International Monetary Fund 's Economic Counsellor and Director, Research Department Olivier Blanchard smiles during a press conference on the IMF's World Economic Outlook in the IMF's Headquarters April 21, 2010 in Washington, DC. Blanchard said "the world economy is recovering, and recovering better than we had previously thought likely". IMF Staff Photo/Stephen Jaffe

La verità su IMF e austerità

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Premessa: sono di solito abbastanza restio a scrivere post “tecnici”: non interessano a nessuno, e al peggio si rischia sempre di essere impiccati a una imprecisione come giusta punizione per essersi messi col ditino a spiegare le cose. So giá che mi pentiró di aver derogato a questo principio.

Da qualche tempo la blogosfera, la tv e la carta stampata riportano come un fatto acclarato la presa di distanze “del Fondo Monetario Internazionale” dalle politiche di austeritá. Giusto ieri sera in tv, per fare un esempio, quel gran pezzo d’economista che è Giulio Sapelli – non mi è chiaro quante pubblicazioni in giornali peer-reviewed abbia l’uomo, ma lui si dice economista e lo invitano sempre, avrá ragione – diceva che “l’austeritá ha fallito, come ha detto il capo dell’OCSE (ehm) Gustave Blanchard (ehm^2)“.

Ora, l’affermazione come sempre in questi casi mescola veritá e menzogna, approssimazione facilona ma perdonabile e un po’ di tendenziositá che suggerisce malafede. Perdonabile è la confusione su ruolo e affiliazione di Blanchard, il quale è stato capo economista del Fondo Monetario Internazionale, e non “capo” dell’OCSE. Certo, a uno che discetta con la sicumera di Sapelli si è tentati di far pagare anche questi scivoloni, ma non è tra i problemi sostanziali. Il primo problema, piuttosto, è la tecnica retorica: si attribuisce un carattere ideologico a una istituzione (il FMI come un inesistente tempio dell’ortodossia economica, o dell’austeritá, o altri concetti abbastanza vaghi), e quindi si afferma che anche tale istituzione ha smentito uno dei tratti che gli si sono attribuiti.

Il Fondo Monetario ha sempre assunto la parte del cattivo nei casi in cui ci si è trovati a fare i conti con tensioni sui debiti pubblici. Questo è accaduto in parte perchè, per i politici locali, è piú facile forzare i rapporti di causa-effetto addebitando alla comunitá internazionale i casini creati in loco e offrire un capro espiatorio, in parte perchè lo stesso FMI rivestendo un ruolo “tecnico” porta aspettative di infallibilitá che vengono puntualmente disattese.
Il tradimento delle aspettative non è solo un risultato dello stravolgimento politico delle misure a vantaggio delle lobbies locali, ma anche dovuto alla natura delle misure stesse: la nostra conoscenza dei fatti economici è ancora molto limitata, quindi proporre le misure ottimali è semplicemente un obiettivo fuori portata. Si devono prendere molte scelte, e quando se ne prendono tante, il rischio di scoprire ex post di essersi sbagliati non è certamente zero.

Nel caso dei commentatori piú sofisticati, il paragrafo precedente è dato per scontato, e si dice: bene, Olivier Blanchard ha dichiarato che le misure di austeritá sono state mal congegnate, quindi bisogna apprendere la lezione e cambiare politiche per il futuro. Anche questa, se pur meno clamorosa, è una forzatura.

Il dibattito che nella cultura pop ruota attorno al termine “austeritá” in accademia ruota invece intorno alla parola “moltiplicatore”: il moltiplicatore, in breve, è un magico numerino, diciamo x, per cui se un governo aumenta/riduce le tasse o la spesa pubblica di 1 il PIL di quel paese diminuisce/aumenta di x. Siccome per comoditá si ragiona in percentuali, nel caso piú semplice si puó immaginare che il moltiplicatore sia 1 se un aumento delle tasse dell’1% fa diminuire il PIL dell’1%.  Chiaramente, se il moltiplicatore è maggiore di 1, ridurre il deficit in tempi di crisi per scongiurare il rischio di default puó rivelarsi controproducente, perchè il PIL si riduce piú che proporzionalmente, e il rapporto debito/PIL esplode, mentre se è minore di 1 si tratta di una scelta razionale: il PIL diminuisce, ma tornare su un sentiero sostenibile del rapporto debito/PIL porta benefici tra le altre cose in termini di minori interessi, che si trasmettono all’economia reale in qualche trimestre.

Riassunto della sparata di Sapelli con quello che sappiamo finora: Olivier Blanchard ha stabilito, dopo aver osservato gli anni della crisi, che il moltiplicatore è maggiore di 1. In queste circostanze, uno stimolo fiscale finanziato con ulteriore debito puó rivelarsi una scelta piú azzeccata di una stretta fiscale.

Piccolo passo indietro. L’inizio della crisi, con le finanze pubbliche ballerine dei paesi europei, ha chiarito che il tema del debito sarebbe diventato caldo. Stime di moltiplicatori volavano da tutte le parti, da Alesina e Ardagna  a Romer e Romer, e la letteratura sui default ha vissuto una seconda giovinezza, con Rheinart e Rogoff  finiti in mezzo a un’indegna gazzarra per due linee di Excel su un paper non peer reviewed.
Anche il Fondo Monetario ha un suo dipartimento di ricerca, e in quegli anni ha pubblicato uno studio (questo) in cui si suggeriva che, per farla breve, sto moltiplicatore fosse minore di uno. Date certe condizioni, etc., ma insomma: in politica si semplifica e il messaggio che è passato è stato che il FMI avesse una linea dettata da questo paper. Ora, il FMI è un organismo internazionale che prende posizioni un filino piú articolate. Ma, a prescindere da questo, chi lavorava al Fondo aveva piena contezza della non assoluta affidabilitá di queste stime, in un mondo in cui non vi era alcun consenso su quale fosse una stima credibile di questo moltiplicatore.

A un certo punto, siamo nel 2012, il FMI pubblica il suo solito World Economic Outlook. A pagina 41 del documento (trovate qui), Blanchard afferma di suo pugno che “(…) actual fiscal multipliers were larger than forecasters assumed.  (…) our results indicate that multipliers have actually been in the 0.9 to 1.7 range since the Great Recession“. La cosa genera un boato di giubilo nella stampa di sinistra mondiale, che vede finalmente un appiglio istituzionale per poter affermare la sua tesi – si veda, ad esempio, il Guardian.

Questa è la famosa “ammissione” di cui parlano tutti. Posto che detta “ammissione” non suona certo come una inversione a U delle posizioni di Blanchard (se in macroeconomia ha ancora senso parlare di impostazione teorica o di scuola, Blanchard puó essere classificato come keynesiano), bisogna poi vedere se un risultato del genere tiene. Va ricordato, infatti, che un IMF report non è soggetto allo stesso scrutinio di un articolo su una rivista peer reviewed.

E infatti, puntualmente, è bastato che qualcuno si mettesse a cercare di replicare i dati del boxino di Blanchard sul WEO per scoprire che quei risultati non erano a prova di bomba: in pratica, bastava togliere la Grecia dal campione per far crollare il moltiplicatore. Ovviamente, un risultato in cui basta togliere una osservazione dal campione perchè cambi tutto non è una piattaforma solidissima da cui sparar sentenze. Eppure viviamo ancora nell’onda lunga di un boxino, su un report WEO, che un giornalista del Financial Times ha mostrato non essere scritto bene.

In conclusione: quanto sono grandi, sti benedetti moltiplicatori? Personalmente, per quel che conta la mia opinione (ed è molto poco) ritengo che la domanda sia mal posta. Innanzitutto, trovo ci sia una attenzione esagerata per gli effetti di breve periodo di questa o quella scelta politica, senza considerare che tipo di sistemi di incentivi certe politiche finiscono per fare affermare. Anche se il moltiplicatore fosse maggiore di 1 potrebbe non essere una scelta intelligente procedere a piani di stimolo, e viceversa. Ed è assolutamente possibile che, anche se si riuscisse a stimare correttamente l’effetto delle politiche fiscali nelle serie storiche a disposizione, questo ci direbbe pochissimo sugli effetti futuri.

Il dibattito sull’austeritá è in realtá non altro che il riflesso del tentativo di legittimare un crescente o ridotto ruolo dell’intermediazione pubblica come soluzione alla crisi, da parte di persone con chiari obiettivi politici. Ma un dibattito in cui le posizioni su un tema sono in realtá posizionamenti tattici su un altro tema di fondo non è un dibattito in cui prendere sul serio le posizioni di nessuno. Meglio disintossicarsene: se uno parla di austeritá, cambiate canale.

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

4 Comments

  1. Grazie per l’articolo e per aver accettato di correre il rischio del tema “tecnico”, che effettivamente può aiutare molti lettori a districarsi in questo meandro della retorica dell’austerità (i “moltiplicatori fiscali”).

    Vorrei giusto aggiungere un punto, forse ancora più tecnico, sull’insensatezza del dibattito sui moltiplicatori fiscali, che ancora non capisco come non sia riuscito a far breccia nella disciplina. Anche insospettabili e stimati economisti continuano infatti a fare riferimento al moltiplicatore fiscale come un valore che si applica all’intero arco delle voci del bilancio pubblico, come se aumentare le accise sulla benzina per 100 milioni di euro avesse lo stesso impatto di un taglio di eguale entità ai sussidi per gli ospedali omeopatici di Scilipoti.

    In verità, ci dovrebbe essere almeno un set minimo di elementi chiarificatori quando si parla di moltiplicatori ed almeno differenziare l’impatto tra il breve e lungo perido (come menzionato nell’articolo), ma anche tra aumenti di tassazione e riduzioni di spesa (che sono generalmente distinti), tra aumento e riduzione della posizione fiscale netta (cioè, il moltiplicatore può facilmente essere asimmetrico tra consolidamento ed espansione fiscale) e, in definitiva, tra le diverse voci di spesa e di entrata.

    I moltiplicatori di un aumento dell’IVA non sono comparabili a quelli legati ad un aumento dell’IRPEF o alla tassazione sulla casa. Oltre ad avere profili temporali diversi, hanno anche diversi valori nel lungo periodo. Quindi, parlare “in astratto” dell’impatto sulla crescita di “ulteriori misure di austerità” citando un moltiplicatore X non ha davvero alcun senso, per quando precisamente questo X possa essere stato stimato.

    Per fare un esempio concreto, si immagini una “svalutazione fiscale” a costo zero, con un aumento dell’IVA e simultanea riduzione della tassazione sulla produzione (per esempio con riduzione del cuneo fiscale). L’impatto sul PIL sarebbe positivo (quanto meno per la riduzione delle importazioni a parità di valore aggiunto) e il costo pari a zero. Quanto è il moltiplicatore di tale operazione? X tendente a infinito? E se più paesi seguono questa politica e li mettiamo tutti in una regressione (il box di Blanchard è una cross section di 27 paesi, scelti anche abbastanza ad hoc: levando i baltici, aggiungendo Svizzera e Norvegia, e così via, come spiegato in un successivo IMF working paper), cosa ce ne facciamo dei moltiplicatori che otteniamo?

    Ovviamente Commissione e IMF nelle loro previsioni degli impatti delle politiche procedono per stime “per misura” e non un tanto al chilo per l’intero pacchetto, prendendo l’intera gamma di misure e moltiplicandole per un valore (e tra l’altro, nel suggerire questo procedimento, anche Banchard è stato un po’ ingiusto verso i suoi colleghi).

    Quindi mi scuso per il lungo commento, ma pensavo che fosse importante sottolineare in maniera ancora più forte l’incredibile banalizzazione del discorso mediatico su un concetto estremamente delicato e “tecnico”, ad ulteriore rinforzo delle condivisibilissime conclusioni dell’articolo.

  2. Grazie. Commento utile e condivisibile. Quasi quasi edito l’articolo quasi solo per suggerire di prestare attenzione anche al commento per approfondire il discorso

  3. Devo correggerti. Nell’articolo del Financial Times che hai citato, il giornalista si esprime così:

    “For the countries where the full data are available on the IMF website, the results lose statistical significance if Greece and Germany are excluded.”

    Blanchard e Leigh hanno pubblicato questo paper qualche mese dopo:

    https://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2013/wp1301.pdf

    in cui ripetono l’esercizio proprio per rispondere a quell’articolo e affermano:

    “when we remove the
    two largest policy changes (those for Germany and Greece), the estimate of β declines to –
    0.776 (t-statistic = –2.249) but remains statistically significant at the 5 percent level. Thus,
    concerns raised by some in reaction to an earlier version of this paper, that excluding the
    largest policy changes from the sample might render the results insignificant, seem
    exaggerated.”

    Dunque, mentre è vero che il moltiplicatore scende levando quei due outlier, la correlazione statistica resta. Oltretutto la regressione che Blanchard e Leigh fanno in questo paper è di questo tipo:

    Forecast Error of ΔYi,t:t+1 = α + β Forecast of ΔFi,t:t+1|t + ε i,t:t+1

    In buona sostanza calcolano l’errore di previsione del 2010 rispetto alla crescita del 2011: con il campione pieno questo risulta 1.095, dunque un errore di poco più dell’1% di PIL, senza Germania e Grecia di 0.776% (si veda tabella 1). Dunque caro amico, l’errore rimane anche togliendo questi due casi.

    Inoltre contesto vivamente che si debba passare dal considerare questi aspetti all’emettere un giudizio come il tuo: che parlare di austerità sia sbagliato. L’austerità è stata una politica economica recessiva e a mio avviso un modo sbagliato di affrontare i problemi del nostro sistema economico, in particolare quelli del sistema finanziario e bancario.

    Del tema mi sono occupato nella mia tesi di laurea, che potete acquistare a questo link:

    http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=48922

    Ma se giustamente pensate che il gioco potrebbe non valere la candela…allego un paio di link dove potete trovare degli estratti liberamente consultabili:

    http://csepi.it/politiche-economiche-in-grecia/ qui la parte dedicata alla Grecia: espongo i danni provocati all’economia greca dall’austerità

    http://csepi.it/data/documents/WP-nr.-1.pdf qui espongo la teoria alesiniana dell’austerità espansiva e tutte le sue confutazioni in sede accademica.

    Ciao!

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