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Borsck

In Polonia si mangia benissimo

in cibo by

Contrariamente a quanto l’orgoglio Italico ci porti a pensare, anche al di fuori dei confini dello stivale si puo‘ trovare una cucina in grado di soddisfare i nostri esigenti palati di masticatori di spaghetti. Nel mio ultimo viaggio a Varsavia, grazie all’abile guida di Darek, ho potuto sperimentare alcune delle prelibatezze polacche.

Nella zona di Mokotow- cosi’ chiamata per la polacchizzazione del termine francese Mon Coteau, la mia collina.- arriviamo alle sette in punto in un tipico ristorantino di Varsavia, il Bisti. Si tratta di una piccola trattoria con sette otto tavoli, frequentata principalmente da abitanti del quartiere, identificabili come una discreta e ben vestita borghesia fatta di medici (come il mio amico Darek), professori universitari (la zona di Mokotow ospita quasi tutto il sistema universitario di Varsavia) ed ex-belle donne dall’aria stanca e il viso pallido.

 

Bisti
Il Bisti, tipico ristorantino di Varsavia dove gustare specialita’ polacche.

La cucina a vista, con tanto di lavagna e piatti del giorno scritti col gessetto appesa al muro, richiama le tradizioni del Pigneto, un quartiere di Varsavia interamente ricostruito dopo i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale. Mi dicono che spesso suonatori di Bonghi improvvisano motivetti di Chopin per rallegrare l’aria e addolcire ulteriormente l’aspetto del mite personale che si affaccenda oltre il bancone di ferro.

Lavagnetta

Ci accomodiamo ad un tavolino di formica senza tovaglia ed un giovane cameriere con gli occhialetti tondi e la parannanza bianca ci porge i menu’ e ci chiede se vogliamo ordinare da bere. Il mio amico Darek ordina una soda: in Polonia infatti il livello di tolleranza di alcol nel sangue e’ pari allo 0,000%, e ogni infrazione e’ punita con la deportazione in Siberia. A me viene proposto del Vermentino  al bicchiere. Pur sorpreso, accetto. Quando arriva la bottiglia, sull’etichetta c’e’ scritto “Vino Bianco”. Con un esame piu’ approfondito, intercetto la provincia nel quale il suddetto “Vino Bianco” e’ prodotto: Cn, vale a dire Cuneo, in Piemonte, poco piu’ a Sud di Cracovia. Le pareti esterne di Bisti sono di vetro, creando un tipico effetto da esterno in un luogo interno: nel vedere il mio volto emaciato riflesso sul vetro, per un attimo ripenso a Kieslowsky e alla doppia vita di Veronica.
Esamino il menu’ e faccio fatica a scegliere tra alcune delle piu’ note prelibatezze polacche:

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Menu’ del Bisti dove spiccano gli “Spaghetti Carbonara”.

 

Oltre alle note specialita’ Spaghetti Carbonara e Spaghetti Bolognese (esportati persino in Italia e molto popolari a Roma dalle parti del Vaticano, in quei ristorantini in cui i pellegrini polacchi si rifugiano, attirati dalle foto esposte fuori alla ricerca dell’amato comfort food di casa loro) colpisce la presenza dei Tagierini ai gamberi tigre, pescati nel mar di Polonia- notissimo per le sue spiagge assolate e l’acqua tiepidamente cristallina- e gli gnocchi fatti in casa con pesto di pomodori secchi e rucola. Si’, rucola.

Opto per una tartare di manzo, il mio amico Darek cede invece alla dadolata di tonno rosso. Ordiniamo anche una focaccia sale marino e rosmarino, rigorosamente fatta in casa e cotta al forno a legna. Termini come focaccia precongelata e  pane rigenerato suonano come blasfemi in questo tempio della genuinita’.

 

Focaccia
Focaccia sale marino e rosmarino

Nel frattempo ci raggiunge Marek, che ha fatto tardi perche’ impegnato col figlio in un tema di Polacco. Ordina una tisana. Indossa una maglietta attillata nera a maniche corte, sull’avambraccio destro un tatuaggio in caratteri gotici recita “never ever give up”. Oggi pomeriggio, durante la Business Review, abbiamo visto una foto di lui sul desktop del suo lap top che finiva la mezza maratona del mezzo Iron Man, una cosa tipo 21 chilometri di corsa dopo 5 a nuoto e 75 in bicicletta. Mentre la sua bustina di lemongrass e zenzero diffonde un simpatico aroma nell’aria, mi mostra una foto di lui di due anni fa, o meglio di trenta chili fa: in quell’immagine non e’ rimasto quasi nulla del mezzo iron man che ha appena ordinato una dadolata di tonno rosso seduto davanti a me, se non lo sguardo incredibilmente determinato. Il Marek di due anni fa era, infatti, un tricheco baffuto amante dei cannoli siciliani a colazione.
Arrivano i secondi. Darek ha ordinato il polpo, tipica specialita’ di Varsavia, mentre io sono andato sulle  piu’ tradizionali costolette di agnello, altro pilastro della cucina dei cugini di Karol Woytila.

 

Octopus
Polpo grigliato, tipica specialita’ polacca

Varsavia, sia detto chiaramente, e’ una citta’ allo stesso tempo triste e bellissima, affascinante come una donna straniera, una di quelle bellezze che portano negli occhi azzurro ghiaccio tutta la tristezza dell’ Europa dell’Est.
Il giorno dopo, all’aeroporto “Frederick Chopin” compro una tazza come souvenir: e’ bianca e rossa, i colori della bandiera polacca. Una grossa aquila di aspetto vagamente germanico, completa l’immagine di potenza e orgoglio locale che quel semplice oggetto trasmette. Ci bevo il mio cappuccino italico- il miglior cappuccino del mondo- e la metto a lavare. Dopo il primo passaggio in lavastoviglie, quei colori sgargianti capaci di incutere timore allo (sprovveduto) straniero in visita in terra polacca si stingono, lasciando solo un pallido ricordo. Ora la uso per metterci penne e matite.
Alla fine, dopo una visita in Polonia, forse rimane rimane soprattutto questo, il pallore di un popolo che tanto ha sofferto e che nonostante tutto mantiene un- a tratti inspiegabile- orgoglio nazionale che gli fa parlare della Polonia come “del piu’ bel paese del mondo”.
Nasdrovia!

Soundtrack: Gazebo-I like Chopin

Presidente fondatore, nonchè socio unico, del FLNRPABMB-Il Fronte di Liberazione Nazionale dalla Rucola-Pachino-Aceto Balsamico-Mozzarella di Bufala, amo invitare alla mia tavola bevitori di sangue, collezionisti di sogni infranti e consumatori di aria fritta. Guardo con egual sospetto vegetariani, amanti della carne ben cotta e assassini seriali. Da sempre mangio per piacere e mai per necessità.

6 Comments

  1. Ho visitato sia Varsavia (in inverno, al gelo, più vodka che sangue nelle vene, nevischio perenne, dai -15 ai -25, uscite di giorno, di notte, giri nei dintorni, situazioni borderline come se piovesse, uno dei tipici viaggi della vita, da cui impari parecchie cose e di cui rimembri aneddoti e situazioni quasi più tarkovskijane che non kieslowskiane, con spruzzate di fauna dostoevskijana pure, nelle serate annoiate, sazie e disperate della pianura padana da meditazione) che Cracovia (in estate, più caldo che nella suddetta pianura padana, turismo sessuale più o meno mascherato, affetto e cordialità erasmatica, sbronze bukowskiane e campi di concentramento, con e senza negozi). Che dire. Ho amato alla follia questo paese e le sue contraddizioni, le sue donne di una bellezza sconvolgente e di una complessità non indifferente, il suo ottimo cibo locale, le ventordici vodke a pasto offerte da padri di famiglia all’antica (figlia femmina che beve=troia), la polizia sovieta, le generazioni giovani con la tendenza a rimpiangere un passato che non hanno vissuto e con lo sguardo eretto all’avvenire purgatoriale, a metà tra rifiuto dei valori tradizionali e rifiuto di quel vuoto del capitalismo ecumenico, e i loro genitori, senza più un mondo di riferimento, persi nei gangli della storia recente, sorpresi a recitare il rosario pur essendosi ripromessi di smetterla e farla finita. E’ un paese complesso, come tanti, avvolto nella sua coperta di guerra a volte fredda a volte calda tra sistemi, riferimenti, mulini a vento, quel che è sempre stato e quello che non è mai stato e potrebbe essere. L’unica certezza che ho in merito è che ci si deve impegnare per rimanerne indifferenti. Per cui, sì, na zdrowie.

    Ma la prossima volta, vai a mangiare da Polakowski a Cracovia, tra i vecchi, che in ste cose non sbagliano mai.

    • Ciao arrowhead, grazie per il tuo commento, bellissimo. Per una serie di ragioni ho a che fare con polacchi praticamente tutti i giorni ed é una scoperta continua. Non ti parlo di polacchi indigenti, quelli che negli anni ottanta trovavi ai semafori delle strade italiane che tentavano garbatamente di lavare i vetri delle auto ferme, i capelli a spazzola e le clark ai piedi (da cui il termine “le polacchine”) ma di polacchi che sono rimasti a casa loro e che a casa loro ce l’hanno fatta. La Polonia é veramente una terra di mezzo, presa tra l’efficienza tedesca e la follia russa, che lotta ancora per imporre un proprio modo di essere finendo spesso per essere bastian contraria e autolesionista.

  2. In effetti uno dei problemi principali dei grandi centri polacchi è che i ristoranti di cucina locali sono davvero pochi: il centro di Varsavia è letteralmente invaso da ristoranti giapponesi e italiani. Questo non significa che non si possa mangiar bene: la pasticceria raggiunge ottimi livelli nella capitale, soprattutto per quanto riguarda il cioccolato di cui hanno una lunga tradizione. La prossima volta fatti portare dall’amico Darek da Odette, in ulica Górskiego, ci troverai dei dolci meravigliosi.

    E non scordiamo che pure il babà napoletano fu inventato da un cuoco polacco, in servizio a Parigi presso il re esiliato Stanislao Leszczinski…

    • Ciao Billy, ti ringrazio per il contributo. Uno dei problemi dell’alimentazione polacca ed est europea in generale é la materia prima, o meglio l’assenza di materia prima. L’est Europa é una specie di sconfinato campo di cipolle, patate e verze e quando per decenni sei abituato a mangiar oggi tutto quello che puoi perché non sai se domani mangerai, anzi non sai nemmeno se vivrai, ecco da un tale presupposto é difficile si possa inventare il cannolo di barrata o il cappuccino di baccalá.

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