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Jannacci – Milano

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A Milano, i terroni come me che ci campano da quando avevano iniziato l’università all’inizio si trovano male. La città non la capiscono, con  tutto quel cemento e  troppo poco verde; tutta quella gente estranea. Per un po’ di tempo di vive nello stereotipo della città del nord fredda e inospitale.

Dopo un po’, le cose cambiano. Non per  tutti: alcuni di noi terroni continuano ad odiare Milano, altri – come  me – se ne innamorano.

Bisogna viverci un po’ ed avere pazienza: imparare a considerare una bella giornata quella che nella tua città natale era una giornata “un po’ nuvolosa” (trad. “c’è mezza nuvola in cielo”). Soprattutto devi uscire dalla linea retta della Milano-di-Plastica: dal Castello, fino al Duomo e poi San Babila.

Esci da lì ed impari, ad esempio, che anche a Milano esistono ancora le osterie.

In dialetto milanese le osterie si chiamano “Trani“, perché il vino che ci si beveva tradizionalmente veniva dalla zona di Trani, in Puglia. Allora ti senti un po’ più a casa, anche se non sei pugliese. Impari che a Milano ci sono i cortili e le case di ringhiera. Impari che esistono ancora le latterie e impari cosa sono, visto che a casa tua non c’erano.

Alla fine, impari che – in fondo – puoi vivere una vita a misura d’uomo anche a Milano. E te ne innamori.

Ma non puoi davvero capire un posto se non conosci almeno un po’ la lingua locale. Parliamoci chiaro: i milanesi che io chiamo “autoctoni” – con entrambi i genitori milanesi – sono pochissimi: li conti sulla punta di una mano; quelli che ancora parlano bene il dialetto locale sono anche meno. Gli altri, quelli come noi, sanno dire  al massimo qualche parola. Alcune le si impara conversando, molte altre le si sente in giro e poco a poco acquistano significato.

Io, però, la maggior parte delle parole in dialetto milanese che conosco le ho imparate ascoltando le canzoni di Enzo Jannacci. Cercando di decifrare “El Portava I Scarp del Tennis” o  T’ho Compraa i Calzett de Seda, oppure cantando e ricantando “La Luna è una lampadina” (che ha la traduzione simultanea). Ma anche le canzoni interamente – o quasi – in italiano, come l’Armando, ti facevano conoscere la Milano-oltre-la-plastica, così quando ti capita di incontrarne pezzi per strada – tra un McDonald’s e una lavanderia a gettoni – li riconoscevi e sorridevi.

Canten tucc “lontan de Napoli se moeur” ma po’ i vegnen chi a Milan! TEEEERUUN!

Ciao, ciao Enzo! Santè

(SINDACATO PAGANO) Nato in terre calde e prospere di disoccupazione si trasferisce giovinetto al Norte dove adesso lavora, rigorosamente a fini di lucro. Attende con speranza che Grillo faccia approvare il reddito di cittadinanza così da poter finalmente vivere come un rentier. Ha scelto il nome da usare nel blog guardando tra le bottiglie di alcolici di un amico rivoluzionario.

7 Comments

  1. Grande Enzo…. hai imparato a suonare il piano a Milano, col mio nonno Alessandro ….hai imparato ad amare Milano, quella che oggi non è più … con te va via anche un altro pezzo della memoria della mia famiglia … Abbiamo parlato di te qualche giorno fa anche con mio figlio….Buon viaggio, saluta tutti i miei affetti che incontrerai … <3

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