un blog canaglia

Le startup hanno rotto il cazzo

in società by

Siete nell’unico pub del paese, la comitiva si è riunita per salutare Carla, che ha deciso di fare un’esperienza esaltante: un anno a raccogliere pere williams in una fattoria australiana. Un’esperienza esaltante quanto pulire zoccoli di gnu in Zimbabwe, pensi da quando te ne ha parlato al telefono la prima volta. Ma non glielo dici, non ti va di fare polemica; sei stranamente sereno. È una bella serata di inizio ottobre, l’autunno ancora non dà segni di vita. La tavolata è allegra: Mario già ubriaco descrive accuratamente alla cameriera la base aliena poco fuori San Giovanni in Persiceto (assicura di esserci stato sabato scorso e di aver mangiato tagliatelle al sugo di lepre); Mimmo intrattiene una gnocca modenese di livello medio-alto parlando male della sua ex, una parrucchiera di Carpi che ora sta con un pugile professionista; Camilla è accompagnata dal suo nuovo fidanzato, un hipster pisano (occhialoni con montatura nera, t-shirt “Berlino è come il vino”, camicia sbottonata con maniche arrotolate e barba d’ordinanza).

Si beve birra scura mentre la Carla ammorba tutti coi suoi discorsi sulla straordinaria terra d’Australia. Dice che ci sono i canguri addirittura in strada e nei parchi. Provi a chiedere se usano il preservativo o praticano il coito interrotto ma vieni immediatamente fulminato da un’occhiataccia della Camilla. Nel frattempo Mario si è alzato in piedi  e ha proposto un brindisi a piena voce. “Alle vegetariane, che non fanno i pompini ma adorano le zucchine!Ahahahahaha”. Pensi che se non esistesse bisognerebbe inventarlo.

La serata procede quasi liscia. Alle dieci e dieci Mario fa lo sgambetto alla cameriera. Così, per puro divertimento. Lei cade e rovescia quattordici pinte di birra addosso a un motociclista pelato alto due metri e quindici. Alle dieci e undici minuti il motociclista chiede spiegazioni a Mario, che gli risponde con una sonora pernacchia, il gesto dell’ombrello e alcune considerazioni scientifiche sulle dimensioni del suo (del motociclista) pisello. Poco più tardi un’ambulanza a sirene spiegate trasporta il nostro amico nel più vicino pronto soccorso. Carla è un tantino infastidita perché ha dovuto interrompere un discorso sul fatto che in Australia il lavoro c’è. Poco dopo arrivano buone notizie dall’ospedale: per Mario soltanto trentasette giorni di prognosi.

Ad un certo punto, mentre Carla è in bagno e non si parla di continenti lontani, Camilla ti presenta il suo nuovo fidanzato. Dice di chiamarsi Lennon. “Di nome o di cognome?” chiedi perplesso. “Di nome, di nome. Sai, mia mamma è una grande fan dei Beatles” precisa lui un po’ piccato. Vorresti chiedergli perché non Ringo, che ti pare decisamente più appropriato, ma ti astieni. Lui percepisce la tua esitazione e ne approfitta per domandarti del tuo lavoro. Spieghi che, pur avendo una laurea in Scienze della comunicazione (110 e lode, ci tieni a sottolineare), sei stato recentemente assunto dallo zio in macelleria. L’hipster pisano ti guarda stralunato pensando che stia scherzando. Quando capisce che parli sul serio sogghigna. Allora viene il tuo turno: anche se non te ne frega un cazzo, devi chiedergli cosa fa lui nella vita. Lo fai. “Ecco, io sto lanciando una startup. In pratica abbiamo realizzato un’app per geolocalizzare le cacche di cane, così è sufficiente inserire il tragitto che devi fare per evitare di calpestarle! Si chiama Urban Shit ” risponde orgoglioso come se avesse scoperto il vaccino per l’ebola.

Il tipo va avanti diversi minuti. Tu ascolti in silenzio a testa bassa. Poi alzi lo sguardo, abbandoni il marrone foca del tavolo, quella scritta “Viva la fregna, abbasso le donne” sapientemente incisa da qualche bontempone, per tornare a guardare la faccia dello startupper col nome da deficiente. Sorride. Crede di aver inventato una cosa utile; crede di poter aiutare il progresso dell’umanità. Non puoi sopportarlo ma mantieni la calma; continui a tacere. Mediti sul da farsi. Ti guardi rapidamente intorno per capire la situazione. Quindi parli. Chiedi se l’app è già in commercio. Risponde di no. Chiedi se è lui che l’ha progettata. Risponde di sì: è tutto nel MacBook che ha nella borsa tracolla. “Bene! Perché non mi fai vedere come funziona??” chiedi ancora fingendo spudoratamente interesse. “Certo!” dice lui entusiasta tirando fuori il computer.

Lo accende e comincia a mostrartela. Tu fingi di essere interessato, ti guardi intorno con fare losco; lui è così preso dalla spiegazione che non si accorge minimamente che hai stranamente afferrato ben due boccali di birra. All’improvviso, mentre sta descrivendo il grande valore sociale della sua startup, veloce come un giaguaro, rovesci entrambi i boccali sul prezioso apparecchio, che si spegne di colpo. Qualcuno emette un “oooh” di meraviglia. L’hipster invece emette un gridolino di terrore, poi ha una crisi isterica, va in shock anafilattico, infine si accascia al suolo. “Le startup hanno rotto il cazzo” dici allargando le braccia come a significare “dài, un minimo d’intelligenza, ma guardami in faccia, ti sembro il tipo a cui puoi parlare impunemente di startup?” Allora ti metti ad elencare.

L’entusiasmo degli startupper per le loro idee del cazzo; il linguaggio infarcito di termini in inglese; quel principio idiota secondo cui due teste sono una startup (no, perdio, ci vogliono le idee, non bastano le teste, coglioni); il fatto che non manchino di glorificare Berlino, paradiso terrestre delle cazzate trasformate in impresa; il fatto che una startup sarebbe la fase iniziale di una nuova impresa, non una condizione permanente; quella spocchia tipica dello startupper per cui se non capisci quello che vuole fare concretamente è colpa tua, mica dell’idea di merda che ha avuto e di cui non si capisce un benemerito; la retorica fighetta e esterofila; l’hipsterismo; gli spazi di coworking; gli incubatori di idee; la ricerca spasmodica dell’innovazione che porta sovrabbondanza di puttanate; le app; i gggiovani imprenditori milanesi; i corsi per gli aspiranti startupper.

Riprendi fiato mentre Carla aiuta Lennon a rialzarsi. “Le startup hanno rotto il cazzo” dici ancora con il piacere della liberazione. Mimmo viene verso di te e t’abbraccia forte. “Ti amo, Marika” ti sussurra in un orecchio. Allora guardi un’ultima volta l’hipster pisano che farfuglia parole in inglese: innovation, know-how, business plan. Infine ti volti, esci dal pub e dopo pochi metri schivi tempestivamente una robusta cacca di cane.

E’ nato a Bergamo 35 anni fa da una famiglia molto cattolica. E’ scappato dal collegio Sant’Alessandro a 17 anni e ha abitato dieci anni nell’India del Sud, dove ha vissuto producendo mosaici di ceramica (uno l’anno) destinati agli americani ricchi della Costa Occidentale. Poi si è trasferito per sei mesi in un gurudwara di sikh dissidenti, nel Punjab (India nordoccidentale). Tornato in Italia per problemi di visto, attualmente si mantiene affittando su Airb&B il monolocale in zona Corvetto (a Milano) ereditato da una zia. Pratica il buddhismo theravada, ma non regolarmente. Tifa per l’Atalanta.

118 Comments

  1. Bellissima.. però a seguito di numerose interviste e lunga sperimentazione sul campo dissento dall’affermazione che le vegetariane non fanno i pompini! 😀

  2. “il fatto che non manchino di glorificare Berlino, paradiso terrestre delle cazzate trasformate in impresa” Grande!!!!

    • No non sono bastati perchè il maledetto aveva salvato tutto sul “claud”….che in realtà è femmina, la “claud”.

  3. Se davvero hai “una laurea in Scienze della comunicazione (110 e lode, ci tieni a sottolineare), e sei stato recentemente assunto dallo zio in macelleria” mi rattrista vedere che non hai capito niente dell’arte del comunicare. Comunicare serve per far crescere te e gli altri. Questo tuo testo è un sunto della tua frustrazione mal celata. Spero tu sia più bravo con la carne… non so se sai che è immangiabile… se la tagli male.

          • Suvvia, prendiamo le cose con leggerezza. Davvero anche tu non credi che questa delle start up che risolvono i problemi dei giovani senza lavoro non siano una mistificazione?
            Preferirei sentire più storie di persone normali che trovano un lavoro da impiegato dopo infiniti colloqui. Un lavoro in cui fai sempre le stesse cose, ogni giorno, ma le fai con piacere e professionalità. Un lavoro che ti serve per pagare l’affitto o il mutuo e garantire un’istruzione a tuo figlio. Un lavoro in cui non crei, né commenti, un lavoro come tanti che serve a far girare la grande ruota dell’economia. Mi piacciono le storie di start up italiane che spaccano, ma non vorrei che si creasse un mito fuorviante. Non tutti sanno farlo e spesso chi sbaglia brucia i pochi soldi rimasti a mamma e papà. C’è una nobiltà profonda nell’essere sempre puntuali, eseguire i compiti assegnati, essere felici dei feedback del capo. etc.etc. Io mi auguro di sentire più spesso questo genere di storie!

    • Comunicare non serve affatto “far crescere te e gli altri” ma ad indurre gli altri a fare qualcosa (funzione pragmatica della comunicazione) fermo restando che gli altri decideranno se farlo o no in base oltre che del proprio arbitrio anche della loro capacità di decodificare il tuo messaggio (processo di semiosi).
      Il tuo processo semiotico ti ha portato a vedere un messaggio di frustrazione in un testo che invece il mio processo semiotico mi ha portato a considerare perfetto!

      • Beh, se la funzione del linguaggio fosse solo quella cui ti riferisci (e che, visto che parliamo, jakobsonianamente, di “funzioni del linguaggio” sarebbe bene chiamare conativa) il tuo stesso intervento avrebbe poco senso, configurandosi come un testo con funzione metalinguistica. Inoltre, il testo che qui si commenta può essere letto in molti modi, sottolineandone, ad esempio, la funzione ludica (che Mounin integra nel modello di Jakobson) o quella poetica (data la ricchezza di figure retoriche del testo).

    • Suvvia, prendiamo le cose con leggerezza. Davvero anche tu non credi che questa delle start up che risolvono i problemi dei giovani senza lavoro non siano una mistificazione?
      Preferirei sentire più storie di persone normali che trovano un lavoro da impiegato dopo infiniti colloqui. Un lavoro in cui fai sempre le stesse cose, ogni giorno, ma le fai con piacere e professionalità. Un lavoro che ti serve per pagare l’affitto o il mutuo e garantire un’istruzione a tuo figlio. Un lavoro in cui non crei, né commenti, un lavoro come tanti che serve a far girare la grande ruota dell’economia. Mi piacciono le storie di start up italiane che spaccano, ma non vorrei che si creasse un mito fuorviante. Non tutti sanno farlo e spesso chi sbaglia brucia i pochi soldi rimasti a mamma e papà. C’è una nobiltà profonda nell’essere sempre puntuali, eseguire i compiti assegnati, essere felici dei feedback del capo. etc.etc. Io mi auguro di sentire più spesso questo genere di storie!

      • Da studente di informatica – e quindi preda naturale degli startupper, perchè se l’hipsteraccio maledetto sapesse programmare non perderebbe tempo dietro a queste stronzate – sono pienamente d’accordo. Uno stipendio fisso è molto meglio di sprecare sei mesi “all’interno di un team giovane, innovativo e dinamico” durante i quali è già tanto se non ci rimetti…

  4. Bellissimo!!!!! Questo racconto dovredde entrare di diritto tra i passi del vangelo.
    Meno fuffa, più sostanza; impariamo l’ inglese, ma in nome del Cielo, NON SMERDIAMO L’ITALIANO!!!!!!!

  5. Se aveva un macbook, allora era sicuramente stra-backuppato. Non farfugliava in inglese, ripeteva brocardi in latino (ma tu sei laureato in scienze della comunicazione, bello, mica sai la differenza). Aspettati la lettera da paparino tradizionalmente avvocato e intanto metti da parte i soldi per comprargliene uno nuovo….

  6. mah…Se la gente è pirla, anche le idee del cazzo trovano il loro seguito. Sicuramente la Urban Shit riceverebbe un sacco di download.
    Perchè demolire gli startupper? Almeno loro non se ne stanno seduti a lamentarsi o a intristirsi, ma ci provano!

  7. condivido in pieno, ma sono giunto a questo link perché l’ha condiviso gente che ha scritto nella bio “startupper”.

  8. Carino! Mi trova anche parzialmente concorde, ma mi spiace solo per la grande quantitá di affermazioni/espressioni maschiliste che ci sono nel giro di una pagina di scritto. Molto probabilmente volevano essere ironiche, ma putroppo non ci sono riuscite. In mancanza di una critica (anche se il racconto parla d’altro e soprattutto per quello) forse é meglio non scriverle proprio alcune frasi. In fondo siamo le parole che usiamo…

  9. […] Infine ti volti, esci dal pub e dopo pochi metri schivi tempestivamente una robusta cacca di cane. Le start up hanno rotto il cazzo | LIBERNAZIONE Certa gente si vanta pure della propria ignoranza. Ecco il paese che siamo. "Quante […]

  10. fa ancora piu’ tristezza vedere come vi accanite su chi esprime un messaggio diverso come quello di Ilaria.
    Vi meritate ragazze carnivore, che non vi fanno i p… e mettono la matita contorno labbra, zitte remissive che considerano Glamour una rivista d’opinione!

    • Ho riletto l’articolo e non ho trovato il collegamento startupper-veganismo. Ammettendo che ci sia e che il sonno mi abbia impedito di trovarlo, direi che “ci sta”, nell’immagine dell’hipster contemporaneo, l’appartenenza ad una categoria minoritaria di mangiatori. Non puoi essere un hipster e mangiare cose comuni, sarebbe troppo banale.

      L’hipster più gastronomicamente comune che mi sia capitato d’incontrare è un amico inglese di 22 anni che ha rinunciato completamente ad usare il sale, nei cibi che mangia, per ridurre il rischio di ipertensione. Gli altri che conosco sono vegani o astemi (che qui in Inghilterra è tuttora una cosa da eccentrici).

  11. Infatti e’ solo un’accozzaglia di luoghi comuni… secondo me e’ stato fatto fuori da una start up! meglio lamentarsi e criticare tutto il mondo, dall’unico pub del paese bevendo birra annacquata

  12. solo io, nelle quote rosa, ad aver capito l’ironia? Forse perché sono vecchia! Allora viva le donne vecchie che non hanno più necessità di dimostrarsi intelligenti ma si divertono con poco.

  13. Più navigo in rete più mi rendo conto che se per certi versi (come l’informazione libera), internet è stata una benedizione, per altri, è solo una valvola di sfogo dell’inutilità.
    Perdonate questa voce fuori dal coro, ma purtroppo è la cruda realtà, seppure possiate non condividerla…Buon proseguimento…

  14. Prendere per il culo colui che fa l’app sulla “m….. di cane” mi pare sacrosanto! ma deridere tutta la categoria mi sembra un GIGANTESCA CAZZATA ……
    Il nostro paese è popolato da retrogadi che investono tutta la loro giornata a lamentarsi senza concludere un bel nulla, se c’e qualcuno che tenta con le proprie forze di non annegare nel mare dell’ignoranza e di farsi un futuro non lo criticherei cosi apertamente ma cercherei di capire cosa lo spinge a passare intere giornate a far si che la propria impresa possa nascere 😉

    Uno starupper che la sera davanti ad una sacrosanta birra con i suoi soci tenta di realizzare i propri sogni……

    • In quello che ha scritto non c’è una critica a TUTTA la categoria,leggi bene. C’è una critica a una speciale SOTTOCATEGORIA chiamati i creatori del bel cazzo di niente,i startapper del bel nulla,gente che finge di sapere cose che non sa,che straparla,che non è PREPARATA.Si è bella la storia dei sogni ed è grazie a questi che negli ultimi 200 anni l’umanità a 360° ha fatto passi da gigante ma è sbagliatissimo (sopratutto per tutelare chi aspira a creare veramente qualcosa di SERIO e di VALORE) collegare l’idea che basta il sogno per fare impresa. PERCHE’ NO! IL SOGNO NON BASTA! Non bastano i macbook e vestirsi come Steve Jobs,parlare con termini inglesi (da persone che l’inglese non sanno) dire che la sera prima hai avuto la VISION (tra una canna e una birra ..) Bisogna CONOSCERE.PREPARARSI,VIAGGIARE E LAVORARE SODO. Dico questo per tutelare,ripeto,sopratutto chi lo vuole fare davvero e non sperperare denaro. La linea tra un pazzo e un visionario è sottile ma molto chiara per chi la vuole vedere.

      • Concordo in pieno inoltre con il concetto sottolineato nell’articolo.la start-up corrisponde a una fase embrionale dell’impresa precisamente alla fase di ingresso nel mercato quella importantissima che dura i primi 2 max 3 anni,la start-up è una fase,quella del primo approccio col mercato target.Se un americano ci sentisse parlare di start-up come sostantivo come se essere start-up sia una condizione permanente si sbellicherebbe dal ridere

  15. L’articolo fa sorridere moltissimo e dice bellissime verità.
    Credo migliorerei qualche piccolo errore:
    1. all’inizio parla al maschile per poi lasciare intendere che sia una donna (Marika) solo alla fine.
    2.Troppe parolacce (vedi film “Idiocracy”)
    3. Anche in Italia la birra si misura in pinte?
    4. Nella parte “Allora ti metti ad elencare.
    ………………………………………
    L’entusiasmo degli startupper…” dopo “elencare” avrei messo due punti, non uno seguito da spazio, e non per abbondare come diceva Totò, ma perché sarebbe più logico. Altrimenti si perde il filo e il senso del discorso.

    Ho apprezzato molto tutto il resto (pure gratis, quindi GRAZIE) in particolare la frase “il fatto che una start up sarebbe la fase iniziale di una nuova impresa, non una condizione permanente”.
    Grazie ancora.

  16. Ci sono cose che vorresti aver scritto tu…
    .. e quando dico tu, intendo io…
    Questa è una di quelle..
    Perché le critiche e le polemiche son tutte plausibili. Alcune di parte, alcune volgari, alcune supponenti, alcune… e alcune… e lacune..
    Però io ho riconosciuto Mario e altri personaggi, e mi son sentito come fossi stato in quel Bar!

  17. A chi si sente toccato, e da aziendalista trova qualcosa che lo infastidisce, suggerirei di vedere questo testo come una occasione di crescita!

  18. Mi sembra che ridere non sia più di moda…anzi questa cosa bella e liberatoria viene bistrattata dagli anacronistici radical chic a cui sono rivolti questi post salaci e sagaci: Quello delle start up, quello che va in Germania, Quello dei tatuaggi, il vegano….ora, dico io…vi sentiti punti? Si chiama satira sociale…prendete esempio dai discutibili politici anni ’80 della prima repubblica…continuavano a fare quello per cui venivano derisi, ma RIDEVANO da gran signori della satira….Ridevano…ora anche queti radical chic sinistrorsi sembrano aver capito la lezione dei politici attuali dalla querela facile….

  19. Il testo è molto divertente, so di cosa parli (sto seguendo un corso di formazione per startuppers… !) però non tutte le idee son finalizzate a schivare le cacche di cane, non tutti gli startuppers son giovani (io ho 50 anni), né hipsters (io sono punk old school), né con barba incolta (io ho i peli sulle gambe), né con t-shirt su Berlino e vino (io ho quella dei Ramones)… però è vero che quando attacchiamo la pippa della ‘forza delle idee’, l’innovazione, il business plan, i cazzi e i mazzi, quando ci perdiamo in speculazioni infinite… specie a tarda notte… specie se beviamo o fumiamo additivato… è vero che possiamo rompere il cazzo… ma preferisci chi t’attacca la lamentela nichilista che c’è la crisi, che l’euro c’à inguajati e non c’è null’altro da fare che attaccare il quarto di bue col machete??!! preferisci??? allora potresti fare una startup per sviluppare una nuova app: APPiccailfuoco! 🙂
    Saluti e rispetti.

  20. Perchè per la maggior parte di certe persone ridere è diventato fuori moda? Si prova quasi vergogna ora a ridere, come se ridere facesse parte di un’ ala politica avversa….fa più figo essere sempre “contro e incazzato” che ridere e fischiettare, magari per strada. Tutti si sentono punti su tutto, non puoi fare più satira sociale o una battuta su questo o quello che subito si formano gruppiscoli di polemica.. ora i vegani, domani i designer, dopodomani i radical chic, poi gli hipster e via dicendo…cioè dico io ” MA FACITEVE NA RISATA” anzi come si diceva negli ambienti a voi tanto cari degli anni ’70: UNA RISATA VI SEPPELLIRA’. Si, si, proprio a Voi

  21. Io sto cercando di mettere sù un’impresa personale e, pur avendo un livello di conoscenza dell’inglese più che ottimo, non mi sono mai sognata di chiamarla “start up”!
    Mi sono divertita, ed ho focalizzato meglio gli atteggiamenti da evitare per non rimanere sntipatica anche a me stessa!!!
    P.S. Non amo Berlino ma l’Africa nera e adoro mangiare tutte le specie (o quasi) di animali morti, incluse cruditè e bisteccone alla fiorentina…che dite: riuscirò ad evitare il tracollo da hipster startupper?????!

  22. Adelmo il punto e’ che non ci trovo nulla da ridere, se per fare quella che tu definisci satira, si da’ del coglione a qualcuno.
    “no, perdio, ci vogliono le idee, non bastano le teste, coglioni)”
    “L’entusiasmo degli startupper per le loro idee del cazzo”…

    questo e’ offensivo non fa ridere e’ stupido e’ comicità’ da idioti che utilizzano parolacce e volgarità per far ridere altri! Si ride con gli altri non si ride degli altri, altrimenti sei uno sfigato, frustrato che ha bisogno di smerdare qualcuno per catturare l’attenzione che altrimenti non avrebbe.
    La satira che mi fa ridere davvero e’ sottile e intelligente!

  23. Adelmo il punto e’ che non ci trovo nulla da ridere, se per fare quella che tu definisci satira, si da’ del coglione a qualcuno.
    “no, perdio, ci vogliono le idee, non bastano le teste, coglioni)”
    “L’entusiasmo degli startupper per le loro idee del cazzo”…

    questo e’ offensivo non fa ridere e’ stupido e’ comicità’ da idioti che utilizzano parolacce e volgarità per far ridere altri! Si ride con gli altri non si ride degli altri, altrimenti sei uno sfigato, frustrato che ha bisogno di smerdare qualcuno per catturare l’attenzione che altrimenti non avresti.
    La satira che mi fa ridere davvero e’ sottile e intelligente!

  24. questo è il problema della nostra Italia: si bloccano e si zittiscono quelli che per lavoro o per piacere fanno ridere e danno un po’ di leggerezza alle cose, ma permettiamo senza dire nulla a chi governa di prenderci allegramente per il culo ogni giorno.
    E’ un racconto ironico, non capisco veramente perchè si debba sempre e comunque trovare il cavillo e accusare di non rispetto delle donne-giovani-lavoro-quote rosa/bianche/verdi/nere/blu… che palle lasciatemelo dire.
    Per Malcom Y sei grande!

  25. Finalmente qualcuno che parla del problema,perché è frustrante e anche un po patetico sentirsi dire :<>,nessuno avvia una start up, ma si avvia un impresa che è inizialmente in FASE di start up, e che comunque è una delle fasi più brevi della vita dell’attività.

  26. quindi romperebbero il cazzo perchè?

    perchè in una conversazione tra amici basata su chi ce l’ha più lungo, lo starupper vincerebbe contro il gosto che va in Australia a fa quello che potrebbe fare a 5 km da casa?

    il problema è che questi sfigati si ritrovano all’unico bar, frustrati da questo non sanno di che parlare perchè non escono di casa per stare davanti a blog che insultano gli hipster, con metodi da hipster, su blog creati dagli stessi che creano le startup!

    insomma la morale dov’è? non la capisco scusatemi!

  27. l’articolo è molto esilarante… mi son divertito a leggerlo…
    resta da capire qual’è il fine dell’autore, perchè se l’obiettivo era farci ridere hai tutto il mio rispetto e la mia stima… Apri un blog e scrivine altri, avresti certamente molto seguito (almeno per un pò)….
    Se invece l’obiettivo era una critica di fondo sulla figura dello “startupper” (e perchè no anche verso chi mette il muso fuori casa x andare a raccogliere mele in Australia), oddio spero sinceramente di no perchè non avrebbe proprio senso, allora tieniti stretto il posto nella macelleria, che tanto è il massimo a cui puoi aspirare … 😉

  28. Solo una piccola precisazione: una startup non’è semplicemente un’impresa nella sua fase iniziale. Se domani decidessi di aprire una pizzeria non sarei uno startupper!

    Per quanto riguarda l’articolo, di sicuro può risultare divertente.
    Magari uno startupper potrebbe non capirlo, è un po’ come per chi ha studiato scienze della comunicazione e si è laureato colmassimo dei voti e si sente dire che l’esame più difficile era sociologia dello scanner!!!

  29. Purtroppo ancora esistono persone, che si licenziano dalla terza software house italiana per costruire Una start up del cavolo, lasciando la moglie pagare tutte le incombenze di casa, figlie e via dicendo. Per poi accorgersi che e’ andata a puttane la starup del cazzo e questi startappisti si separano dalla moglie ormai diventata schiava della casa e delle figlie perché”non hanno condiviso le loro scelte”

  30. Molto divertente e sarcastico, giustamente puntuto rispetto a tutti quelli che (molti dei quali laureati in scienze della comunicazione….) pensano che basti un’idea innovativa per inventarsi un lavoro, ma non tengono in alcuna considerazione i risvolti economici: si, l’idea sarà unica e geniale, ma dove sta la ciccia? Dov’è che si guadagna? Se il piano di business non regge, meglio aprire una macelleria…
    Precisazione: la fase di start up è correttamente solo quella d’avvio dell’impresa, di tutte le imprese, che abitualmente si intende coincidente coi primi dodici mesi d’attività, e prescinde dal settore in cui si opera. Solo inizialmente era termine utilizzato solo nel settore dell’informatica e delle telecomunicazioni. Quindi, sì, anche se apro una pizzeria avrò una fase di start up.

  31. generalizzare è sempre un errore. Le idee delle volte non trovano “coscienza” vedi il caso del fax che era funzionante dal 1929. Oggi ITALCOIN si propone di sostituire l’euro http://www.bitcoinmap.biz e se qualcuno osa chimare questa innovazione, come cazzata, è meglio che cambi spacciatore

  32. applausi a scena aperta,
    l’australia, berlino, satratuppe, le app…meraviglioso.

    Ormai la storia vegetariane-pompini è un marchio di fabbrica dei tuoi post.

  33. Ah, dieci e lode. Il punto non è la startup di per se, ma il tipo di persona che nomini, tutto chiacchiere e paroloni in inglese e idee strampalate.
    Fanculo loro e le loro “startup” che bruciano tutti i soldi investiti in dieci minuti senza concludere nulla – soldi pubblici, tra l’altro, perché investitori privati senza incentivi statali gente del genere non la finanziano.

    Il problema che noto nella comunità italiana è che gli piace un sacco l’idea di startup e tutta la cultura che c’é dietro, ma non la capiscono minimamente. In parte è giustificato, perché è totalmente aliena alla tradizione italiana. In parte sono solo dei minchioni.

    Cioè, per dire: “il fatto che una start up sarebbe la fase iniziale di una nuova impresa, non una condizione permanente” ma anche no. Questa non è una startup. Una startup serve a provare che esiste un mercato per un prodotto che risolve un problema, creare questo mercato e assumere una posizione di rilievo immediatamente. Se stai creando qualcosa che non è innovativo e che deve crescere lentamente, non è una startup.

    Invece no, gli italiani non risolvono problemi. Gli italiani sono artisti. Gli italiani creano cose fiche. Leonardo Da Vinci era un hipstah.

  34. Il racconto in certi punti e’ molto simpatico.
    Fattosta’ che gli startupper in molti paesi (USA, UK, Nord europa) si portano a casa facilmente >100K all’anno, girano il mondo e conoscono molte culture di verse, mentre gli scienzedeicomunicazionisti italiani stanno al paesello dalla mamma, non sono mai usciti dai confini nazionali e vivono con 800 euro al mese quando riescono a trovare lavoro.

  35. Comunque uno che è laureato in Scienze della Comunicazione e dice che le start up hanno rotto il cazzo è veramente il bue che dice cornuto all’asino. (O la fuffa che dice fuffa ad altra fuffa)

  36. Ammappete oh e che branco di simpaticoni onnipotenti dell’Internet!
    Se si chiamavano “piccole imprese” però ve stava bene.
    Faccio il fabbro a tempo perso, lavorerei più volentieri con una startup “seria” in cui di solito si trovano persone giovani ma con la testa a posto

  37. volenti o nolenti, questo articolo è fatto di stereotipi che esistono davvero, dalla tipa che va in australia a tutti gli altri, sinceramente ne ho e ne incontro tanti, quindi quoto in pieno questo pezzo, da amante delle start up, da vegetariana, da donna.

    Ps: c’è un nome che contestualizza tutto il pezzo dalla prima all’ultima riga: satira.

  38. … quoto in pieno questo pezzo, e quoto in pieno pure il commento di Angelica, da amante delle start up, da onnivoro, da uomo.

  39. … sono vegana.. e non start up (scritto giusto???)… ho cinque cani e mi destreggio in giardino tra i loro regali… leggendo qui mi sono fatta due risate… un po’ di allegria… almeno quello che possiamo non prendiamolo sul serio!!!

  40. Malcolm Y

    E’ nato a Bergamo 35 anni fa da una famiglia molto cattolica. E’ scappato dal collegio Sant’Alessandro a 17 anni e ha abitato dieci anni nell’India del Sud, dove ha vissuto producendo mosaici di ceramica (uno l’anno) destinati agli americani ricchi della Costa Occidentale. Poi si è trasferito per sei mesi in un gurudwara di sikh dissidenti, nel Punjab (India nordoccidentale). Tornato in Italia per problemi di visto, attualmente si mantiene affittando su Airb&B il monolocale in zona Corvetto (a Milano) ereditato da una zia. Pratica il buddhismo theravada, ma non regolarmente. Tifa per l’Atalanta.

    Per tutti quelli convinti che l’autore sia laureato in Scienze della comunicazione..

  41. Di solito si dice “punite il peccato, non il peccatore”

    In questo caso direi “punite lo startupper, non il fare startup”

    ahah

  42. …datti una calmata. Non ci puoi fare niente pero’ puoi farlo sapere al mondo intero che non e’ poco. Bello.., no?

  43. Qua ho l’impressione che l’unico veramente spocchioso sia l’autore del racconto! Questa percezione delle startup è da italiano medio da far spavento! Forse è per questo che in Italia siamo così arretrati sul sistema di finanziamenti per le nuove imprese e la ricerca! Forse LiberNazione ignora che molte delle startup attuali riguardano l’industria (in particolare quella biomedicale) e gli hipster che mappano le merde non centrano una fava! Ad ogni modo meglio andare in Australia a raccogliere le pere williams piuttosto che stare in Italia a pontificare su qualcosa che non si conosce

  44. Starmtruppen e sturmuruppere…aprire una IMPRESA non e’ facile. Devi avere una buona idea “concretamente utile per il consumatore”, la pecunia e vedere se questa idea poi TI FA GUADAGNARE. O hai un capitale tuo da parte,o comunque devi aere paparino che sgancia. Altrimenti fai prima ad andare a raccogliere i pomodori.Almeno la fissata coll’Australia qualche soldo l’ha guadagnato… E finitela di rompere il cazzo l’hit parade della facolta’ piu’facile o difficile. Tutti siamo bravi a studiare e imparare la pappardella, poi voglio vedere come rederete realmente a lavoro . Poi se sei laureato cum laude e sei un gran professionista buon per te.peace a tutti i vegani sturmhipsters

  45. Meriti di restare nel cesso dove vivi la tua vita da mezza sega impegnato a farcire di merda internet con le tue parole insulse e traboccanti di bile, continua dalla tua nullita’ ad invidiare chi si fa una vita , Saluti da Berlin .

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