò alla sua risposta, che lasciava intravedere qualcosa di impalpabile. Dire e non dire. Lasciare il dubbio, il fiato sospeso.
Sorrise. Quel giornalista non poteva immaginare. Come tutti gli altri, del resto.
Per un attimo, ma solo per un attimo, gli era balenata in testa l’idea di rispondere sinceramente.
Come dice? Mia figlia? No, non mia figlia. Altro che mia figlia.
Io.
La vedo perplesso, caro conduttore. Le sfugge qualcosa?
Io, ho detto. O meglio, un altro me. Che poi significa me, ha presente?
Del resto, chi meglio di me?
Gli scappò di bocca una risata rauca, stanca.
Ventun anni l’altroieri.
E nessuna festa di compleanno, nel posto blindato in cui lo stavano preparando al suo destino: prendersi il paese, tenerselo, combattere per sessant’anni ancora.
Ventun anni l’altroieri.
E l’altroieri, come da accordo siglato davanti a un notaio lussemburghese, un nuovo prelievo, una nuova provetta, un’altra residenza segreta nella quale far crescere premurosamente un altro lui. Un lui di lui. Il terzo. E poi il quarto, il quinto e poi all’infinito, nei secoli dei secoli amen.
Ventun anni l’altroieri.
Ne mancavano altri quattro o cinque anni e avrebbe potuto anche morire.
A quel punto lui, l’altro lui, sarebbe stato pronto.
Resistere, bisognava. Con ogni mezzo possibile. Tra poco si sarebbe potuto riposare.
La spia rossa si accese.
Dal microfono vennero fuori due parole.
“Sono io”.
Era la sua voce, sessant’anni fa.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

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