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Le parole erano importanti

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Golpe, colpo di Stato, democrazia violata. Termini ed espressioni che in questi giorni si sentono più spesso del solito. Ora sono in spolvero, ma fanno normalmente parte dell’arredo retorico al punto che vi si ricorre con straordinaria superficialità e altrettanta approssimazione. Fatto sta che da quando si è aperta la crisi di Governo è tutto un fiorire di imprecisioni sparate ad altezza d’uomo, senza alcuna remora o pudore. La banale, forse anche stanca e logora, ma comunque inevitabile applicazione della Costituzione, non si sa come, spinge moltissimi a gridare allo scandalo e alla democrazia interrotta. Non che tutte queste persone abbiano torto nel sentirsi incazzati e nel volerlo manifestare, ma perché ricorrere a termini così platealmente inappropriati, al punto di apparire sprovvisti dei principali rudimenti di educazione civica? Certo, d’accordo, si tratta di esagerazioni determinate da un sentimento diffuso e popolare, come quello cui si rivolge quel tizio che solo poche ora fa scriveva tronfio su Facebook: “Sono stato l’ultimo presidente del Consiglio eletto dagli italiani”. Ma ciò non toglie che si tratti di negare il senso delle parole.
Si dirà che mettersi a spigolare non ha gran senso, e che la forma è la sostanza dei fessi. Eppure, quando le parole erano importanti, la differenza tra “scelto”, “nominato” o “eletto” c’era ed era inconfutabile, e non si capisce bene per quali bizzarre dinamiche oggi non sia più così. Questo velo di marchiana approssimazione è frutto di un annidato ciclo di equivoci che fa vittime ovunque. Capisco che tutto sparisca di fronte alla verità secondo cui, comunque la si chiami, una fregatura è pur sempre una fregatura. Ma è proprio in quell’attimo, prima che tutto sparisca, che uno dovrebbe incazzarsi. Non dopo.

4 Comments

  1. si tratta di esagerazioni indotte da un ventennio di fantasticherie populistiche delle quali non è poi così difficile individuare il principale responsabile: quel tizio. Saluti, Nardi, piacere rileggerti.

  2. La malattia delle parole, l’iperbole e lo svuotamento dei significati ha contagiato tutti.
    Qualcuno ne è vittima inconsapevole, anche se non giustificabile; qualcun altro però ne fa un uso furbesco e ben calibrato sapendo bene di restare impunito.
    Nessuno verrà mai a dire a un esponente del clero romano “Ma che stai a dì! A cojone!”
    Ricordate quel primo maggio dove sul palco del concerto il comico Rivera fece la battuta sui funerali negati a Welby? Come fu chiamato dalle alte sfere vaticane? Un “terrorista”.
    Questo per far capire che tipi sono.
    I peggiori furono gli esponenti del PD che si schernirono dicendo che “il ragazzo aveva esagerato”… Il delirio continuò fino al prossimo giro di figa dell’ex-premier.
    Chi usa male la lingua e lo fa coscientemente è un criminale.
    Se nessuno lo tirerà anche metaforicamente per la giacchetta riportandolo sul terreno delle cose concrete quello, come tanti altri, continuerà a violentare la lingua, inflazionandone i significati, anche quelli che sembravano assodati e ben sedimentati nella coscienza dei parlanti.
    Lo si è fatto con “comunista”, diventato un insulto, e con termini da sempre modellabili ad hoc come “natura”, “normalità” e “ragione”.
    Apriamo gli occhi.

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