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La mia festa del papà

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Forse non è del tutto vero quello che diceva di me il mio vecchio, col suo amabile sarcasmo: “libero pensatore in campagna e bigotto in città”. Ma nemmeno aveva tutti i torti, forse: l’ho constatato qualche giorno fa, discutendo in famiglia su una questione più importante di quanto sembri.

Uno degli alunni della scuola della mia figlia minore ha due mamme. Ad inizio anno, le due signore si sono presentate ad un incontro scolastico, dando esplicitamente la loro disponibilità a rispondere ad eventuali domande degli altri genitori . Iniziativa civile e anche piuttosto coraggiosa, in un contesto conservatore e conformista. Non so dire perché, ma, istintivamente, il loro atteggiamento esplicito mi è sembrato un po’ sopra le righe.

Inutile dire che il confronto che hanno sollecitato le due mamme non si è mai svolto: la maggioranza dei genitori preferise a quanto pare il complotto al dialogo. Quanto a me, posso solo dire di aver sofferto un po’ per la mia incapacità di vivere all’altezza delle mie idee.

Dopo lo choc iniziale, il tam-tam sotterraneo ha trovato nella festa del papà una nuova occasione di polemica. Dalla scuola hanno infatti fatto sapere che quest’anno i bimbi non avrebbero svolte le attività previste per la festa del papà, presumibilmente per non mettere in difficoltà la famiglia-delle-due-mamme della nostra classe.  In generale, le altre famiglie non l’hanno presa bene: “io non discrimino, ma loro non devono discriminare noi”, questo, in sintesi il loro ragionamento.

Lì per lì, anche io sono rimasto perplesso: certo, perché, per una volta, il diritto di qualcun altro significa qualcosa di più di un’enunciazione di principio: comporta, semplicemente, la necessità di accantonare una vecchia consuetudine piacevole (ricevere il “lavoretto” della mia bambina). A che cosa sono valse, allora, tante parole magniloquenti, quando non si è in grado di dargli corpo quando è necessario? In fondo è una cosa semplice, perfino banale: la maturazione politica ed umana è un percorso impervio e mai privo di costi. A quanto sembra, (anche) questo papà ha bisogno di qualche vitamina libertaria.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

9 Comments

  1. è davvero una questione banale, tanto quanto spinosa.
    E’ giusto accantonare una tradizione così? una tradizione che è bella perchè è bella , non bigotta, non di parte…
    E’ indubbio però che il bambino in questione si sarebbe sentito a disagio , e questo non è bello, non può esserlo mai.
    Come d’altra parte ci si sentirebbero dei bambini orfani di padre… ecco, mentre sto scrivendo senza pensare sono giunto alla conclusione che, se nei confronti di questi ultimi è doveroso rinunciare alla celebrazione della festa e nessuno si sentirebbe di dire altrimenti, forse è giusto farlo anche per quel figlio senza un padre maschile, dato che anche se si parte da presupposti diversi si tratta pur sempre della stessa sensibilità.

  2. 1) Lode al coraggio di Mario, ammettere le proprie difficoltà nel “vivere all’altezza delle proprie idee” non è da tutti.
    2) “io non discrimino, ma loro non devono discriminare noi”: so che è il loro ragionamento e non il tuo, ma è del tutto sbagliato. Se fare una festa del papà in una classe in cui non tutti hanno un papà la cataloghiamo come discriminazione (probabilmente un po’ esagerando coi termini, nel caso specifico), non farla è rispetto, mica discriminazione al contrario.

  3. Come se fossero i bambini con due mamme quelli che soffrono per la mancanza del papa’! I figli di famiglie omogenitoriali non hanno la classica sindrome dell’abbandono che hanno per esempio i figli di etero in cui padre e’ scappato con la segretaria. A differenza dei figli etero con padre assente/scappato/morto ecc, non si chiedono come sarebbe stata la loro famiglia se le cose fossero andate come previsto in quanto la loro famiglia non ha mai previsto la presenza di qualcuno che poi non c’e’ stato.

    • Ma giusto per buttarla li: le coppie omo non scoppiano mai?
      Può capitare, capiterà, e queste tue righe perderanno senso.
      Detto questo, io non ho problemi con le adozioni a coppie dello stesso sesso (e magari questa non aveva neanche adottato, ma normalmente procreato).

  4. non è un problema semplice. se in una classe dove c’è anche un solo bimbo con due mamme, oppure orfano, o con padre scappato con la segretaria o con genitori divorziati, giustamente non si fa la festa del papà, allora probabilmente la festa va abolita. lo stesso principio vale per la festa della mamma, dei nonni, degli zii o dei fratelli. poi il natale, la pasqua e le domeniche… allora forse queste ricorrenze, che non ho mai capito, vanno riviste in funzione dei nuovi rapporti sociali…

  5. bella tematica….in passato credo non ci sia mai stata nessuna iniziativa del genere per chi è orfano.
    Mi sembra un bello spunto

  6. “io non discrimino, ma loro non devono discriminare noi”
    Beh, è reazione comune è vero, ma è anche fuori mira, molto fuori mira, in quanto, di solito e se ho ben compreso ciò che ho letto di sicuro in questo caso, non sono “loro” che discriminano gli altri, ma una parte degli altri che si auto-discrimina.
    Per un malintesissimo senso di “rispetto verso la sensibilità altrui”.
    Cerco di spiegarmi meglio: abolire de facto una consuetudine indubbiamente piacevole, sia per il bambino che produce un manufatto da donare al proprio genitore sia per il genitore che lo riceve, “solo” perchè in quella classe c’è chi quel genitore non ce l’ha non è “sensibilità”, è ipocrisia, e pure della peggior specie.
    Ed indice, a mio avviso, di scarsissima professionalità di chi ha avuto l’ideona che siccome c’è chi il papà non l’ha allora non lo festeggia nessuno; complimenti!
    Allora, appena ci sarà qualcuno senza mamma, non festeggeranno più neanche lei; e se mai dovesse accadere d’avere in quella classe un disabile nessuno farà più attività motorie che sennò se ne urta la sensibilità.
    O sarebbe meglio, e credo compito di veri e ben preparati educatori, gestire qualsiasi “diversità” tra alunni in modo diverso dal semplice rifuggirne accuratamente ogni possibile manifestazione?

  7. In un mondo perfetto le due mamme non dovrebbero specificare alcunché perché si darebbe per scontato che i diritti del loro figlio siano uguali a quelli degli altri. E con diritti non intendo solo quelli legali, ma anche tutto quel sottobosco di chiacchiericci che inevitabilmente accompagna tutto ciò che si trova oltre la siepe della propria casa.
    Questo invece è un mondo (senz’altro una città, ma mi sento di poter allargare l’affermazione all’intera nazione) in cui i bambini vengono discriminati alle scuole elementari anche solo perché la loro mamma è morta. So di che cosa parlo, l’ho visto succedere. E la morte è una cosa che conosciamo da sempre. Vi immaginate la reazione nei confronti dell’omogenitorialità (word neanche riconosce la parola), che stiamo imparando a conoscere ora?
    Non faccio nessuna fatica a credere ai complotti di cui parla l’autore del post e sarei curiosa di sapere se l’alunno in questione viene invitato alle feste o a casa degli amichetti tanto quanto gli altri. Il bambino senza mamma di cui parlo, ad esempio, non lo era.
    La lingua è una cosa viva, che muta con il mutare dei costumi di un popolo. Chissà se si può dire lo stesso delle tradizioni. Sarebbe bello essere così maturi da accettare una tradizione nuova perché il mondo sta cambiando, ma questo inevitabilmente crea un impatto di resistenza, almeno iniziale. Apprezzo l’onestà intellettuale dell’autore nel riconoscerlo: è il primo passo per superare la resistenza. Forse i bambini potrebbero festeggiare lo stesso con il regalino per il papà e poi magari il bimbo potrebbe fare due regalini in occasione della festa della mamma. Penso che il papà e la mamma vadano però festeggiati a casa e non a scuola, così sarebbe buona norma abolire queste tradizioni scolastiche.

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