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La filosofia dopo la fuffologia

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È noto a molti che le discipline umanistiche non godono di buona reputazione. Studiarle non sembra molto promettente se si ha in mente una carriera ben remunerata. E come se non bastasse, molti docenti universitari di tali discipline sono noti al grande pubblico per le sciocchezze che dicono che non per una dedizione autentica alla ricerca. C’è chi ritiene che questo secondo fenomeno spieghi perché le humanities versino in uno stato di profonda crisi: gli iscritti sono sempre meno e anche gli stanziamenti da parte dello stato alla ricerca fatta nelle humanities sono distribuiti con il contagocce. A chi scrive risulta difficile stabilire se la fuffa sia la ragione principale del disinteresse per le humanities. Vorrei però soffermarmi sui modi in cui alcuni ritengono che la fuffa possa essere combattuta. Secondo alcuni, il mercato penserà ad eliminare la fuffa. Il calo degli studenti porterà necessariamente a eliminare i corsi inutili tenuti da docenti incapaci. Questa tesi, però, suppone che gli utenti del sistema dell’educazione superiore siano in grado di distinguere la fuffa dai contenuti seri. Ogni evidenza sembra indicare il contrario. È quindi evidente che a fermare la fuffa debbano essere altri, gli esperti, coloro che sanno distinguere uno studioso serio da un Massimo Cacciari.

I fautori di questa strategia ritengono a volte che l’attuale sistema di “credentialing” accademico possa opporre un freno alla fuffa. La teoria di questi signori è la seguente. Fino a ieri in alcuni sistemi accademici – ad esempio, nel sistema accademico italiano – si diventava professori di humanities per mera cooptazione. Poiché i criteri della cooptazione sono meramente soggettivi, i meriti per ottenere una cattedra potevano spaziare da autentici meriti scientifici a contributi alla fuffa a favori sessuali a ricatti o ad altre bassezze cui l’accademia è tanto incline quanto il mondo che la circonda. Oggi invece, sostengono i cantori dei tempi nuovi, questo sistema non può continuare ad esistere nemmeno in Italia. I criteri soggettivi vanno sostituiti con criteri oggettivi – ossia con pubblicazioni in riviste con sistemi di referaggio seri. Tali cantori osservano che le riviste top delle humanities hanno un acceptance rate ben inferiore alle riviste scientifiche. In un settore che conosco bene perché è il mio, la filosofia, le migliori riviste hanno un acceptance rate attorno al 5% e talvolta persino inferiore. Ebbene, secondo i cantori dell’avvenire, se uno è reclutato soltanto sulla base delle pubblicazioni in tali riviste, il reclutamento dei docenti nelle humanities non dipenderà dall’arbitrio meramente soggettivo della vecchia cooptazione. Finalmente avremo ricercatori seri anche nelle nostre università italiane.
Ammetto che ho sempre guardato con sospetto la retorica che oppone il passato al presente.

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Fuffa before it was cool

A giudizio di chi scrive, gli uomini tendono a essere sempre tendenzialmente cialtroni, farabutti, ladri, ruffiani e adulatori a prescindere dall’epoca storica in cui si trovano a vivere. Pensare che il sistema di referaggio delle riviste ci garantirà la selezione dei migliori è come pensare che una procedura ci garantisca il conseguimento del fine per il quale essa è stata istituita. Se il fine delle votazioni è la democrazia, uno può certamente pensare che, dato che si vota, esiste la democrazia, ovvero il potere è nelle mani di ciascuno. Ma chi pensasse veramente che il suo voto valga quanto quello dell’ingegner De Benedetti non avrebbe capito come funzionano le élites. Lo stesso accade nelle riviste. La procedura della blind review non serve ad altro che a facilitare il giudizio dei pari. Ma se i pari sono cialtroni, il loro giudizio è ovviamente irrilevante. E, come si è detto, è ragionevole pensare che tra gli accademici la percentuale di cialtroni sia simile a quella che si ritrova nell’umanità tutta, ossia i cialtroni sono largamente preponderanti. Esistono, è vero, sacche di resistenza. Riviste ben fatte, guidate da ricercatori competenti. Dipartimenti ottimi. Studiosi bravi che si riconoscono tra loro. Sono sacche che si sono formate perché i bravi hanno deciso coraggiosamente di non ammettere tra le loro fila i cialtroni. Potrei nominare tanti dipartimenti nel mio settore, ma forse non è necessario, perché chi conosce l’accademia capirà facilmente di cosa sto parlando. Ma non appena si lascia spazio ai cialtroni, anche solo per “quieto vivere”, si è poi costretti ad assistere al loro proliferare.

I cialtroni, infatti, si “riproducono” accademicamente, fondando riviste in cui pubblicano i cialtroni e che servono a promuovere altri cialtroni. Non è infatti necessario che la maggioranza dei docenti di un dipartimento di humanities siano cialtroni perché la fuffa trionfi. È sufficiente che ce ne siano alcuni per infettare un corpo che sarebbe altrimenti “sano”. A poco vale quindi la resistenza degli sparuti ricercatori seri. Essi sono, appunto, confinati in sacche che provano a resistere alla fuffa. Tali sacche esisteranno sempre. Ma resteranno sempre minoritarie. Perché, come osserva il personaggio Diego Fuffaro su facebook, “non si ferma la fuffa con le mani”.

 

ricevuto da 

Luca Gili, luca.gili@hiw.kuleuven.be

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