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La sentenza del G8: quando i garantisti dormono.

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E’ passata quasi una settimana dalla sentenza di condanna di alcuni manifestanti per gli scontri di piazza durante il G8 di Genova nel 2001. Pene fino a 14 anni di reclusione, condanne durissime per gli imputati riconosciuti colpevoli del reato di “devastazione e saccheggio”.

Si tratta di un reato previsto dall’art. 419 del codice penale e che risente notevolmente dell’impianto autoritario dello stesso codice, approvato nel 1930 in pieno regime fascista.

Secondo la Cassazione, la condotta di devastazione e saccheggio si differenzia da quella del semplice danneggiamento (art. 635 c.p. che prevede pene assolutamente inferiori) laddove le condotte dannose “siano poste in essere con modalità talmente vaste da ledere il bene giuridico dell’ordine pubblico”.

Sembrerebbe quindi scontata la condanna per devastazione a soggetti ritenuti colpevoli di condotte dannose in giornate in cui l’ordine pubblico è stato effettivamente sconvolto (del resto ce lo dice Repubblica, e Repubblica è un giornale progressista, quindi sarà vero). In realtà tante sarebbero le cose da discutere.

In primo luogo, ci dice Livio Pepino di Magistratura Democratica, per integrare il reato di devastazione, sono necessari eventi di eccezionale gravità tali da mettere davvero a repentaglio la pacifica convivenza: i disordini di Genova sono stati serissimi ma siamo sicuri che l’ordine pubblico sia stato davvero così pregiudicato da doversi ricorrere a un reato che prevede una pena minima di 8 anni? Eppure esiste l’ipotesi di danneggiamento aggravato durante lo svolgimento di una manifestazione!

Dove sono i confini tra questa ipotesi di danneggiamento aggravato e devastazione e saccheggio? E’ importante comprenderlo visto che la differenza di pena è abissale! Questo il secondo problema: l’art. 419 c.p. punisce chi “commette fatti di devastazione e saccheggio” senza fornirci alcun criterio su cosa si debba intendere per devastazione e saccheggio.

La disposizione non sembra compatibile con il principio di determinatezza o di tassatività, di rilevo costituzionale, secondo il quale le condotte penali devono essere descritte in maniera chiara e specifica. Non essendo nemmeno chiaro cosa integri la lesione dell’ordine pubblico, è dubbia anche la compatibilità con il principio di offensività.

Per renderci davvero conto di cosa stiamo parlando, torno di nuovo all’articolo di Pepino: il reato di devastazione e saccheggio non è stato praticamente mai contestato durante la storia repubblicana, “non nei moti successivi all’attentato a Togliatti o nella sommossa di Genova del luglio 1960, e neppure nelle molte manifestazioni studentesche e operaie del ’68 e del ’69 o nella rivolta dei «boia chi molla» di Reggio Calabria del 1970, per non limitarsi che ad alcuni esempi”.

Fu invece contestato durante le rivolte carcerarie degli anni ’70 e negli episodi di terrorismo alto-atesino: episodi di gravità non equiparabile ai disordini genovesi. Dagli anni ’80 è contestato in casi di violenza negli stadi.

Secondo Pepino, si tratta di un’imputazione utilizzata quando si voglia colpire “tipi di autori particolarmente invisi alla società (i nemici o gli ultimi)”. E’ chiara allora la valenza politica di questo reato ed è questo il punto più importante.

E’ passata quasi una settimana dalla sentenza e non vi è stata alcuna reazione dalle forze politiche principali – nemmeno da quelle che ogni giorno si stracciano le vesti sul garantismo – e, sorprendentemente, nemmeno dal partito radicale (forse i no-global sono troppo distanti dal pensiero radicale?). La sentenza di Cassazione ormai è immodificabile: non rimane nessuna strada dal punto di vista giudiziario. Ma rimane una strada politica!

Va affrontato il problema del reato di devastazione e saccheggio: così com’è la norma sembra davvero scarsamente compatibile coi principi costituzionali. Si dovrebbe abolire il reato o, quanto meno, chiarirne e limitarne i confini: i nemici della società stanno sulle balle a tutti, certo, ma uno stato democratico deve essere migliore di “tutti” e non può cercare o tollerare punizioni esemplari e capri espiatori.

Si deve anche pensare seriamente ad una campagna per la grazia ai condannati; non si tratta di giustificarne gli atti, si tratta di correggere una evidente sproporzione della pena. Pensate che qualche forza politica se ne farà carico? Pensate male: non succederà! Santè

(SINDACATO PAGANO) Nato in terre calde e prospere di disoccupazione si trasferisce giovinetto al Norte dove adesso lavora, rigorosamente a fini di lucro. Attende con speranza che Grillo faccia approvare il reddito di cittadinanza così da poter finalmente vivere come un rentier. Ha scelto il nome da usare nel blog guardando tra le bottiglie di alcolici di un amico rivoluzionario.

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