un blog canaglia

Kraftwerk, poeti della distanza

in musica by

La prima volta che ho visto i Kraftwerk è stato sullo schermo del mio piccolo televisore in bianco e nero, intorno alla fine degli anni Settanta. Era credo una domenica noiosa, e con mio padre si guardava distrattamente uno di quegli orrendi spettacoli “contenitore”. Il presentatore (era Pippo Baudo?) annuncia che è pronto a mostrare al suo pubblico di lobotomizzati una “grande sorpresa”, che consiste in … quattro tizi abbigliati da manichini, seduti in mezzo al pubblico in studio. Hanno espressioni e capelli di plastica, indossano improbabili camicie rosso sangue (*), pantaloni scuri e cravatta nera con luci intermittenti. Il presentatore, usando lo stile provinciale ed idiota che bene si addice al pubblico domenicale, si allontana platealmente dagli strani personaggi, “… non si sa mai che mi prenda la scossa se li tocco”.

Così rimaniamo soli, mio padre io e il quartetto di crucchi plastificati. Qualche secondo di silenzio e parte (rigorosamente in playback) “We Are The Robots“. E’ la fine. E’ qualcosa che non ho mai immaginato che potesse esistere e che allo stesso tempo si potesse catalogare come “musica”.  Ero un bambino sempliciotto, figlio di un padre musicalmente analfabeta e di una madre in palla con la classica (e valente pianista dilettante) – i quali quindi erano del tutto indifferenti al potere liberatorio della fiammeggiante avventura che si chiama Musica Pop.

Pur privo di un metro di paragone, mi innamoro all’istante di quel suono aspro ed intonato, della ripetitività dei loop, e di quei gelidi ritmi teutonici che sarebbero divenuti molto fashionable anche nelle discoteche di New York City.

Qualche giorno dopo, mentre mia madre era dal parrucchiere comprai il 45 giri di “We Are The Robots“, che sul lato B aveva “Spacelab”, un pezzo che ancora oggi mi mette i brividi: mi fa ancora credere di essere un astronauta solo soletto nel suo laboratorio orbitale che pensa alla moglie e ai figli lontani (eh sì, perché i Kraftwerk sanno essere anche parecchio malinconici, quando ci si mettono). La copertina di quel disco è un feticcio della mia gioventù, assieme, naturalmente, a quella di Hearts of Glass di Blondie, in cui si vedeva addirittura Debbie Harry che leccava un vinile. Da quell’incontro casuale una domenica pomeriggio cominciai a manifestare una perniciosa predilezione per le camicie rosso acceso, cui però non riuscii mai ad abbinare una cravatta scura adeguata (“pure senza led va bene, Mamma”).

Quando ieri sera all’Auditorium ho risentito quei rumorini metallici che decorano We Are The Robots, ho capito che cosa volesse dire quello scrittore francese che tanto mi annoiava al liceo (e che infatti non ho mai più letto) con quella sua madeleine inzuppata nel tè (o magari era caffè?). Quello di cui sono stato testimone ieri è stato per me molto più che il concerto di una della band più influenti di tutta la storia della musica rock: è stata la messa in scena di una visione del mondo, una installazione live, il viaggio nelle ossessioni distopiche di un quartetto di visionari.

I Kraftwerk, che si formano nei primi anni Settanta, hanno anticipato e trasformato in arte la tensione e il pessimismo che altri artisti avrebbero declinato con modalità diametralmente opposte, dando vita alle scomposte urla punk come alle feconde contaminazioni post-punk e new wave. I Kraftwerk danno voce all’angoscia derivante dalla disumanizzazione. L’abbandono di strumenti tradizionali e l’impiego massiccio dell’elettronica aveva anche questo significato: assai raramente il cantato non passa per i filtri che rendono “robotica”, disumana, la voce. Altri gruppi – mi vengono in mente per esempio gli Human League che, pur servendosi massicciamente dei neonati strumenti elettronici, abbinavano sonorità sintetiche a voce “pulita” e melodie solitamente accattivanti. I Kraftwerk hanno inventato dei robot di una fissità e di una artificialità paradossali, praticamente immobili, proprio per rendere grottesco e paradossale il loro antropomorfismo. In effetti, volevano cantare il dramma di una distanza, di molte distanze diverse, tutte impossibili da colmare.

La disumanizzazione messa in scena dalla band di Düsseldorf si manifesta anche nella rarefazione dei testi. Il linguaggio di una società in crisi finisce per rapprendersi attorno a slogan, frasi e onomatopee di sapore futurista. Un mondo in cui la carne non esiste più è dominata dai numeri. Oggi forse può sembrare un concetto banale, ma non dimentichiamo la lungimiranza di questi musicisti che nel pezzo “ComputerWorld” hanno voluto includere nomi di banche, di polizie internazionali. Nel 1981 hanno visto una società in cui “business, numbers, money, people, crime, travel, communication, entertainment” passano tutti attraverso computer.

Perfino i brani che parlano di persone sono il lamento di un’impossibilità: pensiamo a “Showroom Dummies” (un pezzo scandito da un beat ossessivo che recita, in modo maniacale “siamo manichini da esposizione”) e naturalmente al capolavoro “Das Model”, un pezzo malinconico che celebra una bellezza femminile algida, sovrumana, impossibile da abbracciare. Quanto ai paesaggi, quelli cantati dai Kraftwerk sono esclusivamente quelli urbani, decorati da luci al neon, fredde e squallide come le insegne delle pubblicità o dei locali per soli uomini di tanti anni fa.

Il luogo comune vorrebbe i tedeschi disciplinati ed intellettualmente insuperabili anche se pressoché sprovvisti di sense of humour. Nemmeno questo difetto si può imputare al quartetto di Düsseldorf: la loro visione desolata dell’umanità non impedisce alla loro arte di sorridere, ogni tanto. Si pensi alla poesiola che hanno dedicato ad una calcolatrice tascabile (ieri a Roma ci hanno deliziato con una versione in italiano) o al fatto che in uno dei pezzi più inquietanti di tutto il loro repertorio, “Radioactivity” si dice allegramente che la radioattività “Is in the air for you and me”, come se fosse un tiepido venticello autunnale che scompiglia i capelli di una bella ragazza.

Lo show di ieri sera mi ha lasciato sotto choc: ci sono pochissime band che sono riuscite a prendere un tema sviluppandolo e declinandolo in modo altrettanto completo ed elegante: la distanza prodotta dall’alienazione e dal terrore dell’atomo che porta a focalizzarsi su oggetti antropomorfi (modelle, robot, manichini) macchine (automobili, treni, astronavi), astrazioni (numeri, calcoli); perfino quando la smania ciclistica di Ralf Hütter finì per contagiare anche gli altri tre operativi della band, si pensò ad un concept album basato appunto su questo sport – tutto fuorché un gioco di squadra, mi raccomando! Dell’originario progetto vide la luce solo il singolo “Tour De France”, all’inizio del quale va detto che è possibile sentire l’ansimare (apparentemente umano) di un ciclista. Ma è rimasto un caso isolato.

(*) Come mi hanno fanno notare, non potevo sapere che le camicie fossero rosse, dal momento che il televisore era in bianco e nero e che la copertina del 45 giri l’avrei vista solo qualche giorno dopo. Un bug nella mia memoria, evidentemente.

 

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

1 Comment

  1. Me la ricordo anch’io una scena domestico-televisiva simile, e chissà che non fosse la stessa trasmissione; quel che è certo è che, quel giorno, qualcosa dentro di me scattò, scoprì che si poteva fare una musica emozionante anche solo con bachelite e filo di rame e il suono sintetico divenne cifra costante dei miei futuri, ed anche attuali, gusti musicali, e non solo..
    Come le camicie, non solo rosse, con la cravatta nera, meglio se sottile.
    Bell’articolo, grazie.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from musica

Go to Top