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THE HUMAN STAIN, Nicole Kidman, writer Philip Roth on the set, 2003, (c) Miramax

La Macchia Umana, di nuovo

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Comprai questo romanzo di Philip Roth a un’età troppo precoce per poterlo apprezzare del tutto (col senno di poi, troppo precoce anche per riconoscerne i difetti).
Andò così: vinsi un buono-libri per una “gara di lettura”, e per spenderlo entrai in una libreria dove mi cadde l’occhio su uno struzzo Einaudi avvolto da un nastro con l’immagine di Nicole Kidman. Il nastro con l’immagine era dovuta al fatto che stava per uscire l’adattamento cinematografico con la Kidman ed Anthony Hopkins nel ruolo dei protagonisti. Immagino che per lei questo dovesse essere l’ennesimo ruolo forte in quel periodo d’oro della sua età adulta in cui i ruoli “forti” le venivano quasi lanciati addosso (mi sembra anche esemplare il modo con cui quel periodo si chiuse, in una sequela di interpretazioni assolutamente manieristiche tra Diane Arbus e la madre di un demonio, come solo un’attrice qualunque alla ricerca di ruoli forti sarebbe stata in grado di paccare).
Ad ogni modo, comprarlo mi sembrò un modo per confermare definitivamente il mio status di lettore di cose adulte, e per quanto un professore di lettere ti potrebbe anche indicare un milione di alternative più adatte, quello presi.

La storia che incontrai fu questa: Coleman Silk, un professore di greco antico alle soglie della pensione, pronuncia a lezione un appellativo equivoco rivolto a due studenti perennemente assenti; l’appellativo in questione sarebbe “spettri”, che in inglese, “spooks”, è stato in passato un modo dispregiativo per indicare la gente di colore. I due studenti, effettivamente persone di colore, portano il caso in facoltà. Il consiglio di facoltà, facoltà di cui Coleman è stato a lungo preside, prende sul serio l’accusa di razzismo e gli chiede formalmente delle scuse. Coleman non cede e alla fine viene costretto a dare delle dimissioni. Qualche mese dopo lo scrittore Nathan Zuckerman viene in contatto con Coleman, e apprende del suo rapporto con Faunia Farley, una signora analfabeta di 34 anni, madre di due bambini morti per sua negligenza, costretta a barcamenarsi tra più lavori per le condizioni di assoluta indigenza in cui versa. Il romanzo che prende corpo è la storia di Coleman, della sua relazione con Faunia, e del disvelarsi tragicomico (e vi prego di prendere quest’aggettivo sul serio) del perché, messo davanti all’accusa di razzismo, Coleman ha deciso di non lottare e dimettersi.
Philip Roth oggi va di moda. Ma in quei molti che lo trovano “eccessivo” ho sempre avuto il sospetto che non riuscissero a digerire il suo modo poco gratificante di intendere la letteratura. Specialmente, risulta spesso poco digeribile a quel “lettore attento”, che purtroppo – andate a una presentazione qualsiasi – esiste ed è persona che ostenta sempre più la sua passione per i libri as opposed to, ad esempio, un’idea di arte altrimenti corrotta dalla musica rap o dal digitale (da questo punto di vista, che c’entra anche molto con la storia di Coleman e Faunia – sulla fine, l’amante della musica classica rappresenta il culmine di questo modo sacerdotale e salvifico di vivere le proprie passioni). Rimane, fondamentalmente, uno scrittore troppo consapevole della miseria a cui personalmente va incontro quando scrive un romanzo. Non è necessariamente l’unico modo di intendere la scrittura, o avvicinarvisi, ma pare che per Philip Roth la miseria dello scrittore di fronte alle tragedie degli altri sia qualcosa di così ingombrante che il lettore non solo deve venire esposto alla storia, ma anche alla miseria di chi scrive; la sintesi che il lettore deve trarre, il “momento purificatore”, è accettare, all’interno di una storia sia la narrazione, sia lo scrittore, sia il suo gioco crudele sulla vita delle persone. Mi sembra qualcosa di abbastanza generale e costante nella produzione di Roth e che vale per tutta la sua produzione precedente e successiva alla Macchia Umana.

Ok, ma quindi, questa Macchia Umana? Me la sono andata a rileggere qualche mese fa in lingua originale. Devo dire, se a un età troppo precoce l’unica cosa che avevo potuto provare era la vaga sensazione di venire bombardato dalle parole e della nitidezza delle immagini, questa sensazione è rimasta, si è amplificata notevolmente e oltre i brividi di fronte alla bellezza di certi passaggi mi sono sentito anche sollevato dalla paura che diventare lettori sofisticati significa perdere qualcosa. Quali riflessioni si possono aggiungere adesso che si è diventati lettori maturi?
Sul conformismo accademico Roth fa una panoramica mirabile su quei temi che, ad esempio, tanto accendono le dita sulla tastiera di Luca Mazzone. Sulla sessualità e sul desiderio spiega cose che tanto farebbero incazzare i soliti progressisti degli anni 10. Anche sull’affermazione della propria identità porta il lettore ad affermare delle verità tremende. Spiegare e anticipare la portata aggressiva e grandiosa delle conclusioni del romanzo significherebbe spegnerne la miccia. Ecco, una consolazione per il lettore nuovo arrivato è che tutte le tematiche vengono introdotte e contestualizzate a poco a poco: questo è un grande pregio, curarsi del lettore più sprovveduto, basta che questi abbia la buona volontà di imbarcarsi e farsi “bombardare”; ed è qualcosa che ho trovato tanto più ammirevole nel momento in cui, da ragazzino, avrei forse rischiato di interrompere il romanzo se avessi anche avuto la minima sensazione che mi stessero sfuggendo troppe cose. Roth rimane comunque uno scrittore democratico. E cosa nasconde invece la letteratura incomprensibile? Nel romanzo ci sono anche pagine molto divertenti dedicate al nucleo geografico della produzione di un certo tipo di stronzate incomprensibili (Sì, amanti del bateaux mouches).
L’unica vera novità che mi sento genuinamente di osservare, a una seconda lettura, è il tono insolitamente elegiaco della storia in confronto a quello che Roth aveva prodotto prima della Macchia Umana. Dalle sue cose precedenti l’aspetto ludico dello scrittore e dei suoi alter ego è quasi sempre sembrato trionfare in maniera distruttiva sulle vite dei personaggi. E’ come se a chiudere la storia Roth impugnasse alla fine una tromba e la suonasse dritta nell’orecchio di tutti; la sensazione che ho avuto stavolta è che, se la tromba va comunque a sfracassare i timpani di chi porta all’esasperazione Coleman e Faunia, nei loro confronti Roth e il suo alter ego posino lo strumento a fiato, e mettendosi a spalla un violino concedano loro quella pace che la comunità invece ha strappato. E’ un romanzo in cui si indugia molto sui momenti in cui i protagonisti sono felici, ed è una cosa che mi ha sorpreso.
Cito sparsi dei momenti che valgono da soli l’acquisto o la rilettura del romanzo:
– Nathan Zuckerman che ritrova il desiderio di raccontare una storia mentre balla con Coleman
– Il confronto finale tra Coleman la madre
– Coleman e Faunia che ballano nudi
– Faunia che abbandona nella gabbia di un corvo l’anello di fidanzamento.
– Zuckerman che osserva per l’ultima volta Coleman e Faunia, a un concerto di musica classica.

Rimangono solo i difetti che, dicevo, ho invece rilevato avvicinandomi una seconda volta al romanzo: leggetevelo, e se li trovate ci passerete sopra.

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