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Il vetrocemento dell’Infinito

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Anche quella mattina ero rassegnato al solito copione: attendevo pazientemente fuori dal gabinetto che mia sorella lo lasciasse libero. Dovevo fare la pipì, avevo la bocca impastata e una gran voglia di lavarmi, ma, al solito, la nostra principessa se ne fregava del resto della famiglia. Ero lì ad aspettare il mio destino quando, attraverso le pareti, sentii quello che non poteva che essere un gemito di piacere. Soffocato, sì, attutito dal legno della porta, certamente, ma senza possibilità di dubbio, un verso di incontrollato, puro piacere. Ai tempi, a dispetto dei miei ragguardevoli 12 anni, sul sesso avevo ancora le idee molto co fuse; in ogni caso, l’etichetta e il solco profondo di un tabù inveterato mi impedivano di giustificare quella specie di rantolo di gola nel modo più ovvio. Così come registrai il suono, esso venne archiviato in una segreta della mia coscienza.

Circa un minuto dopo, sentii finalmente il suono della serratura della porta che si apriva. La porta si aprì, e Laura apparve, circondata da un alone di vapore che sapeva di shampoo agli agrumi e di un qualche profumo dozzinale da adolescenti che ai tempi era molto diffuso. Laura era avvolta nel suo asciugamano giallino, i capelli bagnati nascosti da un turbante di spugna rosa. Sul suo volto vidi un’espressione che mi sarebbe rimasta impressa per i successivi trent’anni: i grandi occhi castani erano calmi e luminosi, la bocca atteggiata ad un abbozzo di sorriso, la pelle sembrava emettere una qualche vibrazione. Ero abituato, eravamo tutti abituati veramente, ai suoi insulti gratuiti, al suo costante malumore e alle emozioni negative con cui amava gratificare tutti i membri della sua famiglia, specie la mattina presto: quella visione di radiosa beatitudine mi fece quasi spavento. Che avesse preso delle droghe? Teneva la sua spazzola di legno (pesantissima) nella mano sinistra: quel giorno non solo non cercò di usarla come corpo contundente sulla mia testa, come era solita fare, ma nemmeno minacciò di farlo… Ero stupefatto.

Appresi dei prodigi avvenuti nel nostro gabinetto solo in seguito, quando Laura ormai ci aveva lasciato da un po’ per condurre la sua nuova vita. Dopo i sei mesi di silenzio che seguirono la sua fuga, concesse una lunga intervista ad un giornalista alla moda del New York Times, in cui raccontava gli eventi accaduti quella mattina di luglio di qualche mese prima, nella sua casa di Roma. Era seduta sulla tazza per espletare le sue funzioni corporali quando il suo sguardo fu attirato da uno dei mattoni della parete di vetrocemento che dava luce al bagno di noi ragazzi. Non ci aveva mai fatto caso, fino a quel giorno, eppure si rese conto che la sua deforme trasparenza non riusciva a celare una qualche forma di attività, di vita si sarebbe detto. Le parve di vedervi il volto del minuscolo operaio che lo installò: aveva una falange mancante, questo lo ricordava, e ora il mattone le stava mostrando come e dove era avvenuto l’incidente. La visione si allargò improvvisamente, inondando di il bagno e tutto quanto di un rosso screziato di verde. Poi, tutta quella roba, che era lì fuori, e che, per quanto ne sapeva il suo cervello, aveva sovrascritto tutto il mondo, le entrò dentro, dalla bocca, dalle orecchie, dagli occhi, dalla vagina scoperta e dall’ano. Provò una sorta di orgasmo elettrico di proporzioni talmente terrificanti, che temette di perdere la ragione per sempre. Ma no. Perché si riebbe velocemente, e sentì un infinito caldo sapere infondersi nelle sue vene. Il sapere la teneva tra le sue braccia robuste, e lei non aveva paura, non si sentiva né sopraffatta, né arrogante.

Si alzò dalla tazza, si asciugò con la carta igienica, tirò l’acqua, e poi, tirato giù il sedile, vi si sedette sopra. Si rendeva conto di capire tutto: ogni cosa le apparve in tutta semplicità e chiarezza: tutte le note del mondo, quelle delle sinfonie più complesse come quelle dei pezzi punk più sgrammaticati ed abrasivi, erano collegate e spievagano il disegno dei pori della pelle di tutti gli uomini e le donne del mondo; le sembrava che ogni parola pensata, scritta ed immaginata, dalle bestemmie più oscene ai versi più sublimi costituissero una trama perfettamente coerente e comprensibile; le vedeva turbinare, le lettere le note, assieme ai disegni astratti dell’iride di miliardi di persone viventi e defunte, e farsi una cosa sola, ma al tempo stesso distinta, con il ritmo del battito delle alì di un colibrì, scandito, ogni 128 vibrazioni, dalla campana di un tempio  buddista tibetano.

Ovviamente, la CIA, il Vaticano e gli altri, cercarono di capire se dalla infinita e serena sapienza di Laura si potesse cavare qualche cosa. Un bel giorno, infatti, Laura venne rapita e sottoposta ad una serie di test in un luogo segreto. Pare che quel giorno Laura accolse con un sorriso ironico i cazzoni muscolosi che l’avevano prelevata davanti ad un negozio di roba biologica (era pur sempre una stronza, mia sorella!). Disse loro che il furgone nero dove l’avrebbero trasportata aveva problemi all’impianto elettrico. Ed infatti, il veicolo si fermò miseramente a metà strada, costringendo l’intero corteo a fermarsi, tra i fischi e le risate degli astanti.

Fu subito chiaro che Laura non era pazza. Tuttavia il suo sapere infinito si rivelò infinitamente inutile. A lei, e solo a lei, ogni evento appariva chiaro e giustificato, ma dopo le prime dieci ore di narrazione, anche gli specialisti più sgamati mollavano: dovevano ammettere che non ci capivano un accidente. Dal momento che la sua infinita sapienza non poteva essere sfruttata né per la guerra, né per il profitto, Laura venne rilasciata e poi velocemente dimenticata. Ora vive in un paese isolato da qualche parte in Ungheria. La sera, seduta vicino alle sue pecore, guarda l’orizzonte: qualche volta sorride, qualche volta una lacrima solca il suo volto luminoso. E’ sola, sa tutto.

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(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

4 Comments

    • no, ‘sta roba l’ha scritta Gromit. comunque, ad avere lo stile e l’erudizione di FW, anche quelli di cui disponeva alla scuola d’infanzia… ci metterei la firma subito!

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