un blog canaglia

assemblea pd-starace 002

Le due visioni inconciliabili del Pd spiegate bene

in politica by

L’altro giorno Emanuele Macaluso qualificava il Pd come “un aggregato politico-elettorale caratterizzato da personalismi, privo di un asse politico-culturale”. Gli rispondeva Veltroni, sostenendo al contrario che i democratici sono una forza riformista che trova in Gramsci-Berlinguer e De Gasperi-Moro le proprie radici ideali, culturali, politiche e che quei partiti (Dc, Pci, Psi) l’un contro l’altro armati nel ‘900, caduto il Muro di Berlino, non potevano non ritrovarsi e non saldarsi nel Partito democratico.

Detto ciò, che può significare tutto e niente, dentro al Pd se le danno di santa ragione, più di quanto venga fuori.

E se le danno di santa ragione non per le questioni ideali che dice Veltroni, ma perché fin da quando è stato creato, il Pd è logorato da due visioni completamente contrapposte e tale scontro non ha ancora avuto una soluzione.

Da una parte, infatti,  abbiamo il Pd inteso come una coalizione con la presenza al vertice del nocciolo duro costituito dagli ex Ds, con una sinistra quindi che si evolve senza snaturarsi, che dovrebbe espandersi verso il centro, allargando le alleanze politiche in nome del socialismo europeo, in continuità con delle idee che sono quelle storiche e permanenti: uguaglianza, alternativa democratica, riferimento preciso ad una base sociale giudicata omogenea nel tempo.

Dall’altra, invece, abbiamo il centrosinistra che cede la parte di protagonista al ruolo attivo e determinante del proprio leader, con una politica riformatrice di avanzamento e di colonizzazione anche del campo avversario, che scommette su un progetto senza identità sociale predeterminata, privo di un insediamento culturale ed economico definito, interpretando la società come realtà dinamica, mutata rispetto al passato e in perenne divenire. (i)

Nella prima visione, 1) Partito e Governo dovrebbero avere leadership separate, in quanto se si colpisce uno dei due, l’altro risentirebbe di meno l’attacco, 2) il Partito avrebbe equilibri interni più bilanciati, 3) il Partito mira ad un forte insediamento sociale e territoriale stabile e costante.

I problemi di questa visione: 1) Partito e governo avrebbero due classi dirigenti che finirebbero col litigare tra di loro e col farsi sgambetti e trabocchetti incrociati quotidiani, 2) non ci sarebbe mai un leader forte, 3) formazione di una classe burocratica magari efficiente e ben radicata ma destinata a divenire un corpo a sé ‘isolazionata’ in rigide logiche corporative.

Nella seconda visione il leader è quello che conta. Ha mani libere e, in una fase politica dominata da populismi e smottamenti vari, navigando a vista riuscirebbe con più facilità a fare sintesi ed a superare ostacoli senza i lacci e lacciuoli della burocrazia di partito. Ha maggiore libertà di manovra e di comunicazione, può occupare più facilmente gli spazi degli avversari per disinnescarli, il che si attaglierebbe maggiormente all’epoca liquida e flessibile dei tempi odierni.

I problemi di questa seconda visione sono vari. 1) Colpito il leader, che è sia del partito che del governo, perché questa visione si basa su una leadership personale forte e l’ eventuale separazione ne dimezzerebbe la portata, cade sia “la cucuzza che il cucuzzaro”. Altro problema 2) è quello di non avere un insediamento sociale ed elettorale costante e ben definito: c’è una massa suggestionabile che può voltare le spalle da un momento all’altro e seguire, ad esempio, un leader nuovo meno logorato dal tempo e dalla normalizzazione governativa. 3) Gestione incontrollata del leader che può far crescere malesseri interni che diventano incalanizzabili, dispersivi e se cronici deleteri per il leader/partito medesimo. 4) Problema non marginale ed inevitabile in tutte le formazioni a prevalenza leaderistiche, è la creazione di una classe dirigente mediocre, fatta da mezze calzette, yesman, entusiasti emotivi (ma l’entusiasmo amoroso dura al max 24 mesi e quando passa scattano capricci, ripicche e gelosie), dai cacciati e dagli esuli del campo avverso, che diventano fedeli in quanto accolti, ma che, come tutti quelli che hanno tradito, ritradiranno alla migliore occasione, ed infine dagli opportunisti che come l’ossigeno che li tiene in vita, campano col motto “quando tira vento fatti canna”.

Il vero scontro nel Pd è tra queste due visioni. Oggi prevarrà una, domani l’altra.

Ma è una guerra che difficilmente avrà fine, tanto meno  immediata.

Soundtrack1:’Vehicle’, The Ides of March

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from politica

Go to Top