un blog canaglia

burattininapoletani_M

Il teatrino, i disgraziati e la fabbrica del consenso

in politica by

Voi mi direte: ma come, non eri garantista? Come osi parlare, quando le indagini sono ancora in corso e non si è celebrato neppure un processo?
Giusto. Giustissimo. Ma un conto è pronunciarsi sulle singole responsabilità personali, cosa che non mi permetterei mai nemmeno di immaginare, un altro è prendere atto dell’esistenza di un contesto. Meglio, di un sistema.
Che poi, stringi stringi, a occhio e croce è sempre lo stesso: si prendono dei disgraziati -non importa se siano immigrati, o rom, o sinti, fa lo stesso- che una parte dei cittadini vorrebbe cacciare a calci nel culo e un’altra parte dei cittadini riterrebbe più consono accogliere in modo decente; poi ci si schiera ordinatamente -un po’ con gli uni, un po’ con gli altri e un po’ nel mezzo- e infine si apre il sipario e si dà inizio al teatrino.
Il teatrino dei talk show, dei dibattiti accesi, delle dichiarazioni ideologiche, delle prese di posizione strumentali e dei proclami populisti: insomma tutta quella roba che incidentalmente alimenta e fa crescere un consenso di portata marginale, quello comunemente denominato “d’opinione”, ma serve soprattutto a distogliere lo sguardo di entrambe le fazioni di cittadini da quello che succede davvero.
E quello che succede davvero è semplice: c’è da prestare assistenza ai disgraziati, mentre si litiga; e occorre farlo nel modo più costoso possibile, preferibilmente in condizioni d’emergenza endemica, giacché l’assistenza viene prestata dagli amici e dagli amici degli amici e non si può andare mica tanto per il sottile con bandi e gare d’appalto; il che rappresenta la vera e propria industria clientelare del consenso -quello vero, quello pesante, quello delle decine di migliaia di preferenze-, e chissenefrega se il risultato che si ottiene è uguale a zero, se i disgraziati finiscono per diventare ancora più disgraziati di prima, se nel frattempo si producono -per non dire che vengono alimentate ad arte- tensioni sociali insostenibili che di quando in quando sfociano in vere e proprie rivolte.
Anzi, meglio. Perché quelle tensioni sociali e quelle rivolte aumenteranno la preziosissima percezione dello stato d’emergenza perenne, e quindi potranno essere prese, impacchettate e utilizzate alla grande nel teatrino di prima, che si arricchirà di altri personaggi, imprevedibili colpi di scena, nuovi paladini e ulteriori dichiarazioni, prese di posizione e proclami. E via daccapo, ad libitum.
Ecco, il sistema funziona più o meno così: dietro le quinte si fabbrica il consenso, mentre sul palcoscenico va in scena la fiction. A beneficio di quelli che applaudono, fischiano, protestano o esultano per le battute del copione, mentre da sotto il naso gli sfilano milioni, e milioni, e milioni.
Nel frattempo i disgraziati restano tali: ed è paradossale, perché la produzione di tutto questo ben di dio, in soldi e in voti, si deve soprattutto a loro. Non esseri umani, ma carburante per mandare avanti il motore del sistema, asset trasversale e più che mai redditizio perfino per chi finge di blaterare che dovrebbero andarsene.
Questo, è il sistema.
Altro che discussioni sull’integrazione e sull’identità.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

2 Comments

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from politica

Go to Top