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Isis members in Aleppo, Syria

Le frontiere sbarrate, l’Isis e la cecità suicida dei paesi “sviluppati”

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Io, in estrema sintesi, la vedo così: da una parte del mondo c’è chi ha qualche soldo in tasca, una tetto sulla testa, due o tre cose commestibili da mettere nel piatto a pranzo e a cena, qualche indumento di cui vestirsi e un surplus per lo sciupo, più o meno consistente a seconda dei casi; dall’altra, invece, c’è chi semplicemente non ha niente.
Ora, tralasciando i motivi per cui i due gruppi si trovano rispettivamente nelle condizioni in cui si trovano (motivi su cui potremmo scannarci all’infinito senza cavare un ragno dal buco), una cosa mi pare pacifica al di là di ogni ragionevole dubbio: non è affatto sorprendente, anzi è decisamente prevedibile, che i componenti del secondo gruppo, quello che non ha di che vivere, cerchino disperatamente di avventurarsi nei territori del primo, nella speranza di trovare colà qualcuna delle cose che gli mancano laddove sono nati e tentare così di sopravvivere.
Questo, a meno di ricostruzioni avventurose, mi pare oggettivo.
A questo punto gli abitanti della prima parte del mondo, quella più agiata, sono di fronte a una scelta: ricacciare indietro le orde di diseredati che accorrono a frotte dalle loro parti, onde evitare di dividere con loro ciò che hanno, oppure accoglierli, rinunciando a parte del loro benessere per sfamarli, aiutarli, assisterli e via discorrendo.
Domanda: quali sono le conseguenze ipotizzabili per la prima delle due scelte, prescindendo dai motivi prettamente umanitari che potrebbero indurre qualcuno a preferire aprioristicamente la seconda?
La risposta mi pare scontata al limite dalla banalità: scacciare i disperati non può sortire altro effetto che aumentare ulteriormente la loro disperazione.
Se anche questo è oggettivo, come mi pare di poter affermare, e se è vero che l’istinto di sopravvivenza è il primo e la più potente dei motori che alimentano il comportamento degli esseri umani, si deve presumere che l’incremento globale della disperazione, così come succede a un corso d’acqua fermato da una diga, produca prima o poi una sorta di pressione progressivamente crescente, che andrà accumulandosi da qualche parte e che, dai oggi e dai domani, troverà il modo di farsi strada.
E qua arriviamo a un punto di svolta, che si chiama “terrorismo internazionale”.
Succede, anche di questo avrete cognizione, che alcune organizzazioni di malintenzionati, finanziate da diversi portatori di interessi in determinate parti del mondo, abbiano preso già da tempo a reclutare manovalanza proprio tra i disperati di cui parlavamo poche righe fa; e succede, guarda caso, che le fila di quei manovali disperati, disponibili a qualsiasi nefandezza pur di assicurare un futuro (o semplicemente un presente) di sopravvivenza a se stessi o ai propri familiari, si stiano ingrossando giorno dopo giorno.
Badate, uso a caso la parola “manovalanza”: ché i teorici di queste iniziative non sono né poveri né disperati, ma semplicemente, come dicevo, portatori di interessi; mentre la carne da macello che telecomandano per portare a termine le loro imprese, quella sì, è composta perlopiù da derelitti senza arte, né parte né prospettive di vita.
Questo “accumulo di pressione”, a rigor di logica, è uno dei più probabili esiti della strategia “ultradifensiva” tanto in voga nei paesi agiati: favorire, nell’oceano di poveri che vengono condannati senza più possibilità di appello a morire di stenti, la formazione di un lago di poveri disposti a tutto, che andranno a ingrossare le orde degli assassini e dei fabbricanti di caos.
Un lago piccolo, intendiamoci. Un laghetto. Epperò sufficiente a seminare morte e devastazione un po’ dappertutto, visto che per far saltare in aria un migliaio di persone ne basta una piazzata nel punto giusto, e armata come si deve della consapevolezza di non aver più nulla da perdere.
Ecco, mi pare di poter dire che la cecità dei cosiddetti “paesi sviluppati” sia più o meno questa: non vedere, o fingere di non vedere, che asserragliarsi sprangando le frontiere è solo apparentemente un atteggiamento difensivo, mentre nella sostanza finisce per diventare un boomerang pericolosissimo, in molti casi addirittura suicida.
Li stiamo cacciando a calci in culo per non dover rinunciare a quattro soldi: qualcuno di loro, un giorno o l’altro, potrebbe portarci via la pelle.
Non è né bello né brutto, né giusto né ingiusto. Semplicemente, logicamente, mi pare sia così.
A prescindere da ogni retorica, direi che sarebbe il caso di rifletterci sul serio.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

12 Comments

  1. Ovviamente quelli che non hanno niente non detengono nemmeno i milioni di barili di petrolio che gli consentirebbero di vivere da nababbi se non fosse che qualche dittatore o famiglia religiosa ne incassa i lauti profitti.
    La storiella del mondo arabo povero non regge più. Da decenni non si vuole risolvere conflitti ormai storicizzati a partire da quello israelo-palestinese.
    Stanno uscendo dal medioevo religioso-politico e ne escono con il migliore dei modi possibili: guerre, stragi, deportazioni. Cosa in cui l’occidente è gran maestro. Ovviamente loro hanno qualche inventiva in più…la pseudo-causa fanatico-religiosa.
    Ovviamente in Europa ed in Italia non ci sono sufficienti risorse e spazi per ospitare tutti il nord-africa. Ma questo non ditelo a Bagnasco che ha appena sistemato una reggia di 600 mq.
    Ovviamente lei ignora che i maggiori massacratori targati ISIS sono arabi-occidentali cresciuti ed istruiti nel continente e non beduini ridotti alla fame. Ma si sa l’immagine dell’arabo poveraccio affascina ancora una buona parte di persone.

    • qui si sbaglia (e pure Capriccioli). Se è vero che la maggior parte degli attentatori sono persone magari colte, magari agiate ed agiscono per fanatismo religioso, il braccio armato dell’ISIS è costituito da poveracci. Il motivo che ha ingrossato le fila del califfato, e parlo di esercito, sono i soldi. Stipendi faraonici (per il contesto) che i soldati versano alle loro famiglie o tengono per sè.
      La nuova strategia è scalabile: se di teste di cazzo disposte a farsi saltare ne trovi poche (un pecoraro è anche facile che si faccia saltare le mutande, o che non riesca manco a entrare in aeroporto biascicando due parole a caso), di poveracci da pagare ne trovi un sacco.
      Gli stessi soldati USA che stavano a morire in Iraq non erano certo tutti cadetti di West Point, di solito erano reclutati nei ghetti o persone a cui un procuratore suggeriva ‘due anni di carcere o ti arruoli nei marines?’.
      Se vuoi scalare, punta al disperato.

  2. La vecchia storia ricco e povero non conta assolutamente più nulla in questo caso secondo me. Le loro terre sono ricchissime (sia arabi che africane) e i problemi sono i loro governi ditattoriali e criminali non il fatto che noi si sia più ricchi. Far venire qui gente con mentalità mediovale non fa che diminuire il nostro tasso di sicurezza e ben essere sociale. A loro manca solo quel momento storico che noi conosciamo come Rivoluzione Francese. Quando cominceranno a combattere per i propri diritti (come a kobane) piuttosto che per soldi o per religione allora costruiranno un loro mondo migliore, nel frattempo mettono a rischio il nostro.Son semplicemento troppo pigri (o vili) per rivoluzionare i loro paesi, e se cercano di farlo trovano l’Erdogan di turno…

    • Sì, forse hai ragione.
      Ma l’articolo non è da meno. Diciamo che riassumere gli interessi geopolitici in corso fra i paesi africani ed arabi, fra America, Francia, Ingilterra e Russia, fra ISIS e Iran non è proprio una bazzeccola. Il mio post è un distillato grezzo di quel che penso. (come riassumere la Divina Commedia con: “eh insomma c’è sto tizio peccatore che alla fine va in Paradiso”)

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