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Le conseguenze della coscienza

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“What makes a man, Mr Lebowski?”

“Uh, I, I don’t know, sir.”

“Is it being prepared to do the right thing? Whatever the cost? Isn’t that that makes a man?”

“Ummm…sure. That and a pair of testicles.”

“You’re joking. But perhaps you’re right.”

(The Big Lebowski)

L’arresto di Kim Davis non è solo un altro episodio nel persistente dibattito tra laicismo e religiosità (che non si limita al solo terreno dei diritti degli omosessuali, ma investe educazione sessuale, insegnamento delle scienze, diritto all’aborto e via dicendo) ma, cercando di svincolarsi dalla logica di appartenenza ad una o l’altra delle fazioni in campo, può anche essere l’occasione per tentare di fare un paio di considerazioni di carattere più generale su come ognuno di noi riesca a conciliare i propri principi con i ruoli che ci troviamo ad assumere.

La signora Davis si è trovata in una situazione nella quale il suo ruolo di impiegata comunale le imponeva di compiere un’azione che la propria coscienza giudicava esecrabile; messa di fronte a questo conflitto lei ha agito in conformità con i propri principi morali, ritenendo che essi dovessero essere il fattore predominante nella determinazione del proprio comportamento: in parole povere, ha agito secondo coscienza. Ora, il fatto che io non condivida nulla delle idee oscurantiste e totalitarie che albergano nella coscienza della signora Davis, non mi impedisce di provare una certa ammirazione per un comportamento di questo tipo: d’altronde “difendi i tuoi ideali” e, appunto, “segui la tua coscienza” sono principi che tutti noi consideriamo virtuosi a prescindere, anche (e sopratutto) perché diamo istintivamente per scontato che i suddetti ideali da difendere siano gli stessi cui ci ispiriamo noi. La signora Davis non si è autoassolta con la necessità di obbedire agli ordini, né ha dato importanza al fatto che le coppie da lei respinte in un modo o nell’altro si sarebbero sposate comunque: la sua profonda convinzione era che fosse suo dovere impedire un abominio e il suo comportamento ne è stato una conseguenza.

Sto quindi sostenendo che Kim Davis è una paladina della libertà, eroica vittima di una persecuzione ideologica? Assolutamente no, sto dicendo che se comportarsi secondo la propria coscienza è di per se una cosa lodevole, l’idea che ciò giustifichi a priori qualsiasi tipo di comportamento é estremamente infantile. Poiché nessuno di noi è un’isola, è necessaria la consapevolezza delle conseguenze che le nostre scelte comportano in relazione ai ruoli che ricopriamo all’interno della società affinché tali scelte non si riducano ad una forzosa imposizione delle propria visione del mondo sugli altri: è proprio tale consapevolezza ad attribuire valore alle nostre scelte. In fondo ha (come sempre) ragione Il Drugo: per fare quello che è giusto servono i coglioni.

Invece, nel caso in questione, è successo che, a seguito della decisione della Corte Suprema, i principi della signora Davis l’hanno resa incompatibile con il proprio ruolo di pubblico ufficiale: la signora avrebbe dovuto prendere atto della sopraggiunta incompatibilità e, nel rispetto del ruolo che ricopre, avrebbe dovuto chiedere di essere trasferita ad altra mansione o, qualora ciò non fosse stato possibile, presentare le dimissioni. È stata la sua persistenza a voler ricoprire un ruolo senza averne l’idoneità la causa della serie di eventi culminata con la sua carcerazione: nulla che non si sarebbe potuto evitare se la signora avesse accettato che lei, volendo seguire la propria coscienza, quel lavoro non poteva più farlo esattamente come un musulmano o un ebreo ortodosso non può fare il cuoco in un ristorante dove servono l’amatriciana, un sostenitore del creazionismo non può insegnare scienze naturali, un ecologista non può fare il trivellatore e un vegano non può fare il macellaio.

Purtroppo il rifiuto di tale incompatibilità spesso comporta delle enormi storture spesso mascherate dietro la facciata dell'”obiezione di coscienza”. Non mi riferisco solo al massacro della legge 194 ormai con punte dell’85% di medici obiettori ma anche, e sopratutto, a quegli episodi nei la suddetta stortura è causata da un sistema valoriale con il quale sento decisamente più affinità rispetto a quello della nostra eroina del Kentucky: due esempi fra tutti sono le vicende Cancellieri-Ligresti e Azzolini nelle quali un gesto dai fini, a priori, nobili (evitare a un essere umano una carcerazione preventiva, vessatoria e ingiustificata) è stato conseguito attraverso modalità in palese contraddizione con i ruoli istituzionali ricoperti dai “benefattori” (mancanza di imparzialità nel caso del ministro, voto in malafede* da parte dei senatori). Di nuovo, una volta conseguito l’obiettivo, il passo corretto da compere sarebbero state le dimissioni immediate per sopraggiunta incompatibilità verso il proprio ruolo; un gesto che avrebbe anche potuto generare un dibattito sulla mostruosità che è il sistema giudiziario-carcerario italiano (come non manca periodicamente di ricordarci la Corte europea dei diritti dell’uomo). Invece, anche qui, la scelta “di coscienza” è stata considerata la giustificazione di un comportamento istituzionalmente illegittimo che, accanto alla “buona azione” privata, ha creato un’ulteriore stortura pubblica in aggiunta a quella già esistente.

Nota finale: l’altro ieri Kim Davis è stata rilasciata con l’ammonimento a fare il proprio lavoro. All’uscita di prigione è stata accolta da una folla in festa al suono di Eye of the Tiger: la signora ha ringraziato, commossa, la folla, ed ha tenuto un breve discorso durante il quale si è rivolta al cielo esclamando “la gente di Dio si è radunata”. Sul palco con lei c’era  Mike Huckabee, pastore battista e candidato (di nuovo) alla presidenza e già altri candidati stanno facendo la fila per incontrarla. Mi sbaglierò ma queste elezioni stanno per diventare parecchio divertenti.

*parlo di malafede perché l’argomento della votazione era la presenza o meno di intenti persecutori nell’indagine della procura (non la bontà dell’indagine stessa, la consistenza delle prove o l’opportunità della carcerazione preventiva) mentre molti di coloro che hanno votato contro l’arresto lo hanno fatto, per loro stessa ammissione, a prescindere dalla questione persecutoria

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