un blog canaglia

Jovanotti, il guru di cui non c’era bisogno…

in giornalismo by

L’intervista che Jovanotti ha dato a Gramellini per “la Stampa”, sabato scorso, è già scomparsa dai radar, del resto meritatamente.

Il problema però, è che non è scomparsa per motivi “naturali”, e cioè “chissenefrega di quello che pensa Jovanotti”. Sabato scorso era stata accolta con entusiasmo da tutto un sacco di gente che si apprestava – nei giorni a seguire – a menarcela violentemente sui contenuti dell’intervista, che se guardiamo le prime reazioni, avrebbero dovuto non si sa come ispirare i contenuti della politica della sinistra nei prossimi anni, se non secoli.

Già in molti si preparavano a spiegarci come la sinistra debba scrollarsi di dosso la puzza sotto al naso e comprendere come il pensiero di Jovanotti è un pensiero vincente ma anche un pensiero a contatto con “LllaGggenteComune”, prova ne sia il fatto che il pubblico va pazzo di lui! Tutti lo adorano! È un vero fenomeno popolare.

L’intervista, infatti, è uscita un paio di giorni prima della trasmissione di pezzi della tournée dei concerti estivi di Jovanotti. Alla luce del preventivato, incontenibile successo di share della trasmissione, pertanto, i nostri si preparavano ad assillarci, rimproverando alla sinistra tutta il suo inevitabile distacco dal popolo e di ignorare un tale Maestro del rapporto col popolo stesso, cioè Jovanotti.

L’intervista è scomparsa dai radar e nessuno ne parla più per il semplice motivo che la trasmissione ha fatto un flop formato gigante: il 13% di share contro un preventivato 26%. Per intenderci: strabattuta dalla fiction della Ferilli su Canale 5, non dalla finale dei mondiali.

Non per questo abbiamo deciso di interrompere il nostro raffinato lavoro di esegesi dell’intervista del nostro Lorenzone nazionale, che ora trovate qui sotto. È stato eseguito a due mani dall’autore abituale di questo blog e da una sua cara amica nonché musa ispiratrice della cattiveria artistica, che chiameremo la Piccola Vendetta Lombarda.

Ci siamo divisi i pezzi di intervista e ne è venuto fuori un commento abbastanza lungo perché la carne al fuoco – nonostante l’inconsistenza dell’intervista – era tanta: crediamo però che nonostante la lunghezza sia del tutto digeribile.

Partiamo da una considerazione: l’attuale problema della sinistra, e della destra, e di chi legge il giornale in genere, è scambiare un cantastorie per un maître à penser. Jovanotti è solo un “Mast e’ Fest”, espressione che i campani capiscono appieno, ma gli altri forse no. Espressione il cui significato però, come spesso l’intraducibile lessico partenopeo, si lascia intuire.

Non è nemmeno un Mast’ e’ fest dei migliori, ma si, sa fare festa, sa far ballare, sa far divertire. In piccole cose, abbastanza insignificanti se la prospettiva è l’evoluzione della vita sulla terra, è molto bravo. In piccole cose che a volte hanno molto senso, anche, come i viaggi in macchina in cui si canta e si balla sulle tracce di un suo cd. Ma basta.

Come analista politico, si può affermare abbastanza nettamente che è del tutto improbabile. Ma siamo ingenerosi, lui non è un analista politico, anche se si corre il rischio che ci si senta, se si continua a trattarlo come tale.

Il problema della sinistra, che ha bisogno di guru, invece che di leader, di superficialità invece che di autorevolezza, di plastica invece che di vita vera, che parte dagli scritti corsari di Pasolini per arrivare all’ombelico del mondo di Jovanotti, resta sempre lo stesso: ha dimenticato la sua vocazione popolare, ma vuole essere pop.

Chi è il tuo pubblico, Lorenzo? 

«Ho iniziato venticinque anni fa con i bambini. Uscivano da Cristina D’Avena e incontravano me. Ma alla fine il tuo pubblico sei sempre tu».

Eccole già bell’e pronte, le tracce dell’intera intervista: lo spettro dell’infantilismo, che non lo ha mai veramente abbandonato, dopo essere stato una specie di sequel di BimBumBamper quelli della nostra età, e quello, sanguinario, dell’autoreferenzialità.

Che però, vivaddio, vedremo colorarsi di vivaci toni mitomani.

E tu che pubblico sei?  

«Un pazzo. A me piacciono cose che non stanno insieme nella stessa compilation, Elton John e De André, il pop e Miles Davis. Ricordi quel film dove Nanni Moretti diceva ironicamente: “Ve lo meritate Alberto Sordi”? Il guaio è che a me piacciono sia Moretti sia Sordi».  

Iniziamo proprio da questa perla di cerchiobottismo, cui ne seguiranno molte altre. “A me piacciono sia Moretti che Sordi” è quasi da antologia. È una citazione dotta da Veltroni-Crozza che diceva: “Siamo per la cultura, ma anche per l’ignoranza, crassa, perché va rispettato anche Bombolo”.

Perché oggi come oggi, non si può dire che Sordi non ti piace, specie se per contratto sei obbligato a dire che ti piace Moretti, altrimenti – apriti cielo! – sei un radical-chic! Anche se campi con contratti precari, eh? Anche se guadagni 600 euro al mese, se non ti piacciono Sordi, i Vanzina, Moccia, sei un radical-chic. E noi dobbiamo vendere dischi, mica possiamo passare per radical-chic!

Ti piace proprio tutto.  

«Tutto quello che luccica, che ha una vibrazione. Non ho sovrastrutture ideologiche. Avevo un babbo anticomunista e una zia del Pci. Sotto casa c’erano un ritrovo di fasci e uno di comunisti. A me piacevano le moto dei comunisti e le scarpe dei fascisti. Nella mia testa di bambino non esistevano pregiudizi. Ecco, se guardo queste facce, il mio pubblico è un po’ così». 

E andiamo col cerchiobottismo! Nella testa del Jovanotti-bambino, moto dei comunisti e scarpe dei fasci pari sono. Poi però il Nostro è cresciuto e forse un po’ di distinzioni tra gli uni e gli altri avrebbe senso farle. Ne avrebbe certo l’occasione ma se ne guarda bene: il suo pubblico, si sa, è un po’ cosi…

I cinici dicono che la tua è una donna angelicata.

 

«La canzone realistica mi mette in imbarazzo. La tua donna avrà anche dei difetti, ma se le scrivi una canzone, non glieli metti. È la lezione del Dolce Stil Novo».

Tu hai mai detto a tua moglie quelle frasi meravigliose? 

«Certe cose alla tua donna non le dici. Gliele canti. Era già così nel Cantico dei Cantici».

Il Dolce Stil Novo, si, mi pareva in effetti! E il Cantico dei Cantici, naturalmente. Perché è questo il bello, il suo vero istinto da Elemento Superiore, stipare nella stessa intervista tutta la cultura occidentale, insieme a qualche morso di quella orientale, e antartica, e meridiana, e anche iperuranica: dal Deuteronomio al Darwinismo, dai mistici Cristiani a Gurdjieff, scarpe e motocicletta, ma senza la grazia dello Zen!

Il Papa, Renzi, Berlusconi, le piante parassite, il big bang. Nella sublime denigrazione del personaggio, strenuamente perseguita da malvestite.net, la sua Poetica (a livello di Cavalcanti, per dire) è definita “da Lista Della Spesa”, giustapposizione bislacca di oggetti, cose, sensazioni, la cui unica relazione reciproca è non avere uno straccio di relazione reciproca. Per esempio: bella come una mattina, la foto sul passaporto di un bambino, un tondo, il mondo, l’acqua cristallina, le tasche piene di sassi, altro che Lady Gaga, altro che oceani.

Non è superfluo ricordare che, alla fine,  per Jovanotti, la più alta proiezione politica di tanta ideologia è l’idea di “un Baricco” ministro della cultura.

Ma secondo me nelle canzoni funziona, è un po’ furbetta come tecnica per essere scambiata per Creazione Artistica, ma funziona, è evocativa. Le persone hanno bisogno di liste della spesa, anche nel supermercato dell’emotività, facilitano le cose, non ti fanno dimenticare quello che ti serve, ti guidano nelle corsie dallo scaffale delle dolcezze, ai rigori del banco frigo.

Vendersi come guru della modernità però,  con un bagaglio culturale fatto solo di liste della spesa, la trovo un po’ audace come cosa. E in ogni caso allora conosco dei pensionati in atrofia corticale che le compongono meglio, quelle liste.

 Come inizia un concerto?  

«Sono in piedi nel retropalco, dietro un velo nero. In cuffia contano da 1 a 4. Al 2 mi muovo in avanti, al 4 sono sul palco e non ho tempo di emozionarmi: ho delle cose da fare, come un pilota d’aereo. Altrimenti la sensazione di quella folla è talmente bella che andrei fuori controllo: mi spoglierei nudo, tirerei dei petardi. Poi osservo il panorama. Cerco di guardare le facce. E quando saluto l’ultima fila, guardo veramente l’ultima fila». 

Si prosegue con questa immagine di misericordia: l’infinita pietas di Lorenzo si spinge addirittura a fargli guardare gli sfigati in ultima fila! Insomma, il Mahatma Gandhi je fa ‘na pippa!

 

Ce la possiamo davvero fare?  

 

«Sise diventiamo meno conservatori, se evidenziamo le cose belle che ci succedono, se ci reinventiamo. Il mio spettacolo racconta la storia di un ragazzo che nasce nell’Italia semplice delle famiglie di sei persone con un solo stipendio. Uno che ha un desiderio forte, che cade e si rialza  che è la sua storia, una storia vera. Per farcela non devi per forza diventare un cantante famoso. Ma devi crederci, senza farti condizionare.

 

Ora, si, siamo tutti ammericani, siamo tutti Veltroni, yes we can. E’ un bel tema questo. Esiste il sogno americano? Davvero “basta crederci” nella vita? Ha senso trasportarlo in questa provincia decaduta?

 

Come sempre il punto oscuro è l’integralismo del Jovanotto. Perchè è innegabile che il fatalismo sia tossico, il pessimismo la costellazione di cieli neri senza uscita, che le storie individuali sono cronache di cadute e ferite e anche sorrisi di passi buoni, in cicli imprevedibili in cui a volte c’è il lieto fine ma a volte anche no. Che “la vita è fight”, come ripete caparbia mia zia, emigrata a New York sessanta anni fa, senza soldi, senza una buona istruzione, senza abbastanza pezzi di biancheria intima.

 

Lorenzo però ne fa una questione personale, individuale, come nella storiella liberale del sogno americano (criticando ovviamente l’individualismo, perché è bello tutto, ma a patto che ci sia anche il contrario di tutto). L’antagonismo politico, quello sociale, quello economico, organizzato o spontaneo, ma consapevole e collettivo e generale e solidale, non c’è. Non c’è la prospettiva, non c’è la comprensione. Non c’è il “radicalismo”, che dovrebbe essere corredo genetico della Sinistra, almeno nel senso di “raggiungere la radice delle cose, e così, la loro comprensione”, radicalismo come esatto contrario dell’estremismo, e suo superamento. Capire, l’unico vero faticoso imperativo. Capire perché, nella vita non sempre basta crederci. Perché certi cadono di più, e per certi rialzarsi è meno facile, o perché certi non vogliono nemmeno.  Come per esempio sarebbe meglio cercare di “capire” la complessità dell’Africa postcoloniale e insanguinata invece di leggere le raffinate banalità di Veltroni sull’Africa.

Il più grande spettacolo dopo il big bang è sempre Renzi?  

«Porco cane, se avessimo avuto la forza di mettere un uomo di 38 anni, avrebbe potuto trasformare lo scenario. Il nodo della storia italiana recente sono state le Primarie del Pd. Scegliendo Bersani gli elettori hanno difeso un investimento emotivo fatto nella prima parte della loro vita. Fai fatica a rinunciarci, a pensare che devi parlare con il nuovo che non capisci».  

“Se avessimo avuto la forza di mettere Renzi”: ma l’occasione c’è stata, alle Primarie, e Renzi ha perso. Gli elettori avranno forse difeso un investimento emotivo ma lui non li ha convinti. E non è che non godesse di buona stampa. Un minimo di riflessione sul perché Renzi abbia pesantemente perso le primarie è proprio fuori discussione? No, perché dare per scontato che candidando Renzi il PD sia destinato a raddoppiare i propri voti, attirando i voti della destra e trattenendo quelli del suo bacino storico potrebbe rivelarsi un azzardo, per quanto il Corriere e il Foglio – che ci azzeccano sempre con le analisi politiche, eh?, basti pensare all’endorsement di Mieli a Prodi o alla lista “No aborto” di Ferrara – diano per scontato il contrario.

Renzi è andato ad «Amici».  

«E ha fatto bene. Però ha fatto un discorso debole. Doveva trasmettere ai ragazzi una visione di cambiamento. Lui ce l’ha». 

Gli elettori del Pd l’hanno bocciata.  

«Ne hanno avuto paura. Paura di una sinistra a vocazione maggioritaria che sappia mettersi in casa anche gente che non è della sua tribù. Gente che porta scarpe che non ti piacciono, che ascolta musica che tu non hai ascoltato mai».  

Un militante ti potrebbe dire: perché devo mettermi in casa un fan di «Amici»?  (Commento alla domanda: anche un non militante, eh?)

«Perché lui cambierà un po’ te, ma tu cambierai un po’ lui».  

Questa è la summa del pensiero politico Jovanottian-veltronian-renziano: se vai ad Amici col giubbotto di pelle sei simpatico e la gente poi ti vota. Inutile mettersi a disprezzare gente che porta scarpe diverse dalle tue o ascolta musica diversa. Inoltre, pensate, se ci mettiamo in casa un fan di Amici potremo cambiarlo.

Ora, ci pare di ricordare che – seguendo questa aurea scuola di pensiero – nel 1999 D’Alema sia andato a fare il risotto da Vespa e, sempre da Vespa, Bersani nel 2013 sia andato a commuoversi vedendo i propri genitori: i risultati sono stati quelli che sappiamo. È possibile fare anche un solo esempio di leader progressista europeo che vada a fare queste minchiate in TV? Non sarebbe il caso di rifletterci un attimo?

Quanto al resto, visto che il Nostro banalizza, banalizziamo anche noi: è mai venuto in mente a qualcuno che potrebbero essere gli altri a disprezzare le nostre scarpe e la nostra musica? Ad esempio, da piccolo a casa mia non avevamo tanti soldi. A me è capitato spesso di ricevere sguardi di sussiego perché le mie scarpe non erano firmate, i miei vestiti poco costosi. E a farlo, guarda caso, non era gente che passava i pomeriggi a guardare Truffaut ma spettatori affezionati di Non è la raiBevery Hills e amenità similari (ex spettatori di BimBumBam per intenderci, e – probabilmente – attuali fan del nostro Lorenzone).

Forse, una volta tanto, potremmo provare a pensare che spesso con gli elettori di centrodestra è difficile parlare perché se non reazionari o del tutto fascisti, si tratta di persone classiste che disprezzano tutto quello che la sinistra rappresenta? O dobbiamo farci imprigionare per il resto dei secoli nelle beate convinzioni –  da film di Virzì (altro grande fan del Jova) – che la sinistra odia il popolo mentre la destra lo capisce e lo ama?

Eppure, chi è il leader politico che critica la sinistra perché storicamente vuole usare la tassazione per ridistribuire il reddito?

Ciò che propongono (i signori della sinistra) è di rendereuguali il figlio del professionista con il figlio dell’operaio” . A chi pensiamo che si rivolga, Berlusconi, quando si scandalizza perché la sinistra vuole dare eguali opportunità a figli di operai e di professionisti? Ai radical-chic o al suo elettore medio che di vera eguaglianza di opportunità non vuole nemmeno sentire parlare?

Ora, questo è il punto: è possibile cambiare questa mentalità mettendosi un giubbino di pelle? O non è il caso di ammettere che dialogare con l’elettorato berlusconiano è solo la scusa per capitolare alla funzione essenziale della sinistra che è quella di promuovere l’eguaglianza? Non riusciamo più a fare quello per cui siamo nati, allora abbiamo pronta la scusa per il nostro fallimento: dobbiamo dialogare con quelli a cui l’eguaglianza di opportunità fa schifo.

Un po’ la sinistra è cambiata: un tempo ti detestava, adesso ti considera il suo guru. (Commento alla domanda: parla per te, amico!)

«Ricordi “Le cose per cui vale la pena vivere”?».

L’amore, il sesso, gli amici… Era la rubrica del settimanale satirico «Cuore». 

«Nella Top 10 c’era anche: “Impiccare Jovanotti per le palle”».

Ahhh ecco cosa. È un po’ lo sfogo del ragazzino emarginato alle medie che diventa strafigo a livello dell’uomo che non deve chiedere mai. Nel frattempo pure la sinistra ha registrato una convergenza sulla melassa, e i toni genuinamente persecutori dell’epico Cuore adesso non sarebbero pensabili nemmeno contro Allevi (che anzi ha riconoscimenti bipartisan da Grande Divulgatore). Per certe incontrollabili e deliranti associazioni mentali, risulta che Jovanotti è l’Enrico Bottini del duemila, allo stesso modo ecumenico, mitemente livoroso, vigliacco e detestabile.

Ricordando la festa di “Cuore” del 1994 (un anno a caso eh?) “ero l’animale curioso da scrutare da vicino. Accanto a me Adriano Sofri e Beniamino Placido”. Protagonismo etologico, sa di essere un animale, ma è il più figo ovviamente.

Tema del dibattito? 

«Le parole della sinistra per comunicare. Io dissi: Miracolo, perché, come dimostra Gesù, per convincere la gente non basta la parola, ci vuole l’esempio».

Gesù dimostra un sacco di cose, non c’è che dire. Insegna con l’esempio e, in effetti, parte avvantaggiato con questa storia dei miracoli.

Il passaggio però è importante perché introduce la critica alla deriva ecologista della sinistra, che invece dovrebbe “volere addolcire la natura, che lasciata a se stessa è selettiva, crudele. Dobbiamo vivere la natura, ma non essere la natura. La foresta amazzonica insegna che il mondo è ingiusto, che le piantine piccole non ce la fanno, ce la fanno le più stronze che si attaccano alle grandi. Conosci il matapaloIl matapalo è un arbusto che si arrampica intorno all’alberone, finché lo soffoca e ne prende il posto, in attesa che un altro matapalo l’avvolga e lo soffochi. La natura è crudele, fidati. A noi piace quella finta, le colline della Toscana, ma quei panorami li ha fatti l’uomo. È la destra che esalta la wilderness della natura. La sinistra deve tenere insieme natura e cultura, il lupo e l’agnello, come li chiamava Gurdjieff .

Ecco qui non si capisce NIENTE della sua idea su natura, sul rapporto fra natura e cultura, su Gurdjieff, ma forse ha preso il pezzo sulla rivoluzione russa e quello sull’evoluzionismo, insieme alla ricetta dell’erbazzone, e l’ha messo qui. Con un tocco di eugenetica nazionalsocialista.

La critica ETICA alle basilari dinamiche evolutive delle specie viventi è molto spassosa, abbiamo deciso che sarà il nostro pezzo forte alle feste di Natale, quando c’è quell’attimo di malinconia fra il pandoro e la tombola. Il Matapalo sarebbe “stronzo”, perché fa quello che fanno tutte le creature viventi, l’attività che caratterizza più basicamente lo stesso concetto di vita: sopravvive, sfruttando quelle che sono le sue caratteristiche, e massimizzando le sue chanches di sopravvivenza, evolvendosi. Un po’ come le scimmie che ci hanno preceduto. Se così non fosse stato, vorrei fare sommessamente notare con orrore che al giorno d’oggi il pollice opponibile sarebbe un lusso.

Quindi, diciamo insieme: siamo tutti matapalo!!!

 Quindi il Jovanotti ecologista non esiste più?  

«In un’economia di sostenibilità ecologica, oggi l’idea forte è come rilanciare il lavoro, la famosa Crescita». 

Che molti a sinistra considerano una parola orribile.  

«Io la trovo bellissima. Non si cresce solo in estensione, anche in profondità». 

Non ti spaventano otto miliardi di persone?  

«Il mondo è vuoto. Sorvolalo in aereo e te ne accorgerai. È bello dove c’è un sacco di gente, ci sono più opportunità. Un giorno, in una megalopoli, guardavo con orrore la favela cresciuta accanto a un quartiere ricco, ma chi era con me disse: crescere con un quartiere ricco accanto è l’unico modo in cui un ragazzo povero può pensare di cambiare la propria vita. La vera povertà è sempre povertà di visione». 

Ripensandoci forse non è che Jovanotti abbia voglia di capitolare, è che proprio l’eguaglianza non sa nemmeno dove stia di casa… Mica ci chiediamo come facciamo ad eliminare le favelas, no, per carità. Le favelas lasciamole là accanto al quartiere ricco: un ragazzo povero su milioni di abitanti delle favelas magari, se avrà culo, riuscirà a da andare ad abitare nel quartiere ricco e noi potremo vivere in pace aspettando che la Provvidenza manzoniana provveda a salvare qualche singolo. Il resto degli abitanti, cazzacci loro… Ricorda un po’ la mitica elettrice di Dini, in un programma di Guzzanti.

Il nostro telaio qual è?  

«Essere italiani. È qualcosa, specie fuori dall’Italia. Esiste un pregiudizio positivo nei nostri confronti». 

Fino a Berlusconi.  

«Ti sbagli. Berlusconi ha confermato il pregiudizio positivo: lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana. So che a Hollywood stanno pensando di fare un film su di lui con Jack Nicholson».  

Il sequel di «Shining»?  

«Lui è Terminator: a un certo punto sembra che sia rimasta solo una lucina rossa, ma poi si riforma… La sua storia non finirà mai, il suo nome ci dividerà per sempre. Immagina se fra cent’anni, quando forse morirà, un sindaco decidesse di dedicargli una piazza…».  

Ti è simpatico?  

«Umanamente sì. Ma lo combatto perché in tutti questi anni non ha fatto nulla per l’Italia. In lui vedo il prodotto di un Paese di individui e non di cittadini, un Paese che la sinistra non ha capito. La sinistra non ha raccolto la sfida. Ha giocato un altro sport».  

Infine, suspence….tataaaaannnn!!! Berlusconi! Presentato come una specie di campione del made in italy, a livello di un San Daniele o di una tiara di Bulgari o più che altro di una guepiere maculata Dolce&Gabbana. Per via di quel “pregiudizio positivo” che esiste nei nostri confronti fuori dall’italia, e che una volta era dovuto alle arie d’Opera, ai Teatri, ai mosaici di Pompei o alle scogliere tirreniche e oggi per lo più dobbiamo riconoscere tenuto in vita da vignaioli chiantigiani sempre più spregiudicati, borse di gucci cucite in Cina (o a Prato, ma è lo stesso), e da una caricatura: della virilità mediterranea, che prima era Gassman, dell’arte di arrangiarsi, nota nel mondo dalle mani emigrate, della furbizia, che era Arlecchino, della visione politica, che era Machiavelli. Oggi tutto questo è rappresentato da Berlusconi, “lo guardano come una cosa impensabile, inspiegabile, come il festival di Sanremo o la commedia all’italiana”.

Che poi ancora devo capire perché sia impensabile la commedia all’italiana.

Gli daresti la grazia? 

«Se la chiedesse e gliela concedessero, non mi scandalizzerei. Perché per me è un avversario politico, non antropologico. Ma adesso ci serve Renzi. Serve cambiare il simbolo. Il racconto del nostro Paese langue. Bisogna inserire personaggi nuovi per renderlo affascinante. Dopo Berlusconi e Grillo c’è bisogno di energia nuova».

Certo, la grazia. Con questa menata che è un avversario “politico”.  A livello che se vi permettete di parlare male del mostro di Rostov vi dicono che dovete prima batterlo alle elezioni.

Ma, come sempre, la parte più gustosa riguarda i rapporti con Dio:

A parte aver affermato che il nuovo Papa gli piace molto per via dei suoi slogan da Concerto-Di-Jovanotti, e che “mi copia”, vetta insuperata in tutta l’intervista di delirio mitomane (e si che non era facile scegliere) si scoprirà  che Il Papa è Lui stesso, o al massimo un suo groupie.

Il figlio dell’ex dipendente vaticano è un credente? 

«Ogni tanto mi capita di avere fede, ma dura poco. L’ho detto ad alcune suore. Mi hanno risposto: dura poco anche per noi, poi per fortuna ritorna».

Eheh, le suorine ad intermittenza, come le luci di Natale! o a chiamata, che sarebbe bello poter vedere il LUL di Dio! (scusate questa era troppo specialistica, lo so)

Niente di nuovo comunque, in Italia non si può essere atei. Alla domanda “sei credente?” chiunque non creda alle pur magnifiche favole bibliche si sente in dovere di rispondere “mah…., no guarda sono ateo, ma vado alla messa, però solo alle feste comandate” o “non credo tranne che alla madonnina che piange sangue del paese vicino al mio” oppure “no, ma vado a Medjugorie tutti gli anni per una questione di spiritualità”.  Non puoi essere nemmeno laico, il che è forse più grave. O forse puoi essere tutte queste cose, e sentirti tutte queste cose senza provare colpa. Ma è più faticoso che altrove. Il Jovanotto poi ha il babbo che lavorava in Vaticano, a livello che se non raccontava la storia delle suorine mezze atee al vecchio gli serviva il defribillatore. E mai, mai essere così rivoluzionari da contraddire un cuore di padre.

Alla fine ti congedi urlando «Ce la possiamo fare!

No. Guarda Lorenzo, tutto ma così non ce la faremo davvero!!!

 

 

(SINDACATO PAGANO) Nato in terre calde e prospere di disoccupazione si trasferisce giovinetto al Norte dove adesso lavora, rigorosamente a fini di lucro. Attende con speranza che Grillo faccia approvare il reddito di cittadinanza così da poter finalmente vivere come un rentier. Ha scelto il nome da usare nel blog guardando tra le bottiglie di alcolici di un amico rivoluzionario.

4 Comments

  1. Eh sì Lorenzo, bello filosofeggiare con il conto pieno di milioni che ti sei fatto cantando robaccia come GimmeFive.
    Scommetto che domani mattina non ti alzi alle 6.00 per garantirti un posto di lavoro.
    Concordo in ogni lettera e spazio di questo post.

  2. Totalmente d’accordo con l’intervistatore. Purtroppo questo è un paese che ha bisogno di questi ciarlatani, venditori di fumo che con la scusa di stare dalla parte della gente si arricchisce alle spalle di tutti e per di più si diverte anche: si diverte guadagnando denaro a palate e si diverte constatando l’enorme ingenuità del popolo che ha bisogno di un presunto maestro. ( se di maestro può parlarsi)

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from giornalismo

Go to Top