Il prezzo della vita in vite

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Difficile non essere contenti personalmente per la fine della prigionia di due ragazze. Certo che se la sono cercata, certo che probabilmente ora che avranno piazza e microfono le sentiremo proferire i peggiori deliri (d’altronde cosi’ accadde con Giuliana Sgrena), certo che sulla trasparenza delle organizzazioni cui si appoggiavano queste due ingenue cooperanti e’ legittimo sollevare dubbi.

Ma il problema di molti, gloriosamente rappresentati da Salvini, negli ultimi tempi in grande competizione coi grillini per dare voce ai peggiori istinti di pancia del Paese, sembra essere che, insomma, “due che solidarizzavano coi mussurmani” non meritavano la nostra, di solidarieta’.

Io, ovviamente, penso che la meritino. E sono contento per loro. Ma penso che la meritino anche le altre centinaia di altre ragazze, magari altrettanto ingenue politicamente, magari piu’ o meno prudenti nelle loro azioni, che sono meno sicure ogni volta che lo Stato Italiano segnala di essere disposto a pagare chi rapisce un suo cittadino. Non si tratta dei circa 50 centesimi a contribuente, nel caso il riscatto fosse veramente uguale a 12 milioni. Si tratta dell’enorme incentivo dato ai criminali, terroristi e guerriglieri di tutto il mondo: lo Stato italiano tratta.

Questo, badate bene, non mette a rischio solo i cooperanti in determinati paesi. Cosa dovrebbe pensare un ingegnere dell’ENI in Libia, Nigeria, nel Caucaso? Se Impregilo prende un appalto in Honduras o in Colombia meridionale, le squadre che se ne occupano sono oggi piu’ o meno sicure? E siamo piu’ sicuri noi, italiani sparpagliati nel mondo occidentale, in Italia e all’estero, in un contesto in cui certo terrorismo e’ ormai attivo su scala globale, e necessita di fonti sicure di finanziamento?

Ma il problema degli incentivi e’ solo uno degli aspetti della vicenda. Nell’immenso cinismo di considerare non passibile di valutazione economica la vita dei propri cittadini (perche’ ovviamente l’Italia mica si offre di pagare per gli ostaggi inglesi), ci chiediamo a cosa serviranno i soldi del riscatto, per quanti siano?

Questo, forse, bisognerebbe chiedersi. Purtroppo, al momento, il dibattito italiano non offre le condizioni perche’ si ragioni delle cose. E allora torniamo a ribadire che la vita e’ importante, o che i mussurmani sono gente con cui non si va a cena. Tanto non siamo mica un Paese serio.

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(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

41 Comments

  1. Due povere stronze. Bisognava lasciarle lì a marcire, così il prossimo coglione che vuole farsi una gita da quelle parti magari ci pensa due volte. Se si smette di pagare i riscatti finiscono anche i rapimenti. Magicamente.

    • La cosa divertente dei fascioleghisti è che gli immigrati non li vogliono, i problemi vanno risolti sul posto con la cooperazione internazionale, poi quando qualcuno fa cooperazione internazionale è un coglione e doveva rimanere a casa.

      • a costo di passare per fascioleghista, ti risolvo il dilemma:

        sarebbe forse bene che i coglioni restassero a fare i coglioni a casa loro, e lasciassero la cooperazione internazionale ad altri.

        • Lei come pensa che funzioni la ‘cooperazione internazionale’, quella ‘organizzata’ diciamo?

          Se esclude le governative, dove quasi tutto viene assorbito in costi fissi (palazzi, guardie, suv per spostarsi), rimangono le ong. Che, pure quelle organizzate, non lavorano in maniera troppo diversa da queste due _ingenue_ e _incoscienti_ ragazze.
          Perchè per portare un 70-80% del donato sul posto, devi abbattere i fissi. Ovvero niente guardie armate che ti seguono anche per andare a pisciare, niente palazzi sorvegliati costruiti appositamente, niente auto blindate per andare dal punto A al punto B.
          La stessa logica riguarda la trattativa. Gino Strada, quindi Emergency, e pure quelli di MSF, per lavorare in Afghanistan trattarono coi talebani. Ma alla grande. Perchè è come l’ENI in Nigeria, come è irrazionale pensare di poter fare un buco nel terreno senza pagar fior di mazzette, è impensabile lavorare su un territorio controllato per il 5% dal governo ufficiale e al 95% dai vari ras e potentati locali.

          • grazie per la delucidazione. essendo nato ieri, in effetti, pensavo che l’unica differenza fosse che gino strada è meno fotogenico.

            ammetterà, spero, che trattare “prima” di cadere in mano al nemico/amico è più vantaggioso; o, per restare alla categoria fascioleghista del “coglione” (DA LEI introdotta, non lo dimentichi), più saggio.

          • naturalmente. e infatti non ho parlato di trattare “invece” ma di trattare “prima”…

            per usare una parabola, però, quello che volevo dire io è che quando un simoncelli si sfragna con la moto penserò molte cose di lui MA NON che era un coglione. mentre quando si sfragna il mio vicino di casa…

          • Ultimo appunto poi chiudo. Avevano vent’anni, quindi ho usato i termini ‘ingenue’ e ‘incoscienti’, a cui possiamo attaccare ‘sognatrici’. Che vuole dire in buona sostanza ‘coglione’, nell’accezione in cui si lo usa riferendosi a un sognatore.
            Stavo rispondendo però a un troll che ha scritto “Due povere stronze”.

    • Era na vita che non cadevo in un trolleggio, ma ce l’hai quasi fatta.
      Ho cancellato tre incipit diversi, un pò perchè troppo volgari un pò perchè non te li meriti.
      Vai a fare a pugni col Papa, vai, da bravo…

      Scusi l’ot Mazzone, trovo l’articolo molto condivisibile, e visto che ne sa sicuramente più di me le chiedo : come sono finiti gli altri casi negli anni di ostaggi vari rilasciati ? L’italia paga sempre e Usa no?

  2. Articolo molto condivisibile. Il mio unico dubbio, però, è che smettere di pagare i riscatti elimini il problema. Anche governi decisamente meno disponibili al dialogo, US e GB per esempio, subiscono un sacco di rapimenti, se non sbaglio l’ultimo in Yemen, finito malissimo per grossolani errori di intelligence. E quelli di solito non mandano soldi, ma direttamente le teste di cuoio.
    Cioè, quello che ha funzionato con l’anonima sarda non è detto che funzioni anche con quattro pecorari analfabeti, al netto delle battute sulle abitudini sessuali dei pastori nuragici.

    Mi rimane un sassolino nella scarpa, che non riguarda l’articolo in questione. Come cazzo è possibile che i due marò sono eroi mentre due ingenue tizie andate lì per aiutare (“amiche dei terroristi” un cazzo, mica han portato bombe a mano) sono due coglione?

    • In effetti forse sarebbe il caso di arrivare ad una transazione economica anche con l’India sul caso dei marò.
      A quanto risulta sarebbe anche stata tentata, ma pare che le condizioni politiche non fossero allora favorevoli (elezioni in India etc etc).

      Sulla cooperazione il discorso diventa complesso. Si sa di onlus e di agenzie che mandano i cooperanti 5 giorni in hotel a 4 stelle nelle capitali con le relazioni dei progetti già scritte, come anche di cooperanti che invece hanno lasciato la vita sul campo (leggi Emergency o MSF). Per non parlare di coloro che andarono come “guardie del corpo” in teatri di guerra o dei nostri soldati ed inviati a Nāṣiriya
      Insomma l’universo della cooperazione è variegato e non sono possibili giudizi tranchant.

      Credo però che se le due ragazze non hanno intravisto altra alternativa per il loro personale progetto di vita che andare a fare volontariato con i bambini in un paese a rischio, beh forse una riflessione su questo e su quanto bisogno ci sarebbe dello stesso volontariato anche qui da noi andrebbe fatta.
      Da noi, ribadisco. Dove, vale la pena di ricordare, fino a non più recentemente di 20 anni fa, la moda dei sequestri a scopo di estorsione non era proprio solo lo sfizio di un’elite di privilegiati…

        • No, si sbaglia. Io difendo Dieudonnè. Perchè sto difendendo un concetto, quello della libertà di stampa. E anche se non condivido le idee di Dieudonnè (quelle di CH sì, ma è un puro caso), si sta parlando di libertà di stampa non di gusti personali.

          Io non sto difendendo ‘italiani nei guai all’estero’, sto parlando ci giornalisti e persone che fanno cooperazione internazionale. Non è la stessa cosa di soldati su una nave privata che (forse) hanno sparato a due pescatori. Non è la stessa cosa di un pedofilo preso a Bangkok e sbattuto in un carcere thai.
          Mentre Dieudonnè e CH sono entrambi espressione dello stesso concetto.

          • Per inciso i soldati su quella nave privata ci andarono per un accordo con i Ministero degli Esteri e della Difesa.

            Poi poche balle! Fu l’armatore D’Amato adare l’ordine al comandante della Enrica Lexie di entrare in acque indiane probabilmente perchè gli fu detto che altrimenti le sue navi non avrebbero potuto più attraccare nei porti dell’India per i restanti 999 anni!
            E lui, fregandosene dei due militari pagati da tutti noi, messi li a difendere la sua barchetta privata, l’ha fatto senza colpo ferire.
            Se qualcuno deve andare in India a processo al posto dei due marò è senz’altro quel beota là!
            Sul resto le ricordo che la pedofilia è un reato anche in Italia…

          • @Stefano

            E la libertà di espressione no? E la stampa fino a che punto?
            La retorica politica occidentale nel nome della libertà di stampa ci sta conducendo alla terza guerra mondiale.

          • Non sono certo di aver capito bene il suo pensiero. Mi dica che non è ‘perchè ci sono dei tizi cattivi, buttiamo nel cesso 300 anni di diritto e torniamo al Re Sole’. Altrimenti voglio dire, già che Forte dei Marmi è pieno di russi e Putin è un tipo incazzoso, potremmo cedere loro direttamente la Versilia, per evitare noie.

            Quella che lei chiama ‘retorica’ è la libertà di poter dire che Renzi fa schifo, che l’Europa è una trappola, che la religione è un imbroglio eccetera. E il novecento le dovrebbe far capire che il ‘dire’ è stato sempre il primo passo del ‘fare’. Aborto, divorzio, diritti dei lavoratori, libertà personali si sono sempre sviluppate partendo da una critica. Quando la critica non era permessa, il percorso era molto più tortuoso. Come accade ora nei paesi islamici, pure quelli amici, dove frustano un blogger, e in molti stanno zitti per non prendersi le frustate pure loro.

          • @stefano

            Ma quali sono questi diritti che se pronunci ebreo per sbaglio ti arrivano a casa sbucando dalla “tazza” anche i servizi segreti?

          • Anche la ‘democrazia’ è ben lungi dall’essere perfetta. O l’uguaglianza dei cittadini (hai i soldi = serie A, pezze al culo = serie B).

            Ma tra il lamentarmi perchè non posso mandare mio figlio in Bocconi che costa troppo e il lamentarmi perchè devo mandarlo in fabbrica 12 ore al giorno per mantenere i suoi fratellini, beh, scelgo la prima…

    • Infatti, i due marò non sono eroi. Sono dei soldati mandati a fare un lavoro, anche delicato, senza le necessarie istruzioni. Hanno sbagliato.

    • Per me sono loro coglione (andare in un paese in guerra appoggiandosi ai ribelli tramite una ONG di loro due più un altro pirla) non è da aquile.

      I Maró sono un caso diverso, l’accostamento non c’azzecca e sono probabilmente due assassini.

  3. vediamola in questo modo, con il riscatto pagato l’Italia finanziando Jabat-al Nusra finalmente compie un’azione concreta per far cadere una dittatura poliziesca e liberticida, quella di Assad.

  4. Four Myths About Ransoms

    allego un interessante articolo di fireign affairs (non esattamente un magazine pacifista, ma comunque una fonte sempre interessante sui temi di politica internazionale. non ci sono soluzioni facili, ma l’idea che rifiutando di pagare riscatti si disincentivino i rapimenti ad oggi non trova riscontro nei fatti. in compenso, la scelta di non pagare riscatti ha parecchie serie controindicazioni

    Why Governments Should Pay Up

    By Adam Dolnik

    January 14, 2015

    The brutal executions last year of five British and American hostages by the Islamic State of Iraq and al-Sham, alongside reports that ISIS has raised some $45 million through ransom payments, have put the West’s hostage management policies under intense scrutiny. The debate has centered around the usefulness of the “no concessions” policy, under which governments refuse to pay ransoms, release prisoners, pull out troops, or otherwise alter government policy to secure the release of hostages. But there is no debate: the policy is wrong-headed. In endorsing it, proponents have spread a variety of misconceptions about its purpose and efficacy—many of which have yet to be dismantled.

    The first misconception is that governments that follow a strict “no concessions” policy do not negotiate with terrorists. But among governments that adhere to the policy, enforcement varies widely. Although most Western governments refuse to pay ransoms at the governmental level, many—such as those of Denmark and the Netherlands—will not stop victims’ families, employers, or other benefactors from doing so in their stead. Countries such as the United States and the United Kingdom are more unforgiving. A senior U.S. official reportedly told the family of James Foley, the first American citizen ISIS beheaded, that they would be prosecuted if they paid a ransom on their own. The British home secretary recently banned U.K.-based insurance companies from reimbursing ransom payments made to terrorists. For most other countries, however, the flexibility of the “no concessions” policy varies case by case.

    A second misconception has to do with the efficacy of the policy. Governments such as that of the United States argue that not paying ransoms makes their citizens less attractive targets for terrorist organizations such as ISIS. But no matter how logical this assumption may sound, there is no evidence that terrorists choose hostages based on a given government’s ransom policy. Nor is there evidence that citizens of countries that are widely known to pay ransoms are targeted any more frequently than citizens of countries that do not. In conflict zones, hostages are typically chosen based on how Western they look and how easy they are to capture. Only later are their fates determined, in a long process during which hostages are typically passed among different groups as part of internal negotiations. For the 17 hostages held by ISIS in Syria, for example, no ransom demands were made until at least November 2013, many months after their initial capture.

    In addition, most terrorist groups take hostages not primarily to make money, but as a tool of political intimidation and extremist propaganda. In the vast majority of terrorist kidnappings, the initial demands are typically political, such as the release of high-profile al Qaeda members from Guantánamo Bay or the withdrawal of troops from Iraq or Afghanistan. Ransom payments are usually demanded later as a “Plan B.” And even when money is on the table, it does not always appear to be the main motivation. In the case of Foley, for example, ISIS did not seem that interested in the ransom payment. The kidnappers reportedly asked for 100 million euros ($118 million), which so far exceeded the 2 million euros ($2.4 million) they had allegedly received for their other hostages that they could not have expected the United States to pay it. With an overall budget of $2 billion, not to mention a daily income of $3 million from oil sales alone, ISIS did not need the money anyway. In the end, Foley had greater value to them as a murder victim in a propaganda video. This was also the case for French hiker Hervé Gourdel, whom ISIS kidnapped and beheaded in Algeria in September. Had money been the objective, the kidnappers could have struck gold, as the French government is widely rumored to pay ransoms. For the kidnappers, however, Gourdel appeared to have greater worth as a symbol: a victim in a widely distributed video that denounced the U.S.-led coalition against ISIS.

    A strict “no concessions” policy limits options for the safe return of hostages without delivering on any of its promises.

    In cases where money is the main motivator, terrorist groups would have to believe that governments are truly committed to enforcing a “no concessions” policy for it to have a real deterrent effect. But governments appear to be more lenient than they will admit. A 2014 New York Times investigation found that although most European governments officially deny paying ransoms, they have bankrolled al Qaeda and its direct affiliates under the table, helping them to at least $125 million in revenue from kidnappings since 2008. Terrorists may suspect that the United States is similarly flexible. For example, jihadists often cite the U.S. government’s decision to secure the release of U.S. prisoner of war Bowe Bergdahl in exchange for five Guantánamo Bay detainees as proof that the United States is willing to grant concessions given the right circumstance.

    A third misconception is that paying ransoms to terrorists strengthens and encourages them. But not all such payments incentivize future kidnappings or bolster terrorists’ operational capabilities. Of course, multimillion-dollar payments likely will. But smaller payments—designed to offset the costs of acquiring and guarding the hostages, allowing terrorist groups to save face—can sometimes provide enough of an incentive for safe release. In some cases, ransom payments may even undermine terrorist groups, damaging their recruitment capabilities by making them seem superficial and motivated purely by money. Abu Sayyaf, an Islamist separatist group in the Philippines, for example, lost popular support in the early 2000s after receiving an influx of cash through a series of ransom payments. As a result, the group transformed from an al Qaeda–linked terrorist organization into merely a criminal gang—still a threat, to be sure, but a significantly less influential one.

    A final misconception—and perhaps the most pernicious one—is that a “no concessions” policy leaves open other options for the safe return of hostages. But most other options are not viable. One—the mounting of a rescue operation—is actually the leading cause of death among hostages. For every miraculous rescue, such as that of U.S. citizen Jessica Buchanan, whom U.S. Navy SEALs successfully rescued from a compound in Somalia, there are dozens of failed attempts. And given the risks and logistical challenges of such operations, they are rarely attempted unless the hostage is judged to be in imminent danger. Aside from hoping to be rescued, hostages can also try to escape themselves. Some escape attempts have been successful, such as that of New York Times reporter David Rohde, but most fail. Even if hostages successfully escape their captors, they find themselves in places such as Mogadishu, Miranshah, or Raqqa, where the likelihood of death or recapture runs high. A final option is to wait for a stroke of luck, such as a purely humanitarian release. But luck has no place in sensible government policy.

    In addition, a rigid “no concessions” policy has a damaging collateral effect. When journalists, medical staff, and nongovernmental organization personnel realize that their options for a safe return home are so limited, they may decide simply not to work in conflict areas. Although this would likely decrease the number of kidnappings overall, it might also lead to far fewer humanitarian efforts on the ground, crippling the “hearts and mind” strategy that is so central to counterinsurgency and counterterrorism efforts.

    Put simply, a strict “no concessions” policy limits options for the safe return of hostages without delivering on any of its promises. In contrast, flexible and skillfully managed behind-the-scenes negotiations can save lives in the short term—and the long

    • Articolo interessante, però a questo punto si rafforza ancora di più la tesi di Mazzone. Insomma, rapiscono anche cittadini US e UK perchè nemmeno loro sono così ‘intransigenti’.

      Sul discorso ISIS invece sono perplesso. Che rapiscano accazzo, basta che sei occidentale, così ti tagliano bene la testa e mandano il video su youtube ok, però le due italiane rapite ad uso e consumo del riscatto le ha prese l’ISIS.

      Va beh che tra un po’ dire ISIS sarà come dire Al-Qaeda, ovvero un franchising più che un’organizzazione. Ognuno a cazzi suoi insomma, e non è che necessariamente sia un bene…

      • So the fucking what??
        1) certo che l’omicidio è un reato anche in Italia. Ma il reato di pedofilia qui da noi è più disdicevole che in Thailandia, dove sono le stesse famiglie che, per motivi economici, incoraggiano le ragazzine a prostituirsi (con le autorità che spesso chiudo non uno, ma entrambi gli occhi). Quindi se ingabbiano un occidentale con l’accusa di pedofilia non è certo per fare giustizia, ma spesso solo per demagogia e convenienza politica (come da noi lo stupro, se compiuto da un extracomunitario, ha una connotazione diversa rispetto a quello compiuto nei salotti dei ragazzi “bene” di una grande città). Quindi sarebbe il caso comunque di estradarlo, magari pagando un indennizzo ai perenti della vittima, per farlo processare poi qui da noi…

        Sul perchè poi l’ISIS non abbia decapitato le due ragazze credo che entrino in gioco anche altre considerazioni; come, ad esempio, il fatto che sarebbe stata la prima volta di unadecapitazione di donne occidentali non combattenti e che comunque, per quanto violento, anche l’estremismo islamico ha forse una sua morale che gli impedisce di uccidere donne inermi, anche se infedeli…

        • 1) stavo semplicemente dicendo che una cosa è il connazionale che finisce nei guai perchè fa il giornalista-cooperante-volontario-medico e le cose vanno male, una cosa sono i connazionali che commettono reati o sono sospettati di averlo fatto (droga, omicidio etc). Non nel senso ‘sono dei criminali, battiamocene il cazzo’ ma ‘rispettiamo la sovranità dell’altra nazione’.

          2)se sai che non le vuoi decapitare perchè sono donne, le hai rapite perchè vuoi il riscatto, punto. Non sono riuscito a linkarle un articolo vecchiotto (3-4 anni fa) perchè non sono riuscito a ripescarlo, di un giornalista americano che mostrava un po’ di documenti e connessioni varie per dimostrare che Al-Qaeda era diventata una sorta di franchising del terrorismo. Ho parlato una volta con l’imam Gino, legato ad Al-Qaeda, e allora compio azioni nel nome di Al-Qaeda. Più che piovra, organismi indipendenti che perseguono lo stesso ideale, ma spesso con modalità totalmente differenti. Lo stesso credo che capiterà a breve (o è già capitato) con l’ISIS. Voglio il califfato e la sharia ovunque? Mi autoiscrivo all’ISIS.

      • mah, a me sembra che il ragionamento sia un po’ più complesso: da una parte le ragioni dei rapimenti non sono prettamente o prevalentemente economiche, quindi non è detto che il rifiuto di pagare riscatti porti a una riduzione dei rapimenti (e questa osservazione va contro la tesi del post); dall’altra la scelta di rifiutare il pagamento dei riscatti per essere credibile dovrebbe essere rigorosa, e data la complessità delle situazioni c’e’ il forte rischio di non riuscire ad attuarla in modo credibile (e questo logicamente non va contro la tesi del post, ma ne mette in questione la fattibilità). rimane valido il punto relativo all’uso che verrà fatto dei quattrini pagati, perchè anche se ammetto la necessità di pagare non posso ignorare che i fondi saranno prevedibilmente utilizzati per scopi tutt’altro che pacifici. su quest’ultimo punto (cioè sul fatto che anche quando queste vicende non si chiudono con una tragedia il risultato ultimo è oggettivamente quello di fornire risorse a delle organizzazioni criminali) dovrebbero riflettere gli eventuali emuli delle due ingenue e velleitarie fanciulle

    • Certo che se l’ottimo Dolnik, a sostegno della tesi che gli ostaggi verrebbero “rapiti a caso, più che altro in base a quanto appaiano occidentali e facili prede”, ci avesse fornito qualche tabella che mettesse in rapporto numero dei sequestrati per nazionalità, presenza sul territorio di connazionali e politiche dei rispettivi paesi in materia di sequestri all’estero…
      Per quanto riguarda l’aneddoto del ridimensionamento dell’Abu Sayyaf : di tutte le ipotesi che si possono fare su un fenomeno così comune come l’indebolimento di un’organizzazione terroristica, da efficaci politiche governative alla fuga con la cassa di qualche capataz, che spiegazione mette su il nostro? Un eccessivo afflusso di denaro da riscatti, che avrebbe reso la combriccola poco attraente agli occhi delle potenziali reclute (perché si sa, che i terroristi sono spinti da grandi ideali, disprezzano il vile denaro, anzi, se ne tengono alla larga, e le bombe le pagano in preghiere). Dobbiamo ridere, piangere o…?

  5. Al di fuori di ogni sospetto di tuttologia, pratica assai diffusa ne belpaese, non credo che le due eroine fossero esperte di cooperazione internazionale. Era la terza volta che si recavano in quel teatro ma con la sostanziale differenza che nel luglio dello scorso anno non solo non hanno avvisato la Farnesina che si recavano in Siria ma hanno omesso di rispettare le benché minime regole di prudenza. Faccio solo una piccola domanda a chi eventualmente legge questo mia inappropriato commento, ma Voi le mandereste le vostre figlie in uno scenario del genere con questi presupposti?

  6. Sulle due cooperanti Vanessa e Greta vengono tralasciati particolari fondamentali e ci si trova ancora una volta divisi tra chi le considera paladine dei diritti umani e chi due ingenue che “se la sono cercata”. E’ importante considerare le circostanze che hanno spinto le due ragazze (e gran parte dell’opinione pubblica) a riporre così tanta fiducia nei confronti dei presunti “ribelli” siriani.

    E’ qui che entrano in gioco i mass media e i governi occidentali i quali, da veri e propri opinion makers, hanno costantemente elogiato e favorito il brutale assalto conto la Siria. Dal 2011, mese dopo mese, ogni organo mediatico, da CNN ai principali mezzi di informazione nazionali, riportava come unica fonte i dispacci e le menzogne del Consiglio Nazionale Siriano (CNS, con sede in Turchia e sito web di riferimento a Londra) al fine di demonizzare il legittimo governo siriano tramite falsi scoop e attribuendo a quest’ultimo le carneficine perpetrate dai “ribelli” ai danni della popolazione siriana.

    In questi quattro anni non sono mancate inchieste e MOLTEPLICI fonti, anche sul luogo, che avvertivano della destabilizzazione in atto e smentivano puntualmente la versione unica e intoccabile del CNS, ma sono state sistematicamente ignorate. Ignoranza che ha spinto le due cooperanti a gettarsi tra le braccia di mercenari al soldo dei membri NATO e delle petromonarchie.

    Oggi sia chi condanna il presunto riscatto sia chi esalta l’operato delle “attiviste” non ha mai puntato il dito contro chi finanziava e armava gli stessi carcerieri e i gruppi di terroristi che poi sarebbero stati alla base dell’ISIS e che avevano già disseminato il caos in Libia e in Mali (così come attualmente in Nigeria e Iraq).

    Infine è un errore plateale paragonare Vanessa e Greta a personaggi come Vittorio Arrigoni, attivisti che hanno dato voce a chi non ne aveva (e ancora non ne ha) al contrario della grancassa mediatica, globalmente prefabbricata, del CNS. Buona comunque la notizia della loro liberazione, ma non è una vittoria: è in partenza l’ennesima sconfitta etica e umana, il continuo disastro della disinformazione atlantista che divide il mondo in buoni e cattivi secondo i propri interessi geopolitici.

    p.s. Uno come padre Dall’Oglio, attualmente detenuto, può invece benissimo sparire per sempre in quanto disinformatore di primordine, scalpitante interventista e attivo sostenitore degli attacchi armati in Siria. Non poteva quindi non sapere e peccare di ingenuità. Mi ricorda quei personaggi nei film di Robert Rodriguez: preti armati fino ai denti e assetati di sangue innocente.

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