La sostenibilità del debito greco

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Premessa (ancora): questo articolo avrebbe dovuto essere semplicemente la seconda parte di un discorso sui vari fraintendimenti che popolano il dibattito sui fatti correnti in Europa. Quando è diventato evidente che il primo era già fin troppo lungo, ho deciso di spezzarlo.

Aprire un giornale a caso, specialmente se americano o dell’Europa meridionale, porta con la quasi assoluta certezza al ritrovamento di un editoriale (talvolta anche di gente colpremionobbel, signoramia) in cui vari e coloriti ragionamenti partono da una indiscutibile premessa: l’insostenibilità del debito greco. Tipicamente questa premessa prende le forme di una esortazione a guardare la realtà, come se non fosse possibile prenderne atto a meno di vivere sulla Luna.

Eppure.

Che i debiti si debbano sempre pagare è una posizione, diciamo, più di natura morale che economica. La storia è piena di esempi di debiti ripudiati o non onorati; è una scelta basata su costi e benefici, come in tutti i casi. Quali siano gli effetti di questa scelta, però, non è possibile dirlo ex ante: gli esempi noti vanno in direzioni molto diverse, anche se (mi) sembra che le ristrutturazioni di successo siano quasi tutte post-belliche, mentre quelle che aprono il ciclo di instabilità finanziaria e quindi nuovi default seguono periodi di incontinenza fiscale.
In ogni caso, un paese puó comunque vedersi costretto a fallire se, alla scadenza di una quota del suo debito non trova nessuno disposto a comprare nuovi titoli in modo da ripagare i creditori, nè dispone di liquidità sufficiente per estinguere la posizione in scadenza. Quando il debito è tanto, gli interessi sul debito sono alti, e la crescita del PIL è bassa, un paese può trovarsi ad aumentare il rapporto tra debito e PIL anche solo per inerzia. Un esempio: l’Italia ha quasi sempre tassato piú di quanto abbia speso al netto degli interessi negli ultimi vent’anni, ma ciononostante il debito pubblico è cresciuto piú del PIL. Questa dinamica ovviamente aumenta la probabilitá di trovarsi a dover dichiarare default anche se non lo si desidera.

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Ora possiamo parafrasare l’espressione abusata del giorno, che diventa: la Grecia di oggi ha ereditato un debito pubblico talmente elevato che in un futuro prossimo si troverà nelle condizioni di non poter rifinanziare una delle rate e dovrà dichiarare default.

Questa affermazione era vera all’inizio della crisi, ma da allora sono successe tantissime cose. È sorprendente vedere i commentatori di varie fazioni ignorare i fatti per continuare a ripetere lo stesso mantra. Andiamo appunto alla Primavera-Estate del 2011, quando le sfilate lasciano intendere che nella stagione successiva andrá di moda il gomblotto tedesco / bancario / eurocratico / farmaceutico / etc.. Due anni prima la crisi avrebbe posto la Grecia in condizione di fallire: evidentemente persuasi dall’idea che tale situazione fosse temporanea, gli altri stati europei avevano “salvato”  il Paese lanciando un primo pacchetto di aiuti condizionale al rientro del deficit e a riforme atte a migliorare la crescita. Cosí, nel 2011, il disavanzo pubblico greco ammonta ancora al 10% del PIL (quello al netto degli interessi al 5%), il debito è il 140% del PIL e per l’anno si prevede un aggravarsi della recessione.  Inoltre, molte delle riforme promesse dall’esecutivo sono al palo. In questo scenario, il debito greco è insostenibile e non per cause temporanee. Nel Giugno dello stesso anno, Wolfgang Schaüble esce dal covo dei cattivi e manda una lettera a BCE e FMI auspicando una ristrutturazione del debito greco.

La ristrutturazione del debito greco diventa il tema dei meeting dell’autunno-inverno 2011/2012, e si conclude con una serie di operazioni – i dettagli tecnici sono ben riassunti qui – che riducono il valore del debito greco coinvolto nel processo del 50% (circa 107 miliardi di euro: per farsi un’idea, il PIL greco era di circa 210 miliardi). Il dato ufficiale “debito/PIL” non cambia, ma cambia (e molto) la sostenibilità dello stesso, perchè vengono cambiate (spostate in avanti) le scadenze per il pagamento del capitale e spalmati nel tempo i pagamenti degli interessi. Ovviamente, se io ho un credito di 10 esigibile oggi, quel credito vale 10. Se il credito di 10 è esigibile tra quarant’anni,è tanto che valga 5. Donde, il trasferimento di 107 miliardi. Come si vede qui, i pagamenti si estendono oltre il 2050. Nemmeno Paperino è mai riuscito a spostare il pagamento dei suoi debiti in avanti nel tempo come hanno fatto i greci. Per fare un paragone, il debito italiano oggi ha una scadenza media nel 2021; quello greco nel 2032!

Spalmare nel tempo i debiti ha anche effetti sugli interessi che si pagano ogni anno; poichè, come sopra, se gli interessi pesano meno, il rischio che il debito esploda anche quando si spende meno di quanto si tassi è minore, questo ha posto la Grecia su un sentiero di maggiore sostenibilità. Per dirne una, la spesa per interessi in Grecia è oggi inferiore rispetto a Italia e Spagna, e comparabile a quella francese:

 

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Ovviamente, se la crescita del PIL non c’è, tutti questi ragionamenti valgono poco. Ma, prima dei casini di Tsipras, le previsioni di crescita greche erano rosee (2,9% per il 2015, si veda qui a pagina 50). Per chi dice, giustamente, che le previsioni possono sbagliare: sì, sbagliano anche per difetto, e nell’ultimo trimestre del 2014 era successo proprio questo. Che poi, giusto per guardare a cosa si scriveva in quei mesi, ecco spuntare:

Those fears have also grown amid fresh concerns over Greece’s volatile political landscape. Early next year, Greece’s government must ask parliament to vote for a new head of state when the current one’s five-year term ends. (…) Public opinion polls suggest national elections would likely bring the antiausterity opposition Syriza party to power. (…) «Greece will achieve its full-year GDP target, but the problems will emerge again during the fourth quarter of the year, and are expected to remain in 2015 and maybe 2016,» said Panagiotis Petrakis, economics professor at Athens University. «Economic activity is likely to be stressed because of the political uncertainty.»

E cosí è andata. Nel Gennaio di quest’anno Syriza è andata al potere, e quello che è successo è ancora fresco nella memoria di tutti. In questo caso la lezione è abbastanza chiara ed univoca: quanto è successo negli anni 2011-2014 rendeva non necessariamente vera l’affermazione circa l’insostenibilitá del debito greco. C’erano fragilitá, ma in assenza di troppe cattive notizie le cose potevano anche prendere un corso positivo. La campagna di Syriza, echeggiata dai populismi di tutto l’Occidente, insieme ai fumosi preminobbel di cui sopra, è partita da una premessa sostanzialmente autodistruttiva, cioè che il disastro fosse inevitabile. Ed oggi, a quanto pare, è molto vicina ad essere riuscita nell’obiettivo di farlo accadere.

 

Nel post scriptum, vi invito a comparare questa narrazione, se la ritenete quantomeno coerente, possibilmente fondata su qualche dato di realtá e magari anche sensata, con il tipico prodotto dell’opinionismo italiano. Una (mostruosa) rassegna:

1. Alessandro Gilioli;
2. Christian Raimo;
3. Carlo Clericetti;
4. Marco Valeri
5. Nino Galloni

 

 

 

 

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

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