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La toppa di Reading

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Ad una fiera di matricole dell’università di Reading, nello stand dell’associazione secolarista RAHS è stato esibito un ananas con un cartellino che spiegava che il suo nome era “Maometto” (dopo il casino che si è creato, il frutto è stato ribattezzato “Gesù”, ma insomma). Nelle intenzioni dell’associazione, la provocazione aveva l’obiettivo di stimolare una riflessione collettiva su un dibattito che l’associazione ha in programma per i prossimi giorni, dal significativo titolo “Dovremmo rispettare la religione?”. Checché ne dicano i diretti interessati, che hanno sguazzato nel brodo da loro abilmente cucinato incassando un dividendo di visibilità mediatica altrimenti inimmaginabile, si è trattato di una provocazione sbagliata e perfino controproducente.

Dal mio punto di vista, ogni religione è accettabile, per quanto le sue prescrizioni mi possano apparire infondate, assurde e sempreché non violino una legge disegnata ed applicata per garantire tutti. Fintanto che la religione e i suoi comandamenti restano un fatto privato, e non comportano imposizioni a chi a quel credo non appartiene, poter praticare una fede liberamente è espressione di una società libera come quella che mi piace. Se insomma io credo negli spaghetti volanti, e se il mio culto pretende che io debba accendere ogni sera un bastoncino d’incenso davanti ad un’effigie di fumante pasta al ragù per garantirmi una vita dopo la morte ricca di carboidrati e proteine, non ci vedo niente di male.

Diverso, ovviamente, sarebbe il caso di un culto che obbliga i suoi fedeli allo sgozzamento dei primogeniti. Interessante è il caso rappresentato da una setta come quella degli Skoptsy, che, per essere più vicini al loro Dio, si facevano castrare e rimuovere i seni. Da un punto di vista emotivo, soffro un po’, ma alla fine non posso che concludere che perfino quello all’integrità fisica della persona, in presenza di libero consenso e di un concetto evanescente assai come quello di “sanità mentale”, è un diritto disponibile. Altrimenti si dovrebbero proibire il sadomaso e le pratiche di body modification, tipo quelle esemplificate in home page (a quanto pare, siamo qui anche per difendere questi allegroni con la faccia “ciambellata”).

Per inciso, ragionamenti simili si dovrebbero applicare, mutatis mutandis, anche all’esibzione pubblica di segni religiosi sul proprio corpo – ed è per questo che, dopo un momento di iniziale confusione, ho finito per detestare la legge francese che a suo tempo li ha proibiti. Anche se è stato un amico più saggio di me a convincermene, mi pare tanto ovvio che quasi non vale la pena ripeterlo: se è mia libera scelta andare in giro vestita con un vestito che mi copre tutto il corpo a parte gli occhi, perché un altro dovrebbe impedirmelo? La tua kippah vale quanto il suo crocifisso. Il corpo è mio: ho riempito il mio di tatuaggi zen, perché tu non puoi decorarlo con il simbolo del tuo Dio, o dio, come si vuole?

Dicono i ragazzi della RAHS che volevano attirare l’attenzione sul caso della povera signora Gillian Gibson, finita in carcere a Karthum (Sudan) per aver chiamato “Maometto” l’orsetto di un suo alunno. Ma ciò che è accaduto alla Gibson è cosa diversa: è la conseguenza di un sistema giudiziario (stato) fondato sulla sharia (legge islamica), ovvero su precetti religiosi. Non capisco bene in che modo la provocazione della RAHS possa essere d’aiuto a comprendere il patente abuso subito dalla maestra britannica. Era evidente che, tra tutte le matricole di Reading ci sarebbero stati dei musulmani, ed era inevitabile che sarebbe scoppiato un piccolo “caso”.

Spiace constatare che i ragazzi siano stati alla fine allontanati – per la stessa ragione per cui sono dalla parte del tipo con la ciambella in faccia (anche se, con tutto il rispetto, mi fa un po’ schifo). La libertà di parola è una gran cosa, ed è un peccato che non si sia stata concessa anche ad arroganti e direi anche un po’ violenti provocatori come quelli di Reading. Male, dunque, l’espulsione. Tuttavia, per entrare nel merito, le persone della RAHS, con il loro comportamento concludente, sembrano aver già dato una risposta alla questione che intendono dibattere nella loro tavola rotonda. “Si può rispettare la religione?”. Il loro verdetto mi pare chiaro: no, non si la si deve rispettare. E a questo punto, a me quel banchetto in cui si cerca di far proseliti del libero pensiero attaccando direttamente le credenze altrui (la fede di una minoranza, peraltro, già vittima dei pregiudizi più osceni) mi ricorda tanto il blaterare offensivo di un -ipotetico- esaltato che mi fermasse per strada per ingiungermi di pentirmi dei miei peccati e di credere in Nostro Signore, perché sono un peccatore, e questa è la mia ultima speranza.

In fondo, le associazioni secolariste vengono spesso definite anche umaniste, proprio perché devono (dovrebbero) mettere l’uomo al primo posto. Dovrebbero combattere gli abusi delle religioni, portare argomenti concreti contro l’esistenza di Dio, difendere gli atei dalle leggi che i bacchettoni vogliono imporre a tutti, musulmani, atei e giainisti come me: non, per favore, fare la lotta ai propri simili solo perché hanno la “debolezza” di credere. Non dar loro dei dementi solo perché la loro storia e il loro cuore li spingono a credere in cose che secondo loro non esistono. Ecco, criticarli quando si dimostrano ipocriti, quello sì, è un servizio utile, anche alle religioni, alla fine. Il tutto, naturalmente, se non si creda talmente tanto nel proprio ateismo da diventare fastidiosi con i bacchettoni che non disturbano minimamente il proprio ateismo. In fondo, tutti crediamo nelle cose più strane ed evanescenti, e spesso quello che crediamo non è più reale degli “spaghetti volanti”.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

3 Comments

  1. mah, no. Da ateo non esigo rispetto per le mie non-credenze. Voglio solo non essere trattato come cittadino di serie B per esse. E pazienza se i cattolici ridono di me immaginandomi in un girone a caso.
    Il relativismo è una chimera, e va applicato solo nei rapporti sociali. Io penso che i vegetariani siano dei coglioni, non che abbiano ragione quanto me. Però, se la persona con cui sto parlando non mangia carne amen, non voglio convertirla al filetto al balsamico e nemmeno non invitarla alla grigliata a casa mia, sulla piastra ci metterò un tomino. Però non vorrei che mi vietasse di ironizzare sul maialino da latte che si sta perdendo, so che ci crede, ma io pure credo al porco grigliato anche se non ne faccio un caso di stato, ma privato.

  2. La soluzione al problema è tanto semplice quanto evidente. Le persone meritano rispetto a priori, le idee no. Ecco perché si può detestare una religione (specie quando assumono forme incivili, come in Italia) ma si devono rispettare le persone che scelgono di seguirla. Sempre.
    Tutto il resto è conseguenza.

  3. Considerando che la religione e ‘ la risposta ridicola di una mente malata a interrogativi abbastanza comuni per l’uomo, direi che la religione puo’ essere TOLLERATA entro precisi limiti, come una mania o una fobia, fintantoche’ questa non crea danno al resto della societa’.
    Tollerata mentre lo Stato dovrebbe adoperarsi per creare le condizioni sociali per far si che tali disagi esistenziali non abbiano piu’ motivo di esistere. Una societa’ piu’ giusta ed equa, maggiore istruzione per tutti e divieto di pratiche al limite del lavaggio del cervello somministrate a bambini e quant’altro dovrebbe fare in modo da ridurre drasticamente criminalita’, disagio esistenziale, manie, fobie, e religione.
    Un mondo migliore a partata di mano, se solo si volesse.

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