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Il volto della giustizia

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Nel 1945, in uno dei suoi tanti editoriali su Combat, Albert Camus scriveva che “le nazioni hanno il volto della loro giustizia”.  Si indignava Camus di fronte all’ingiustizia, al crimine regolato dall’accettazione antropologica della violenza. Le brutalità della seconda guerra mondiale, Hiroshima, la necessità balorda e compiaciuta della violenza sistematica: queste erano le questioni che occupavano e preoccupavano i suoi articoli di quegli anni. Erano gli anni della rappresaglia come deterrente e principio di pace, gli anni dello schifo autorizzato dai “buoni”, quegli stessi francesi e americani che, per rispondere agli eccidi tedeschi, minacciavano di ammazzare tra le 50 e le 200 persone per ogni connazionale ucciso. I buoni che superavano i cattivi nella professione di cattiveria, nella professione di fede per i mezzi mortiferi, per l’annichilamento della dignità umana, visto che i tedeschi avevano stabilito un rapporto di 10 a 1.

Non è certamente più il tempo della morte come principio numerico, non lo è per lo meno qui da noi, dove il beccarismo ha avuto la meglio sull’annientamento legiferato. Ma è ancora il tempo della morte come principio di gioia. La morte altrui, beninteso, perché la propria fa una paura fottuta. Gli altri che sono assassini, gli altri che sono stupratori, gli altri che sono inumani e meritano leggi inumane, svuotate di ogni valore liberale; perché la libertà e la giustizia vanno a braccetto, sì, ma quando, dove non si manifesta umanità possono andare ognuna per la propria strada. Serenamente, senza patemi d’animo umanitario.

E allora proliferano le “grandi lezioni di giustizia”, quegli assassinii festosi chiamati impiccagioni, che vanno bene in un altrove indiano come in un qui italico, in un passato remoto e feudale come in una moderna democrazia occidentale. Vi piace il colore della gola quando la corda stringe, stringe, stringe fino a soffocare ogni pensiero, ogni ricordo, ogni cosa non fatta e impossibile ormai. Vi piace perché lo dite, lo scrivete con un orgoglio tutto giusto: meritarsi una pena, pur di morte, è una condizione esistenziale: le colpe sono i colpevoli, i colpevoli sono le colpe. Vi piace, ammettetelo, essere giudici di un giudizio giusto e definitivo.

Vi piace, lettori, commentatori del Fatto Quotidiano, scrivere che quei quattro indiani devono morire perché “è incivile lasciarli in vita”. Incivile, capito? Incivile è lasciarli in vita, non ammazzarli pubblicamente. E’ incivile perché la loro schifosa umanità ha stuprato e ucciso una ragazza di ventitre anni. La civiltà prevede il riconoscimento del suo contrario e la punizione attraverso quest’ultimo. Morte con morte. Perché la morte provocata è incivile, ma la morte evocata, auspicata dagli istinti di giustizia è giusta, è una lezione.

E’ difficile mettere a disposizione una parte della propria coscienza e sporcarla per chiarire il mondo; è più facile pulirla per oscurarlo, renderlo opaco agli occhi della propria umanità. Che ha il volto della giustizia, come quello delle nazioni di Camus, un volto indistinguibile, sformato: una nauseante faccia di merda.

 

* Questo post è stato ispirato dalla lettura di alcuni abominevoli commenti dei lettori del Fatto Quotidiano all’articolo sulla condanna a morte dei quattro assassini di una giovane studentessa indiana.

 

19 Comments

  1. Sono un lettore del Fatto Quotidiano e sarei curioso di sapere quanti altri giornali on line e quanti altri commenti ha letto il Sig. Sassi prima di scrivere l’articolo.
    Io sono a priori contrario alla pena di morte e leggere un post su FB che dice:”Vi piace, lettori, commentatori del Fatto Quotidiano, scrivere che quei quattro indiani devono morire…” mi ha fatto un po’ girare le pale. Ho apprezzato il contenuto dell’articolo ma trovo di un’ipocrisia astrale la presentazione in cui si citano i lettori del Fatto, certo citare i lettori del Manifesto o del Foglio non avrebbe portato la stessa visibilità giusto? ma i commenti su quelle testate sono stati letti e sul Corriere e la Repubblica?

    • Vabbè Riccardo, ma che c’entra? Sassi non ha mica detto che tutti i commentatori del Fatto Quotidiano inneggiano alla pena di morte. Mi pare si possa serenamente constatare che lo fanno in buona parte, e che questo è più interessante rispetto alla stessa statistica sui lettori di Libero o del Corriere (terribili anche loro). Al massimo direi questo: c’è veramente da sorprendersi che il target del Fatto abbia tendenze di questo tipo?

      • E serenamente dici una cazzata. Le proporzioni tra commenti pro e contro la pena di morte sono all’incirca le stesse che ci sono tra i commenti qui. Vai a contare se non ci credi. Mò che famo? Scriviamo un articolo in cui diciamo che i lettori di Libernazione sono dei bruti forcaioli?

        • oddio, sotto articoli del Fatto, appena si parla di crimine e, soprattutto, di stranieri, compaiono commenti da casa pound, e sono la maggior parte. Uno degli ultimi divertenti: la legge anti-burqa sulle ramblas. 9 su 10 ignoravano che la legge italiana non lo considera reato (hanno letto la legge senza soffermarsi su ‘in assenza di giustificato motivo’), e passano dal lamentarsi dei giudici di sinistra che non la applicano, ai carabinieri comunisti che non arrestano tutte quelle donne, ai politicanti rossi che non pongono rimedio, all’imminente invasione araba dell’Europa.

          Non parliamo poi dei marò. Il commento più equilibrato auspica la guerra all’India, paese di stupratori tra l’altro, senza magistratura indipendente e repubblica delle banane. Ignorando, tipo, che nel ’75 Indira Gandhi cercò di fare quel che ora fa, o vorrebbe fare, Berlusconi, e la popolazione indiana nel ’77 la bastonò alle elezioni, senza credere al ‘vi toglierò l’IMU’. Ma son dettagli.

  2. Al di la della questione dei lettori del Fatto vorrei chiedervi una cosa, anzi due.

    1. Davvero pensate che la condanna a morte di quei 4 ragazzi sia sbagliata?
    2. Se succedesse ad un vostro caro siete sicuri che rimarreste della vostra idea?

    Io non sono un ipocrita, ed odio il falsi buonismi, e sono sincero quando dico che per me hanno avuto quello che si meritavano, perché nel nostro paese se succede una cosa del genere, tra condizionali, indulti, ed agevolazioni varie uno può permettersi di stuprare ed uccidere e se ha un pò di culo non finisce nemmeno in carcere.

    Sinceramente, fossi una delle vittime o una persona direttamente legata alle vittime, io quelle persone le vorrei morte.

    Non dico che la pena di morte è la soluzione a tutti i mali, ne che sia a tutti gli effetti una giustizia, ma in determinati casi è sicuramente il provvedimento più efficace.

    Nota: Non sono un lettore del Fatto, lo consulto di tanto in tanto, come consulto tanti altri giornali, ma non sono lettore abituale di nessuno.

    • “Sinceramente, fossi una delle vittime o una persona direttamente legata alle vittime, io quelle persone le vorrei morte.” Sono sincero, probabilmente lo vorrei anch’io. Il problema qui é che le cose cambiano (e di molto) quando il diritto o dovere di uccidere viene affidato allo Stato. Il fatto che io possa avere sete di vendetta non implica che il resto della collettivitá debba legittimare un mio impulso emotivo a spese di un principio sacrosanto (ovvero la contrarietá alla pena di morte).

    • si Axel, sono sicuro che non vorrei la morte di alcuno, ho commesso alcuni reati nella mia vita e so quanto è duro il rimorso, l’immagine o il pensiero di 4 persone che penzolano dalla forca te la lascio volentieri

  3. Axel, ma il punto è proprio quello: fortunatamente, la giustizia è figura terza rispetto alla vittima e al carnefice. Credo sia naturale che le vittime o i loro parenti vorrebbero quelle persone morte, ma il giudizio va espresso dal punto di vista del codice, della legge, non della sofferenza di chi ha subito il crimine. Ed è un bene che sia così.
    Si può discutere sulla scelta morale della pena di morte, in un ordinamento che la prevede; sulla sua efficacia, magari come deterrente, permettimi però di dubitare, visto quello che dicono le statistiche.

    • Beh è anche vero che l’approvazione della pena di morte in india è arrivata all’inizio di quest’anno, purtroppo, è un periodo troppo breve per poter dire se è stata efficace o no.

      A rigor di logica, quantomeno da deterrente dovrebbe funzionare, visto che adesso chi fa tali atti sa di rischiare la morte quasi per certo.

      Chiaramente so bene che per alcuni sarà cosi per altri no, ma spero che la maggioranza, alla luce di queste condanne, faccia la scelta più saggia.

      Ripeto, non sono favorevole alla pena di morte a tutti i costi, ma mi piacerebbe un giorno, sapere che questa sia una “soluzione” (passatemi il termine) estrema e soprattutto quasi mai utilizzata.

  4. @axel
    lo dicono le statistiche degli ALTRI paesi dove vige la pena capitale.

    Per il resto sono d’accordo con l’articolo. Che si debba ricorrere ad un “occhio per occhio dente per dente” nel 2013… DUEMILATREDICI, mi pare semplicemente abominevole.
    Utile? NO.
    Deterrente? nemmeno (ripeto: non lo dico io ma statistiche in Cina, USA)
    Da’ sfogo ai nostri più meschini istinti di vendetta? ecco, quello si.
    Vorrei sentirlo dire e poterlo leggere.
    Almeno sareste sinceri.

    • Io proprio questa cosa del rifiuto del “occhio per occhio dente per dente” perché siamo nel 2013 proprio non la capisco.
      Anche nel 2013 la barbarie resta una componente dell’essere umano così come lo sono i sentimenti, le emozioni (anche l’odio) ed il dolore.
      Nel 2013 siamo solo superiori agli uomini del passato solo per conoscenze scientifiche e tecniche ma dal punto di vista dell’essenza non siamo diversi, prova ne è che ancora nel 2013 esiste una profonda ingiustizia sociale e i tratti bestiali dell’umanità sono ancora ben presenti.
      Pur nel 2013 siamo ancora, sempre e solo esseri umani!

    • Il principio che m’ispira l’accettazione è l’idea che esistono limiti che non dovrebbero mai essere superati e che il fatto di superarli dovrebbe automaticamente dequalificare chi li supera dal diritto di essere considerato degno di vivere.
      Personalmente penso che chi arriva a commettere certi reati, se si rendesse davvero conto di quello che ha fatto dovrebbe di sua stessa iniziativa porre fine alla sua vita (come per altro pare aver fatto uno degli imputati – l’autista).
      Se però costui non ha il coraggio/la capacità di farlo da solo, credo sia accettabile che la società provveda per lui.
      E poi a chi dice che la pena di morte non ha un valore “educativo”/deterrente: magari mi sbaglio ma dubito che il minorenne, salvo per grazia ricevuta x l’età, possa pensare nuovamente di fare una cosa simile..
      Secondo me, se applicata davvero, la pena di morte può avere si una componente deterrente.

      Ora, io ti ho spiegato il mio punto di vista, sarebbe carino se tu mi volessi spiegare il tuo.

      • “Il principio che m’ispira l’accettazione è l’idea che esistono limiti che non dovrebbero mai essere superati e che il fatto di superarli dovrebbe automaticamente dequalificare chi li supera dal diritto di essere considerato degno di vivere.”
        la spiegazione del tuo: “si” alla pena di morte potrebbe essere la spiegazione del mio “no” alla stessa.
        Inqualificabile uccidere un uomo, secondo me, perchè se tu la usi come vendetta, sfoghi un tuo istinto, nulla più.
        Ah, poi il tuo riportare il tutto al fatto che la natura umana è intrisa di “barbarie” è fantastica.
        La usi a tuo piacimento per appendere un uomo ad una corda ma ti scandalizzi se la STESSA natura umana porta ad altri comportamenti che , a dir tuo, farebbero parte del nostro essere.
        Bene, a me inorridiscono entrambi i comportamenti.
        Il fatto che nel 2013 esistano ancora comportamenti simili non li giustifica, parer mio, e non posso nemmeno pensare che tu voglia confrontare la società attuale con quella di alcuni secoli fa.

  5. Sono una lettrice appassionata del Fatto Quotidiano e sono “fieramente avversa” alla pena di morte.
    Per qualunque delitto, anche il più atroce, come certamente atroce è il delitto commesso in India.
    Perché lo Stato non può MAI scendere al livello di un assassino facendosi esso stesso assassino, e perché la pena di morte E’ un feroce assassinio di gruppo.

    P.S. Ho letto un po’ di commenti sul sito ‘incriminato’: sono commenti diversificati, c’è un normalissimo dibattito con posizioni contrapposte, del tutto fisiologico quando si riflette su temi così drammatici: un dibattito del tutto simile a quello che QUI, su questo sito, il tema sta suscitando.

    Chiedo scusa, ma mi sembra abbastanza sciocco e strumentale crocifiggere il ‘Fatto Quotidiano’, e magari ‘Libernazione’, perché ospitano nelle loro pagine posizioni ‘forcaiole’.

    Personalmente, dico che mi preoccupa molto di più sapere che una grande democrazia possa ‘convivere’ con un costume di atroce violenza praticata quotidianamente contro le donne e, in più,possa ‘convivere’ con la barbarie della pena di morte.

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