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La festa spenta

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Oggi è il 25 aprile. Come sempre, ci sono manifestazioni e cortei in ricordo della Liberazione. Da qualche anno, però, la cosa non mi entusiasma e ci vado, se ci vado, senza particolare trasporto.

Non voglio scrivere un trattato sul significato della data, o sul valore della memoria. Mi limito a buttare giù due righe, personalissime, sul mio vissuto e i miei 25 aprile. Che sono sempre uguali, ogni anno più spenti, con le stesse facce e gli stessi rituali.

Prima di tutto: io non ho nulla contro la tradizione e il rituale. Anzi. Ne riconosco il valore, come collante e come mezzo di adesione a una comunità. Ma il 25 aprile non è il 4 luglio, festa nazionale: è la festa della Resistenza, di una parte del Paese, quella che fece in anni difficili una scelta giusta e su quella scelta costruì un mito fondativo. Una festa nata divisiva, alla quale ovviamente “tutti erano invitati”, ma nella quale c’erano ospiti e padroni di casa.

Per anni ho partecipato alle celebrazioni e ai cortei serenamente: io, nella parte giusta, ci ero nato e cresciuto. Non ho mai nemmeno pensato di spingere chi non veniva a venire, se non era la sua festa era una scelta sua. C’era una comunità, c’erano sempre le solite facce, la gente si conosceva e si salutava e i figli crescevano, anno dopo anno.

Oggi quella serenità non c’è più. Quella comunità si è consumata, logorata, e a contendersi l’eredità (perché quando qualcosa è di qualcuno, è ovvio che poi andrà a qualcun altro) sono gruppi che non si amano. Stiracchiando la “piattaforma” della manifestazione ci si scontra per cacciare gli estranei dal corteo: via la Brigata Ebraica perché hanno bandiere di Israele e Israele compie atti contrari ai valori della Liberazione; via i palestinesi perché i loro nonni erano amici di Hitler; via il PD perché per questa o quest’altra scelta si pone fuori dal solco dei valori resistenziali; via questi e via quelli, perché non ci piacciono e comunque noi a essere in piazza ci teniamo.

Eppure non è questo, a non farmi più sentire coinvolto nella giornata. Scontri e divisioni a sinistra ci sono sempre stati, non me ne sono fatto una malattia. Oggi mi manca proprio la scintilla: il 25 aprile festeggia una comunità e forse quella comunità non la sento più mia. Né l’ANPI, né le varie forze politiche. Forse mi toccherebbe di più una celebrazione nazionale, come dicevo prima, un 14 luglio alla francese, un 4 luglio all’americana: pomposa, generica, ma unitaria e comunitaria. Ma il 25 aprile non è questo: è la festa della parte giusta.

La parte giusta: per questo il corteo vede gruppi che ci vogliono essere e gruppi che ci devono essere. Perché il 25 aprile non puoi mancare, se vuoi avanzare anche solo formale pretesa di appartenenza al campo della sinistra. Così il PD renziano milanese sfila con le bandiere europee e quello renziano romano sfila separato dall’ANPI: ottimi motivi sulla carta (a Milano, l’Europa unita; a Roma, sfilare con la Brigata Ebraica) ma motivazioni reali molto più basse, permettere ai nuovi membri del PD che non sono nati nella parte giusta di partecipare senza mescolarsi ai rossi e ai comunisti. Come ha fatto per anni Marco Pannella, organizzando eventi paralleli il 25 aprile: sulla carta, per tenersi fuori da celebrazioni formali e andare al sodo dei valori della Liberazione; in pratica, per far felici i tanti radicali che erano nati e cresciuti in famiglie e organizzazioni di destra.

Ma mi sto perdendo. Non è per le scelte altrui, non è per il clima politico, che non sento più mia questa giornata. Le parole di Calamandrei ancora mi emozionano, la sfilata delle solite facce no. La festa di una comunità logorata, nella quale non mi sento più a casa.

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Docente di scuola superiore, non ama la contabilità ma la insegna. Milanese naturalizzato, "se si va via da Milano è solo per emigrare". Ama perdere ore su Wikipedia. Appassionato di storia, politica, sistemi elettorali e NBA.

1 Comment

  1. Post condivisibile, giusto due appunti:
    1) In ogni rivoluzione c’è una parte giusta e una sbagliata. Solo che quella sbagliata normalmente o sparisce subito (gli inglesi dagli Stati Uniti) o è sconfitta dal tempo (la nobiltà in Francia). La nostra parte sbagliata è viva e vegeta, e…
    2) tutte le forze che erano dalla parte giusta, a parte i “Komunisti”, hanno nel corso del tempo legittimato la parte sbagliata, per paura dei rossi; per cui è andata a finire che la festa di tutti è diventata solo quella di una parte. Poi vabbè oggi c’è il PD….

    Poi che la sinistra sia maestra di separazioni, è verissimo. E anche io ieri mi sono sentito un po’ perso e spaesato, a dire la verità.

    PS: Secondo me sei dei Celtics….

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