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Inno all’Inno

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Da bambina avevo una musicassetta con un sacco di canzoni patriottiche. Era di mia mamma, maestra elementare a cui piaceva dare una colonna sonora alle sue lezioni di storia. Se non ricordo male, la playlist comprendeva degli evergreen come la Canzone del Piave, Bella Ciao, Va’ Pensiero, l’inno della Brigata Sassari e svariati canti degli alpini. Naturalmente c’era anche la versione completa del Canto degli Italiani, che poi sarebbe il nostro inno nazionale. Mia mamma ci teneva molto che tutti i suoi alunni leggessero e comprendessero tutto l’inno prima di spedirli alle medie. E se il trattamento toccava agli alunni della maestra, a maggior ragione toccava alla figlia della maestra (“mica si può girare il mondo senza conoscere tutto l’inno nazionale!”). Essendo appassionata di storia, tra me e le parole del Canto degli Italiani è stato un colpo di fulmine. Gli inni nazionali in genere hanno dei testi piuttosto anonimi, se li hanno, che fanno appello a generici buoni sentimenti. Del nostro inno invece mi affascinava il fatto che ripercorresse con una notevole nonchalance sette secoli di storia, diventando così per l’Italia come la scarpetta di cristallo per Cenerentola.

In occasione della Coppa del Mondo, durante la quale speriamo di sentire l’inno risuonare altre sei volte, ecco sette buon motivi per conoscere e amare il Canto degli Italiani (rimando all’ottima pagina del sito del Quirinale per il testo completo).  
 
1) Perché l’inno è stato composto nel 1847 dal ventenne patriota genovese Goffredo Mameli. Mameli, che era uno che non stava mai fermo, dopo aver combattuto contro gli Austriaci a Milano nel 1848 morirà appena un anno dopo al fianco di Garibaldi durante l’assedio di Roma che mise fine allla Repubblica Romana. Io a ventidue anni la cosa più eclatante che avevo fatto era scavalcare con gli amici la recinzione della spiaggia di Grado di notte per venir beccata dopo poco dalle guardie giurate e essere accompagnata all’uscita senza spargimento di sangue. Fate un po’ voi. 
 
2)  Perché l’intero inno è un continuo riferimento alla rivolta da parte degli italiani underdog contro l’oppressione straniera. E su du me gli underdog esercitano un fascino fortissimo. Non avendo mai capito in base a cosa Francesi, Spagnoli e Austriaci si sentissero autorizzati a venire a rompere le scatole in Italia, non posso che apprezzare i versi “Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi. Raccolgaci un’unica bandiera, una speme: di fonderci insieme già l’ora suonò.” 
 
3) Perché Mameli dice “Dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano”, togliendo le zampe leghiste dalla vittoria della Lega Lombarda contro il Barbarossa. 
 
4) Perché conoscere il verso “i bimbi d’Italia si chiaman balilla” e sapere che cantarlo non costituisce apologia di Fascismo può evitare delle figuracce. Nella scuola di mia mamma alcune zelanti maestre si erano rifiutate di far leggere tutto l’inno ai loro alunni per via di quel verso. Poi mia mamma ha spiegato loro che il Balilla è il ragazzino che nel 1746 diede inizio alla rivolta di Genova contro gli Austriaci. Storia vera. 
 
5) Perché  “già l’aquila d’Austria le penne ha perdute” per una triestina con antenati decisamente irredentisti è meglio di qualsiasi sfottò calcistico. Con buona pace di quel simpaticone di Radetzky.
 
6) Perché il nostro inno cita la Polonia e l’inno polacco cita l’Italia. Ed è l’unico caso al mondo. Underdog al quadrato. Parlando dell’Austria, Mameli dice “il sangue d’Italia, il sangue Polacco, bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò.” L’inno polacco più semplicemente invita a marciare sul suolo italiano come su quello polacco. 
 
7) Perché quando Mameli ha scritto “siam pronti alla morte” era sincero. Quasi quanto Rino Gattuso nel Mondiali 2006.
 
Infine una preghiera, anzi tre. Quando si canta l’inno ci si alza in piedi e si sta composti, tra la prima e la seconda strofa si tace (nessuno poporopopopopo’) e dopo “siamo pronti alla morte l’Italia chiamò” si urla “sì!” (anche se è una balla). 
P.S. FORZA AZZURRI!!!!
 

Triestina di nascita, della sua terra si porta dietro lo spirito patriottico, lo spritz e la tendenza a sottovalutare qualsiasi raffica di vento sotto i 130 km/h. Radicale, milanista e milanese nel cuore, dopo la laurea il suo corpo fugge verso la Perfida Albione. Qui ottiene un dottorato in storia economica con una tesi sul divario Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia. Il suo cervello invece, grazie alla sua tesi e alla mai curata passione per la politica, rimane in larga parte in Italia.

3 Comments

  1. …fra la prima e la seconda strofa?

    (vabe’ se si tratta di una preghiera, ovvero verbalizzazione del desiderio di miracolo, te la passo; ma resistere al poropoppoppoppoppò è impossibile.
    prendilo come la firma dell’altrimenti negletto M° Novaro sull’inno, e porta pazienza)

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