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Foto Roberto Monaldo / LaPresse04-09-2013 RomaPoliticaIgnazio Marino e Matteo Renzi ai Fori ImperialiNella foto Ignazio Marino, Matteo RenziPhoto Roberto Monaldo / LaPresse04-09-2013 Rome (Italy)Ignazio Marino and Matteo Renzi to the Imperial ForumsIn the photo Ignazio Marino, Matteo Renzi

La crisi di Roma, spiegata senza psicologismi

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Una cosa è sicura: Marino avrebbe dovuto fare molto di più. E per una volta avrebbe perfino potuto, se si considera che la deflagrazione di “mafia capitale” gli forniva l’opportunità di mettere le mani nella melma del clientelismo romano e di azzerarlo, potendo contare su una legittimazione, quella derivante dagli esiti dell’inchiesta, che non è azzardato definire irripetibile. Ecco, Marino non ha avuto il coraggio, né soprattutto la capacità, di cogliere questa occasione storica, ancorché ripetutamente ed esplicitamente sollecitato (in condizioni di totale isolamento) dai radicali e in particolare dal consigliere Riccardo Magi (abbiate pazienza, non è propaganda ma storia), limitandosi all’arrocco dietro al paravento di un’onestà tanto (probabilmente) autentica quanto (certamente) insufficiente.

Ciò premesso, il punto cruciale della questione è il PD, nella duplice e contrapposta incarnazione del PD di Renzi, animato dall’urgenza di mettere i piedi nella città, e del PD romano, endemicamente allergico a qualsiasi tentativo di riforma di un sistema del quale fa parte integrante da decenni. Duplice incarnazione che ha trasformato Roma in un terreno di scontro a tre tra il sindaco, il governo e le più ostinate istanze di conservazione dell’esistente, passando per lo snodo del commissariamento di Orfini e della sua operazione di maquillage dei circoli. Tutto ciò, com’era ampiamente prevedibile, ha prodotto uno stallo senza uscita, un incastro diabolico che non poteva trovare sbocchi diversi dal disastro: il sostegno a Marino -prima dato, poi tolto, poi restituito, poi tolto di nuovo- è diventata l’arma con cui il PD ha combattuto una feroce guerra interna sul corpo martoriato di una città che stava morendo, e gli ultimi atti -le dimissioni chieste via whatsapp, prima rassegnate e poi ritirate- hanno disegnato uno scontro privato nel quale i cittadini non esistevano più: fino alla soluzione finale delle dimissioni in blocco, l’ultimo espediente del PD per non passare dall’aula e non rendere conto pubblicamente delle proprie azioni, che fotografa in modo impietoso una classe dirigente incapace di assumersi le proprie responsabilità perfino mentre tutto sta venendo giù. Non c’è molto altro, mi pare: se non la debolezza delle opposizioni, che per conclamata collusione o totale incapacità (fa poca differenza, agli effetti pratici) non sono riuscite a giocare alcun ruolo significativo, se non quello di legittimare, ogni volta che se ne è presentata l’occasione, le più incarnite istanze corporative.

Questo, in estrema sintesi, è quanto: al di là delle elucubrazioni psicologiste che inevitabilmente proliferano e continueranno a proliferare, ma che non servono a (tentare di) spiegare le ragioni di quanto va succedendo.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

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