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“Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan

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Su una rivista per fighetti ho letto di questo libro una recensione entusiastica; quando ho scoperto che è stato premiato con il Premio Pulitzer per la letteratura, e che per giunta parla (anche) di un bassista rock, mi sono convinto a comprarlo. Dopo averlo letto, però, mi sono ripromesso un maggior grado di cautela nella scelta dei libri da acquistare (e soprattutto di ignorare le sirene che occhieggiano seducenti dalle pagine patinate delle pubblicazioni alla moda).

Quella che Cathleen Schine ha definito niente meno che una “commovente saga umanistica” e addirittura un’ “enorme epopea ottocentesca” (wow, manco fosse Proust!) è in effetti una raccolta di racconti in cui il protagonista di un episodio compare, in un hic et nunc differente, come coprimario in un altro, con diverse variazioni su tema. In sostanza, il meccanismo ad incastro visto al cinema in Short Cuts (America Oggi), e rapidamente degradato a stucchevole manierismo (Crash). Egan, in questo caso, aggiunge anche il fattore tempo, facendolo correre in avanti o all’indietro a seconda del suo umore e senza che questi rewind e fast forward abbiano uno scopo riconoscibile diverso da quello di confondere il lettore. Tanto basta per tentare di applicare al libro l’etichetta di post-moderno; c’è chi, con sprezzo del pericolo, ha buttato là il nome di Foster Wallace, che indubitabilmente si è rivoltato nella tomba.

In effetti, proprio il passare del tempo è uno dei temi dominanti del libro: il tempo che consuma ogni cosa, dissolve i sogni e corrode le personalità, anche se alla fine tende a trasformare perfino dei punk sbandati in “family people”. Le altre tematiche su cui Egan si sforza di passare al lettore un qualche messaggio sono parimenti banali: la felicità è transitoria ed imperfetta, il rock di oggi non è più quello di una volta, l’attuale società digitale interconnessa ha eroso il significato di “amicizia” come si intendeva ai bei tempi andati… Insomma, l’equivalente di una conversazione con un nonno un po’ rimbambito al bar sotto casa.

Resta un mistero come un simile cumulo di banalità abbia potuto meritare un premio prestigioso, che è stato giustificato con le seguenti motivazioni: “per l’investigazione inventiva del senso dell’invecchiare in un’era digitale, in cui l’autrice ha dimostrato una genuina curiosità riguardo a cambiamenti culturali che avvengono alla velocità della luce.”

Intendiamoci, il libro non è scritto male, i singoli racconti sono confezionati con cura e talora risultano discretamente avvincenti. Ci sono, però, altri problemi, oltre all’insussistenza di un contenuto originale da trasmettere al lettore (già una pesante ipoteca). L’autrice, per dirne una, fa i salti mortali per rendere i personaggi interessanti, senza riuscire nemmeno un minuto a farceli sembrare veri. Anzi, la loro tendenza ad agire come marionette senza anima, delle astrazioni semoventi, è riuscita spesso ad irritarmi.

Quando poi Egan si avventura fuori dai confini sicuri della rappresentazione di un contesto “arty” made in USA, spingendosi a descrivere addirittura un safari in Africa o un soggiorno a Napoli, il suo motore comincia ad ansimare, inceppato come è da situazioni involontariamente ridicole e da rozzi stereotipi. La scelta di declinare il modo di narrare in tutte le possibili varianti, mutando la persona del narrante, il tempo storico, lo stile e perfino la grafica, appare infine un artificio volto più a distrarre il pubblico da una conclamata povertà di idee che a moltiplicare la capacità espressiva dell’autrice.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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