un blog canaglia

La belva che potrei essere io

in società by

Sbuca da nulla, mentre cammino con il mio pranzo, cioè un pezzo di pizza, in mano.
“Compramela anche a me, capo”.
“Non ho soldi”, rispondo. E oggi è vero, in tasca non ho un centesimo.
“Dai, capo”. E mi prende per un braccio.
Mi giro. Bruscamente, mi pare. E mentre mi giro mi esce fuori dalla bocca un “oh, lasciami” che deve suonargli male. Tanto che invece di lasciarmi stringe.
So come sono fatto. Oddio, sono cresciuto, il che dovrebbe aver levigato due o tre cose. Ma la situazione non promette niente, proprio niente di buono.
Lo guardo come ho dovuto imparare tanti anni fa, con l’espressione che vuol dire “non ho paura di te”, quella che certe volte se non sai farla sei fregato. Lo guardo e ripeto, lentamente: “Ti ho detto lasciami”. Sono minaccioso, credo, perché lui fa mezzo passo indietro.
Avrà trent’anni. Barba lunga, più basso di me di una spanna, quindici chili più pesante. Mi rendo conto che lo sto soppesando, il che già vuol dire qualcosa. Perdipiù soppesarlo non mi rassicura neanche un po’. Niente droga, niente alcool. E’ lucido, affamato e fuori di sé dalla rabbia. Se potesse mi darebbe una coltellata, sicuro come la morte che lo farebbe. C’è di buono che non può. E allora molla la presa.
Mi giro, faccio per andarmene. Dopo due o tre passi sento una spinta dietro la schiena. Leggera, o perlomeno non abbastanza forte da farmi cadere.
Mi volto di nuovo. E mi preparo al peggio, adesso. Lui mi sta guardando e mi odia. Letteralmente, mi odia.
“Tu ce li hai i soldi, capo”.
E io mi rendo conto che è vero. Io ce li ho, i soldi per la pizza. Non qua, non in tasca. Ma posso prelevarli. Quando voglio. Lui no. E ha fame. Il problema è tutto qua, ed è un problema di quelli che mica si risolvono facilmente.
“Io devo mangiare, capisci?”, e mentre lo dice guarda me ma in quel momento io sono gli stenti, le umiliazioni, la merda che ha dovuto ingoiare. Non è genericamente alterato. Vorrebbe ammazzarmi, proprio. E me lo dice: “Ti ammazzo, guarda che ti ammazzo”.
Io resto fermo, in piedi, con le mascelle che mi fanno male per quanto le tengo strette. Mi viene incontro e penso che in fondo in fondo ha ragione lui. Mi viene incontro e penso, perché per pensare certe cose che a scriverle ci vogliono venti righe basta una frazione di secondo, penso forse al posto suo farei lo stesso, avrei in corpo una furia cieca contro tutto e contro tutti perché magari mi è costato un patrimonio, farmi portare qua, e poi qua sono cacca, anzi peggio della cacca perché almeno la cacca ogni tanto la puliscono via, e adesso sono davanti a uno stronzetto col bancomat in tasca e le iniziali sulla camicia che mastica pizza, e se vuole chiama le guardie e quelle portano via me, mica lui, e non è giusto. No, che non lo è. Mi viene incontro e non ci ho la forza manco di mettere le mani davanti, perché so che al suo posto sarei una belva affamata, tale e quale a lui. Ed è un pensiero che mi paralizza.
Poi, sempre dal nulla, sbuca un altro. Un altro con gli occhi di fuoco per la fame e la barba lunga e le spalle larghe e forti, uno che sembra un albero. Lo abbraccia, e l’abbraccio è come una camicia di forza. Gli bisbiglia qualcosa nell’orecchio. Qualcosa di non propriamente gentile nei miei confronti, temo. Lo porta via. Lo trascina via.
Io sono ancora là, fermo. Li guardo. Non fossi rigido come un pezzo di granito mi verrebbe da piangere. Si allontanano, voltandosi di quando in quando. Incenerendomi con lo sguardo. Si allontanano volendomi uccidere.
“Delinquenti”, dice uno che si è fermato accanto a me, uno che dovrei conoscere ma che al momento manco vedo che faccia abbia.
“Eh?”
“Delinquenti”, ripete.
“Zitto”.
“Cosa?”
“Stai zitto”, dico io.
E non mi viene da rispondere altro.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

7 Comments

  1. E non è nemmeno escluso che di questi ‘delinquenti’, tra un po’, possano venirne fuori altri, e poi altri, e poi altri ancora.

    Tante, tantissime ‘belve’ magari nostrane, ridotte anche loro ad essere nulla: senza faccia, senza nome, senza voce.

    Potrebbe essere prima di quanto si pensi, prima di quanto il mostriciattolo della Provvidenza possa immaginare.
    Succede così a tante realtà carsiche, silenziate, ignorate: se trovano la via, è un attimo, esplode tutto.

    Pezzo molto efficace e ben scritto.

    • Ma quale buonismo… siamo civili perchè ce lo possiamo permettere. Pensi alla nazione patria delle libertà personali, gli USA, dove ti viene il mal di pancia al solo pensiero di dover girare con un documento di identità. Dopo l’11/09 approvarono leggi come il Patriot Act che non sarebbero considerate invasive solo in Iran.
      Pensi a una nazione evoluta come Israele, dov’è considerato ‘normale’ fare un bel raid nella striscia di Gaza, con i consueti 10-20 morti random palestinesi.
      Nella mente dell’americano, come in quella dell’israeliano, scatta la paura, la paura di morire. E fa niente se il Kentucky Fried Chicken ha fatto fin’ora cento volte le vittime di Bin Laden, o se i Qassam sono molto meno letali delle scivolate nella vasca da bagno. Diventi una belva, dimentichi, soprattutto, la ragione e il torto. Non fa differenza, conta solo la sopravvivenza.
      Bel post, non c’è che dire.

      • Sei riuscito ad infilarci il complotto giudaico e i “consueti 10/20 morti palestinesi”, ma metti la testa nel cesso va’ che è il suo posto.

        • La sua capacità di argomentare sta tra il grillino derwebbe e Conan il barbaro. Ma è infinitamente migliore della sua comprensione del testo.

    • Tipo?

      PS
      un indizio: il mio commento non era critico ne nei confronti degli americani ne degli israeliani, ma verso la razza umana in generale. Infatti sono citati come esempio di popoli assolutamente evoluti che hanno scelto in regimi di emergenza comportamenti irrazionali o contrari ai loro valori che non avrebbero mai accettato in una situazione di tranquillità.

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