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Il ragazzo di Belcourt / 1

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È il 16 maggio 1936. Tre studenti poco più che ventenni salgono di buona lena il Chemin Sidi-Brahim, uno di quei sentieri turchi tanto rappresentati dai pittori orientalisti, che gli abitanti della zona sono abituati a chiamare Chemins Romains per via della loro architettura vagamente romana. La strada si inerpica sulle colline sovrastanti Algeri nei pressi di El-Biar, una località residenziale che si staglia ad ovest della città e che deve il suo nome ai molti pozzi presenti nella zona. La vegetazione è fitta e selvaggia e mediterranea: gli olivi e le piante di ribes spinoso cominciano a fiancheggiare il cammino non appena fuori dal centro abitato e lo accompagnano quasi languidamente verso l’alto, interrotti di tanto in tanto soltanto dalle mura grezze e bianche di qualche villa.

La salita è ripida e tortuosa, il sole algerino bagna il paesaggio, lo riempie di una luce marina. Il mare è infatti alle spalle ed è una presenza liberatoria perché apre il panorama, affidando al mondo questa fetta d’Africa francofona. Jeanne-Paule Sicard, Marguerite Dobrenn e Albert Camus si lasciano indietro lo sferragliare dei tram e lo scalpiccio frenetico degli abitanti del centro; continuano a salire tra gli olivi mai potati, superano un tornante e notano un cartello «À louer» («Affittasi») su una casa lì in alto, all’angolo tra il Chemin Sidi-Brahim e la Rue des Amandiers. La piccola villa, che è situata nella proprietà Jourdan, sembra incastonata nella collina e rivolge la faccia verso il mare.

Si tratta della Maison Fichu, la vecchia abitazione del giardiniere di Monsieur Jourdan, al quale il ricco proprietario l’aveva donata e da cui ha preso il nome. Monsieur Fichu l’aveva col tempo ampliata con un attico e una grande terrazza dalla quale si poteva osservare tutta la baia di Algeri fino alle montagne della Kabylia. Al primo piano di quella stessa casa aveva vissuto il decoratore Maurice Acquart, amico del pittore Louis Bénisti e padre dello scenografo teatrale André Acquart. Per i tre studenti è un colpo di fulmine. Albert rimane abbagliato da quella terrazza aperta sul Mediterraneo, quel mare in cui lo zio Ernest, muscoloso muratore sordomuto, lo portava a nuotare da bambino.

L’intuizione è immediata, l’entusiasmo unanime: perché non abbracciare il vecchio sogno, il progetto della vita in comunità? Ma soprattutto: perché non fare di quella casa in collina la sede della loro neonata compagnia teatrale?

(Continua…)

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