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L’eloquenza del vuoto

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Nel suo primo libro di idee, Il Mito di Sisifo, Albert Camus scriveva che il suicidio è “l’unico problema filosofico veramente serio”. Ciò significa che, prima di ogni considerazione sull’esistente, occorre soffermarsi a riflettere sulle capacità individuali di accettare l’assurdità dell’incontro col mondo; sull’abilità di farsi un “Sisifo felice” che spinge ogni giorno il suo masso dalla base alla cima del monte senza cedere alla disperazione. E’ lì che risiede la possibilità della felicità, sembra dire Camus: non tanto nell’insensato e reiterato gesto, quanto piuttosto nel riconoscimento dell’insensatezza che ne è a fondamento. L’uomo assurdo sa di esserlo e non ha né speranza né disperazione riguardo la propria condizione. Questo è forse l’unico modo per non alzare bandiera bianca, per non concedere la mano decisiva alla vita, o meglio alla morte.

Quella morte, la propria, che conclude ogni cosa, che impedisce la possibilità di idee, parole, azioni in grado di intervenire sulla realtà, prende la filosofia – come del resto ogni altra cosa di questo mondo – e se la mette nel taschino; quella morte cancella l’assurdo, cancella tutto; quella morte prende senso per gli altri, il senso naturalmente inesatto, e cambia nome in “gesto inconsulto” oppure “disperato”. Non a caso l’irragionevolezza e la disperazione entrano con la volgarità delle cose gratuite nella brutale ricerca di una spiegazione.

A questo proposito, Camus parla di “eloquenza del vuoto”, cioè del riconoscimento di una rottura con la catena di fatti quotidiani alla quale noi tutti ci aggrappiamo per non caderci, in quel vuoto. La rottura è l’incolmabilità delle ragioni di esserci, una terribile solitudine che non è più lo stato naturale di ogni uomo, ma lo scollamento dagli altri, il distanziamento inarrestabile e antiumano. Ecco allora che anche il più minuscolo ed insignificante gesto di ostilità o di indifferenza distrattamente concesso può avere il peso del masso di Sisifo; ecco allora che il mancato tentativo altrui di ridurre le distanze può avere la lunghezza del pendio da scalare.

La signora O. ha ceduto all’eloquenza del vuoto. A 85 anni, senza dire niente a nessuno, ha preso un treno per Basilea ed è andata a farsi fare un’iniezione letale. Ha scelto di concludere la propria esistenza in una clinica, accompagnata dallo spirito professionale di medici e infermieri, lontana dai luoghi e dalle persone familiari, lontano dai ricordi di una vita e quindi più neutralmente vicina alla morte.

All’origine del suicidio – scrivono i giornali per semplificare e rendere comprensibili le ragioni – vi sarebbero la solitudine ed una bellezza sfiorita ed irrecuperabile. Non posso smentirlo. Anche perché parteciperei all’idiota, inutile, crudele caccia al tesoro delle motivazioni. Sono però abbastanza convinto che quelle ragioni risiedano nell’assurdo e che per capirle occorrerebbe accettarlo come principio di tutto. Cosa di cui non siamo ancora capaci.

 

7 Comments

  1. Sono più che favorevole all’eutanasia ma ho trovato sconcertante che una persona ancora in buona salute e in gamba (visto il viaggio fatto da sola a quell’età e con tale spirito di iniziativa) possa entrare in una struttura clinica e farsi togliere la vita. Per me l’eutanasia dovrebbe essere riservata ai malati terminali o comunque con prognosi infausta per alleviare le loro sofferenze. Non di certo per un capriccio di una persona semplicemente stufa di vivere..

    • Dice che necessiti di una lista di motivazioni “approvate” o con bollino di qualità per avere il controllo del proprio essere (inteso come unione di corpo e mente), della propria vita?. Malattia fisica sì, malattia psicologica no?

  2. La depressione è una malattia della psiche. Di per sé una malattia psicologica dovrebbe essere, appunto, un motivo per NON effettuare l’eutanasia su un paziente poichè il suo giudizio sulla cosa sarebbe compromesso dalla malattia stessa. (incapace di intendere e di volere) Diversa la questione di malato fisico capace di intendere e di volere e di decidere LUCIDAMENTE sulla propria fine. Comunque non mi pare il caso della signora perchè mi sembra di capire che fosse ben consapevole del proprio suicidio. Comunque la discriminante a mio giudizio dovrebbe essere: malato terminale o comunque con prognosi infausta. Non mi pare che il “male di vivere” o la depressione siano malattie intrattabili o che portino a morte certa.

    • Scusa Luciano, ma vorrei capire meglio perché una persona che decide di togliersi la vita non debba essere libera di ricorrere all’aiuto di una struttura specializzata che le permetta di mettere in pratica questa scelta nel modo meno doloroso possibile.
      Non stiamo parlando di qualcuno che prende la decisione per qualcun altro.
      La signora ha scelto da sola e di sua volontà, che fosse lucida o meno era una sua decisione, nessuno l’ha presa al posto suo.
      Nella fattispecie era così lucida che è riuscita ad andare da un notaio a fare testamento, si è recata in Svizzera, ha fatto una formale richiesta, sostenuto colloqui ed è rimasta ferma nella sua posizione.
      Quali che fossero le sue motivazioni, affermare che deve esserci una discriminante (“malato terminale o comunque con prognosi infausta”) significa applicare il principio che una persona non può essere libera di scegliere se vivere o morire.
      In questo modo si costringe chi opta per non voler più vivere a cercare un modo per suicidarsi più traumatico e potenzialmente molto più doloroso.
      Checché se ne dica, non è così facile uccidersi.
      Cosa avrebbe dovuto fare? Cercare di procurarsi un’arma? Fare scorta di barbiturici? Buttarsi sotto un treno?
      Negare l’eutanasia a chi decide di voler morire è come negare il supporto ospedaliero a chi decide di interrompere una gravidanza: l’unico effetto è il ricorso all’aborto clandestino.

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