un blog canaglia

La Samaritana

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Ero  a  letto  quando  ho  sentito  il  cancello che si apriva cigolando. Da qualche mese la mia naturale insonnia si era aggravata, e comunque quella notte ero sveglio a pensare a lei. Una volta scivolato giù dal letto e scostata la tenda della mia finestra, mi sembrò di essere in un film di Ridley Scott: sotto una pioggia sottile color arancio, una sexy androide in tuta di cuoio e casco integrale su una Ninja nera. Leila aspettava che il cancello si aprisse abbastanza da permetterle di sgommare dentro il suo cortile. Tornava certamente da una delle sue scorribande notturne. Di famiglia benestante e cosmopolita, era una ragazza bella e di raffinata intelligenza, che, dopo aver frequentato le migliori scuole, aveva trovato un ottimo lavoro in una azienda blasonata. Avrebbe potuto uscire con gli uomini più belli ed interessanti, ma non li filava di striscio.

L’investigatore privato che avevo assoldato sosteneva che perfino Paolo Peri, il frontman dei Mufloni Psichedelici, dopo averla conosciuta in un afterhours, se n’era invaghito al punto da perdere la tramontana. Il polistrumentista Peri era un tormentato giovane dai lineamenti regolari con un dottorato in letteratura. Leila non si lasciò impressionare dai suoi numerosi talenti, ma considerò con ironico distacco le sue mille profferte, le poesie, le canzoni, le e-mail, i biglietti, i fiori e i CD. Pera cadde  in una depressione assai proficua: mentre elaborava il lutto per i suoi sogni d’amore infranti, scrisse dieci dei dodici brani di “Polpette Avvelenate”, l’album più famoso e di successo dei Mufloni, quello che li trasformò da oscura band dell’underground livornese in fenomeno da major.

Leila, come appresi dopo averla fatta spiare, era metà virago e metà samaritana: durante la settimana dedicava tutte le sue energie al lavoro, dove era conosciuta come odiosa carrierista. Il fine settimana, però, si dedicava alla sua missione. Dragava i social network alla ricerca dei maschi più socialmente disadattati: programmatori di linguaggio macchina dall’igiene approssimativa e dalle idee politiche fascistoidi, fan di Guerre Stellari e di metal estremo, dark cinquantenni con le lenti colorate, cosplayer, nerd devastati dall’acne, appassionati di obsoleti giochi di ruolo con carte e dadi, campioni di go, praticanti di oscure arti marziali orientali. Il suo profilo digitale era associato ad un ritratto alterato al fine di farla apparire meno attraente e con qualche chilo di troppo: solo assecondando la patologica insicurezza in cui si dibattevano i suoi obiettivi, poteva sperare di  attirare la loro attenzione. Se fosse apparsa come era in realtà, loro non avrebbero mai avuto il coraggio di mettersi in contatto con lei.

E così, dopo la sua seduta di capoeira e una doccia, saltava sulla sua angolosa motocicletta verde e raggiungeva sul luogo dell’appuntamento l’uomo rimorchiato su internet quella settimana. E così, Leila, che conosceva cinque lingue ed poteva comporre delicati haiku, si sottoponeva di buon grado, a seconda dei casi, a lunghe e documentatissime disquisizioni sulle chance che il tale super-eroe lottando con un altro avesse la meglio; ovvero alla minuziosa descrizione della vita familiare del tale chitarrista death metal. Lasciandosi alle spalle l’atmosfera rarefatta della sua villa arredata in stile scandinavo, si costringeva eroicamente all’atmosfera viziata dell’abitacolo utilitarie anni Ottanta, dove decenni di scorregge e nicotina che avevano finito per impregnare i rivestimenti di skai. Registrava con composto e un po’ sadico divertimento le espressioni dei ragazzi e degli uomini che ovviamente non credevano ai loro occhi quando si presentava loro come la ragazza con cui avevano preso un appuntamento online. La confusione in cui li gettava la sua bellezza era estrema, e rendeva ancor più complicati i loro sforzi di simulare disinvoltura in una situazione sociale chiaramente senza precedenti nelle loro esistenze di nicchia. Ma poi di solito finivano per sciogliersi; anche perché Leila aveva vissuto in un ambiente di diplomatici, e quindi sarebbe stata in grado di fare conversazione anche con un cactus morto. E fin dei conti, i suoi compagni occasionali erano fatti di carne: erano strani, qualche volta sporchi, con strane fisse ed idee bislacche quando non pericolose, sospettosi e talora pesanti, ma vicino a lei esploravano angoli della propria personalità che non immaginavano nemmeno esistessero al di fuori dei film e dei libri. Era proprio una Samaritana.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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