un blog canaglia

Il Post Post-Femminista

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Da post-femminista, mi ritrovo spesso ad argomentare contro le posizioni del femminismo attuale. Per esempio, sono contraria alle quote di genere, alle preferenze di genere, alle associazione di donne in quanto donne, ai discorsi sulla prospettiva femminile su questo o quell’aspetto della vita (per esempio, la prospettiva femminile sulla politica, sulla ricerca scientifica, sul giardinaggio o sulla pesca sportiva). Mi irrito profondamente quando sento dire che le donne devono faticare il doppio degli uomini per raggiungere un obiettivo, ma per fortuna non è poi così difficile o che le donne sono pagate di meno per fare gli stessi lavori. Qualche giorno fa sono stata a un incontro in cui qualcuno ha detto che le donne italiane sono più laureate degli uomini e dunque…discriminazione! Vero, se si guarda ai neolaureati, ci sono più donne. Il problema è che le donne tendono a laurearsi in materie molto meno richieste sul mercato del lavoro e dunque “si laurano di più” non vuol dire molto. Mi sono alzata e l’ho fatto notare, ricevendo qualche occhiataccia dalle signore in sala e svariati ringraziamenti dai signori. “Dai, così, brava, io non posso dirlo perché sennò quelle si incazzano e mi danno del maschilista, ma hai perfettamente ragione”. E va bene, forte delle miei ovaie io posso pure fare da parafulmine e dire quello che molti pensano. Volevo però far notare ai signori uomini che mi leggono, e che probabilmente ora hanno un bel sorriso stampato sulla faccia, che se tutte le donne fossero come me, la vita di gran parte di voi sarebbe molto, ma molto diversa. Perché, alla fine, le donne che rompono di più le scatole sulle quote rosa, sulla conciliazione del lavoro delle donne con la famiglia, sul part-time per le mamme, sul mandare le donne in pensione prima (per accudire gli anziani?), ecc. sono le stesse che accettano di essere loro quelle che si sobbarcano gran parte degli oneri di avere una famiglia, che prendono il disimpegno maschile per dato, che si accontentano di “essere aiutate” e che in fondo pensano che le donne siano esseri svantaggiati a cui dare un aiutino. Can che abbaia non morde, io invece mordo.

Triestina di nascita, della sua terra si porta dietro lo spirito patriottico, lo spritz e la tendenza a sottovalutare qualsiasi raffica di vento sotto i 130 km/h. Radicale, milanista e milanese nel cuore, dopo la laurea il suo corpo fugge verso la Perfida Albione. Qui ottiene un dottorato in storia economica con una tesi sul divario Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia. Il suo cervello invece, grazie alla sua tesi e alla mai curata passione per la politica, rimane in larga parte in Italia.

42 Comments

  1. sono d’accordo. non possiamo vederci come una categoria protetta (o da proteggere), o non ne usciremo mai. né il vittimismo né l’antagonismo sono la risposta.
    (sentir parlare di femminismo attuale, soprattutto mentre sto leggendo joyce lussu, mi dà una specie di vertigine)

  2. Sono perfettamente d’accordo sull’evitare il vittimismo (che ci relega una volta di più al ruolo di damsel in distress bisognose di soccorso).
    Ma ecco, attenzione che questo non diventi un modo di negare il fatto che di problemi ce n’è ancora, eccome. Per esempio la discriminazione a livello retributivo.

    Non voglio che mi si apra la portiera della macchina, ma non mi va nemmeno di rimanere chiusa fuori, insomma.

  3. Ho un nuovo titolo: Il post post-banalità e post-approssimazione. Vabbè che oggi va tanto di moda e sta bene su tutto, ma la luccicante mediocrità ha il rovescio della medaglia.

    • O perche’ l’alternativa implica fare piu’ fatica? Io tutte queste povere donne costrette a non lavorare non ne vedo. Ne vedo molte che decidono di buon grado di lavorare meno perche’ stare con i figli e’ meno pesante e per le donne e’ socialmente accettato.

      • “stare con i figli è meno pesante”?!? Ma, scusi, sig.ra Missiaia, Lei ha figli? Se sì, per Lei stare con loro (che non significa piazzarli davanti alla tv/pc o altro), è stato facile? Se no, magari faccia visita a donne che lavorano fuori casa (magari poco, come dice Lei), lavorano IN CASA e, in più, seguono i figli.

        • E’ chiaro che cercare di fare tutto, mentre magari il padre dei suddetti figli va a giocare a calcetto o va in palestra per rilassarsi, e’ un incubo. Ma vorrei capire se queste martiri moderne si sono poste il problema prima di procreare. Perche’ l’impressione e’ che molte facciano figli perche’ si fa, poi scoprano con meraviglia che gli uomini che hanno scelto non fanno un tubo e invece di prendere a calci loro, preferiscano prendersela col mondo. Perche’ sa, a essere come me l’armonia familiare, se ci si e’ messe con uomo inutile, ne risente un po’.

          • D’accordo al 100%, con il post ma soprattutto con questo commento. Se il rapporto col mio compagno non fosse quello che è, un figlio non ce l’avrei mai fatto.
            E tra poco, quando nascerà, il problema di conciliare casa e famiglia dovremo affrontarlo entrambi, insieme, ma guardandomi intorno mi rendo conto che questo è ovvio e normale ancora per poche coppie.

          • APPLAUSI!!! Anna Missaia, ti eleggo a mio personale mito femminista dopo Simone de Beauvoir ed Elizabeth Badinter.

  4. “Volevo però far notare ai signori uomini che mi leggono, e che probabilmente ora hanno un bel sorriso stampato sulla faccia, che se tutte le donne fossero come me, la vita di gran parte di voi sarebbe molto, ma molto diversa. […]”

    E chi l’ha detto che sarebbe un male? Anzi…

  5. leggo il post, condivido, sono un ometto e non ho nessun sorriso stampato sulla faccia, anzi. il cane che morde l’ho sposato 25 anni fa e mi ci sono pure affezionato. preferisco di gran lunga la gente autonoma e munita di cervello, anche in famiglia. però conosco molte femministe “chiagne e futte” che invocano le quote rose ma si aspettano di non pagare al ristorante

    • quoto. Oltre al conto del ristorante, aggiungo l’episodio che in genere mi manda in bestia. Rimproverato per una mia indelicatezza, quando pacatamente faccio notare che di quelle indelicatezze ne ricevo 10 la settimana, fottendomene, arriva il classico “ma io sono una donna!”.

  6. Non so se mi dà più fastidio il pressapochismo di ciò che hai scritto o il fatto che credo che tu, come me, abiti in un Paese – la Gran Bretagna – dove il femminismo è stato ed è molto di più che quote rosa e (veri o presunti) atteggiamenti vittimistici. E bada: non che in Italia non possa essere molto di più, malgrado la differenza di orientamenti fra il femminismo italiano e quello anglosassone, ma il fatto è che in Italia, a differenza che in Inghilterra, non si può più di dire di essere femministi senza essere relegati in una posizione teorica considerata compromessa rispetto a una presunta, quanto inesistente, oggettività. E, secondo me, ne sei perfettamente consapevole perché vivendo qui e lavorando in accademia non puoi non esserti accorta di questa differenza.

    • Mi rendo conto che il termine “pressapochismo” è un po’ forte. Non intendevo essere offensiva e mi scuso se così può sembrare, ma appunto perché ti ritengo una persona molto competente, trovo alquanto semplicistico e poco corretto trattare la questione in questi termini.

  7. Il femminismo sia in Italia che qui in Gran Bretagna e’ stato qualche cosa di importsante, ma io credo che i suoi presupposti oggi siano venuti meno. Non dico che la battaglia sia finita, dico solo che ora e’ il momento di combatterla con altri strumenti. E’ come se la gabbia fosse aperta e sti ad ognuna di uscirne. Io credo che ormai sia il tempo di combattere ognuna la sua battaglia tra le mura di casa e nel proprio lavoro essendo semplicemente normale in quello che si fa, qualsiasi cosa sia. Mi sfugge davvero di cosa sarei consapevole facendo finta di non esserlo. La Gran Bretagna e’ un paese in cui non ci sono barriere alla carriera di una donna, tranne quelle che si autoimpone lei. In accademia poi questo e’ ancora piu’ vero che in altri ambiti e credo rafforzi ancora di piu’ la mia opinione che sia tempo di lagnarsi di meno e darsi da fare.

  8. Questo testo mi ha lasciato molto seccata per diversi ragioni. Prima perché secondo me le quote rose non devono essere una cosa così odiosa. Anch’io vorrei vivere in una società dove non se ne dovrebbero nemmeno parlare, ma visto che esiste ancora una differenza così grande tra uomini e donne in tanti settori di lavoro, li vedo come un modo per fare che manager e dirigenti devono fare uno sforzo in più quando assumono. Sotto sono qualche numero per illustrare (Preso da http://donne.manageritalia.it/wp-content/uploads/2011/03/Rapporto-Manageritalia-150-anni-di-donne-dItalia-marzo-2011.pdf):

    – le donne manager nel settore privato sono in Italia l’11,9%, contro una media europea del 33,3% (EU 27 paesi)
    – le donne italiane nei Cda delle società quotate sono solo il 3,2% rispetto a una media dell’Europa a 27 dell’11,4% e alle vette superiori al 20% di Finlandia e Svezia e all’inarrivabile 42% della Norvegia;
    – le donne nei Cda e organi di controllo delle 248 società quotate alla Borsa di Milano nel 2010 sono 84 su 1745 componenti e hanno un peso del 4,8%. In particolare, solo 4 donne (3,7%) su 107 ricoprono la carica di Amministratore delegato e solo 2 (4%) su 50 quella di Direttore Generale.

    Ma pensate veramente che queste differenze dipendono dal fatto che non esistano donne competente? O che non ci siano abbastanza donne competente che lo vogliono fare? Certo che ci sono, bisogna lavorare di più per trovarli!

    È ovvio che oggi è più facile lavorare è scegliere qualsiasi lavoro per una donna. Sono tante che lo fanno. Ma non bisogna comunque chiedersi perché le differenze siano ancora così grandi? Una ragione (anche più di una) ci deve essere, no? Non lo vedete come un problema che tocca tutta la società? E pensate veramente che tutte queste donne che non lavorano, o che lavorano part time o che “accettano” uno stipendio più basso, siano pigre e contente del fatto che avranno una pensione bassissima? Contente del fatto di essere dipendente dallo stipendio del marito, cosa che rende anche più difficile lasciarlo? Certo che si può dire che “ognuno è responsabile della propria vita”, ma possiamo concordare che per potere cambiare la propria vita bisogna avere i mezzi per farlo. O un sacco di soldi o un lavoro, cosa che non è facile trovare per nessuno in questi giorni, ma forse ancora più difficile per le donne? E credetemi, anch’io odio quando si parla delle “donne” come un gruppo omogeno, e per questo voglio sottolineare che non sto dicendo che ogni donna fa più fatica di ogni uomo nel trovare un lavoro, ma che esistono gruppi di donne che devono faticare di più nel trovare e tenere un lavoro. Due esempi sono casalinge che sono state fuori dal mercato del lavoro per molto tempo e un altro sono donne nell’età in cuì è comune avere i figli.

    Invece di lamentarsi perché le donne scelgono di laurearsi in materie che non danno lavoro, forse è più utile chiedersi perché sia così. Può darsi che ci sia ancora qualche struttura, anche invisibile, per esempi nei tradizioni o nei modi di pensare, che bisogna cambiare? Certo che mordere è facile quando sei forte e hai un certo potere/sicurità. Non capisco questa logica del “Guarda io ce l’ho fatta = colpa loro se non ce la fanno”. Se sei precaria, lavori in nero, o magari hai fatto la casalinga tutta la vita, forse ti ritrovi a doverci pensare un’altra volta prima di mordere la mano di cuì dipendi.

  9. La ringrazio per la sua risposta e passo a darle del Lei perché mi rendo conto che è più appropriato per dimostrarle che intendo porle i miei quesiti e le mie perplessità sul suo articolo e i suoi successivi commenti nel più assoluto rispetto e non con l’intento di criticarla, ma nel tentativo di generare un dibattito che possa definirsi tale. Avevo inizialmente utilizzato il “tu” un po’ per convenzione britannica, un po’ perché molto vicine d’età e anche considerando la natura informale di questo sito, ma ora mi rendo conto che in lingua italiana il Lei, in questo caso, è più adatto a dimostrare il mio rispetto della sua posizione pur non condividendola.

    Prenderò spunto dalle varie parti della sua risposta per elaborare il mio intervento .

    1. ll femminismo sia in Italia che qui in Gran Bretagna e’ stato qualche cosa, io credo che i suoi presupposti oggi siano venuti meno.

    Mi scusi, ma questa frase della sua risposta non mi è tanto chiara. Con “qualche cosa” intende qualcosa di importante, ma superato? Altrimenti, potrebbe definire questo “qualche cosa”? Inoltre, a quale femminismo si sta riferendo? A quali battaglie? Se si riferisce, per esempio, alla battaglia delle sufragette per il voto alle donne, sì, quella direi è una cosa superata, fortunatamente. Per fare un altro esempio, invece, se si riferisce a una critica contro l’essenzializzazione della femminilità, come giustamente riconosce scrivendo di una “prospettiva [squisitamente] femminile su questo o quell’aspetto della vita” (cosa che, a dire il vero, disturba parecchio anche me), direi che il dibattito è piuttosto attuale proprio all’interno di una parte del femminismo contemporaneo e molto utile per comprendere come poter affrontare “questa battaglia” che, citandola, “è ancora in corso.” Certo, neanche la critica all’essenzializzazione della femminilità è proprio ‘roba nuova’ se si pensa alla (ormai piuttosto datata) citazione di Simone de Beauvoir: “Donna non si nasce, si diventa” con buona pace di qualsiasi presunta ‘naturalità’ si voglia attribuire al femminile e a eventuali visioni che ad esso si vogliano ricondurre (si veda, per fare un altro esempio, la cosiddetta performatività nelle questioni di genere nella più recente critica di Judith Butler).

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    2. Non dico che la battaglia sia finita, dico solo che ora e’ il momento di combatterla con altri strumenti. E’ come se la gabbia fosse aperta e stia ad ognuna di uscirne. Io credo che ormai sia il tempo di combattere ognuna la sua battaglia tra le mura di casa e nel proprio lavoro essendo semplicemente normale in quello che si fa, qualsiasi cosa sia.

    Ora, anche se condivido l’assunto per cui, parafrasando Gandhi, essere il cambiamento che si vuole vedere nel mondo è sicuramente il modo migliore per cambiare le cose, bisogna ammettere che i punti di partenza non sono proprio gli stessi per tutti. Mi scusi, ma questa prospettiva mi sembra piuttosto distorta perché parte dal presupposto che tutte le case siano uguali, che tutti i lavori siano uguali, che sia possibile essere “normali” (qualunque cosa questo voglia dire). Da una parte, sembra far suo il vecchio motto femminista “Il personale è politico,” dall’altra sembra però non tenere conto delle complesse relazioni che legano il personale alla vita pubblica e professionale, in particolare (ma non solo) in riferimento alla posizione della donna nella società italiana contemporanea. Pur ammettendo che la possibilità di agire e di decidere, insomma di autodeterminarsi, sia effettivamente la posizione auspicabile da mantenere in ogni avversità, mi chiedo se, secondo lei, non esista nessuna correlazione – per esempio – fra scelte personali e immaginario sociale con conseguente proliferare di rappresentazioni legate al ruolo della donna. E’ singolare che lei citi proprio la casa, il luogo in cui avvengono la maggior parte delle violenze nei confronti delle donne, come primo campo delle battaglie femminili. Insomma, si è fatto di tutto per avere una posizione di rilievo nella società, ma molto si decide ancora lì, sono d’accordo. Per esempio: non c`è assolutamente nessun collegamento fra violenza nei confronti delle donne e possibilità di autodeterminazione? In definitiva, mi chiedo come possa essere vinta una battaglia in cui, come segno di solidarietà nei confronti delle altre persone coinvolte, il meglio che si riesce a fare è giudicarle per non essere abbastanza brave a organizzare il proprio tempo o per essere troppo condiscendenti nei confronti del marito che non aiuta, troppo votate al sacrificio o tendenti all’autocommiserazione, o ancora, troppo poco accorte per scegliere la laurea che avrebbe permesso loro di sfondare nel mercato del lavoro. Che tipo di battaglia, se lei ammette che ce ne sia ancora una in corso, può essere vinta – insomma – giudicando e sentendosi migliori degli altri che, semplicemente, in questa visione, non sarebbero svantaggiati ma preferirebbero lamentarsi piuttosto che darsi da fare? Beh, sinceramente, forse queste donne che si lamentano e basta (sempre ammesso che esistano), se fossero uomini, sarebbero coloro che si lamentano delle possibilità a loro negate per la precedenza riservata alle donne in base a supposte discriminazioni di genere. Personalmente, la maggior parte delle donne che conosco è in grado di gestire la vita familiare (e di più famiglie al contempo, se si considerano anche le cure richieste da genitori e suoceri andando avanti negli anni) e la vita professionale e, se si lamentano ogni tanto, non credo che per loro questo costituisca una scusante per fare meno di quello che viene loro richiesto.

    Tornando a una delle questioni che solleva nel suo articolo, non credo neanch’io che le cosiddette quote rosa siano la soluzione migliore o ideale. La storia recente, però, resta. Una storia, anch’essa, tutto fuorché ‘ideale.’ Una storia in cui, per esempio, non è che si possa parlare d’impiegabilità offerta dalle lauree, ma proprio di possibilità effettive di accedervi in quanto donne. E questo è vero per numerose professioni e discipline. Possono iniziative come quelle delle quote rosa sopperire a un’intera storia di discriminazioni? La risposta è, ovviamente, no. Così come le borse dedicate a studenti africano-americani, negli Stati Uniti, non possono sopperire a una storia di razzismo e violenza. Non sono un risarcimento, ma sono una possibilità in più data forse con la coscienza del fatto che, dietro alla quotidianità e al personale, c’è una storia comune in cui determinati gruppi sociali sono stati privati di diritti. Non vedo le quote rosa, o qualsiasi altra iniziativa di questo tipo, come un punto d’arrivo ma come un ponte fra un passato che non è certo roseo e un futuro in cui la visibilità offerta da iniziative di questo genere – con tutti i loro limiti e tutte le loro pecche – servano a dare maggiore visibilità a gruppi sociali storicamente marginalizzati per fornire alle generazioni future degli esempi, dei riferimenti in cui riconoscersi per poter essere quel cambiamento che lei giustamente auspica e che è ciò che può davvero cambiare le cose non solo fra le quattro mura domestiche, ma per settori molto più ampi della società. Almeno lo spero.

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    3. Mi sfugge davvero di cosa sarei consapevole facendo finta di non esserlo. La Gran Bretagna e’ un paese in cui non ci sono barriere alla carriera di una donna, tranne quelle che si autoimpone lei. In accademia poi questo e’ ancora piu’ vero che in altri ambiti e credo rafforzi ancora di piu’ la mia opinione che sia tempo di lagnarsi di meno e darsi da fare.

    Questo non è esatto. Lavoro anch’io in università qui in Gran Bretagna e, a corsi di aggiornamento che mi è capitato di frequentare con altre donne (sa, quei dipartimenti pieni di donne – ma non solo – che hanno preso lauree inutili o, per dirla in maniera più gentile, “poco richieste” tipo in materie umanistiche o scienze sociali ;-)), molto spesso ci si sente consigliare di non avere figli. Certo, ognuno è libero di fare quel che vuole e una soluzione si troverà, ma non è proprio una grande vittoria (per i diritti umani, almeno, se non vogliamo parlare dei diritti delle donne) nell’Europa del 2013. Poi magari chi lo sa, certamente la carriera accademica è impegnativa per tutti e magari alcuni uomini si saranno sentiti dire di non avere un cane o una pianta da innaffiare sul balcone (ovviamente sono ironica e non sto paragonando l’avere un figlio con una di queste due cose… e poi in Inghilterra non c’è neanche bisogno di innaffiare le piante, piove quasi tutti i giorni! :-)), ma tant’è. Ciò di cui mi sembra difficile NON essere consapevoli lavorando in un ambiente accademico come quello inglese, con dipartimenti di Gender Studies, corsi di Women’s Studies e così via (una situazione molto diversa da quella della maggior parte delle università italiane, insomma) è che il femminismo non dovrebbe essere liquidato come (e certamente non è) un semplice atteggiamento vittimistico e una posizione priva di legittimità critica. Questo non è il contesto per approfondire oltre, ma sono certa che al dipartimento di Gender Studies della sua università potranno darle informazioni in questo senso, se solo avrà un po’ di tempo da dedicare a questa cosa, anche solo per argomentare in maniera un po’ più fondata la sua posizione di post-femminista. Per dirsi post di qualcosa non si dovrebbe conoscere quello che è venuto prima (o che c’è ancora, in altre forme, ma si considera superato per qualche motivo)? Altrimenti mi viene da pensare (anche se sono pronta ad ammettere di aver sbagliato se così non fosse) che lei abbia semplicemente mutuato un atteggiamento derogatorio nei confronti del femminismo senza conoscere veramente ciò di cui si parla. Peraltro, nella lista di cose che non sono attribuibili all’appartenenza di genere ci sarebbe anche da includere la possibilità di dirsi maschilisti o femministi. (Insomma, per dirla con le sue parole, “le sue ovaie” non rendono automaticamente i suoi pensieri e le sue parole scevre da maschilismo così come conosco molti esseri dotati di testicoli in grado di dirsi certamente femministi. Sembra una precisazione ovvia, ma dal suo articolo mi viene da pensare che non sia così).

  10. Cara Serena, non ricordo perche’ ho cominciato con il lei, ma tant’e’. Purtroppo non ho tempo di rispondere a tutti i punti citati, la ricerca chiama. Io comunque sono una scienziata sociale, avendo triennale e specialistica in economia e stando in un PhD in storia economica.
    Sarei curiosa di sapere in quale universita’ del Regno Unito sconsiglino di fare figli alle donne. Di sicuro e’ un consiglio valido per tutti, uomini e donne, dal punto di vista della carriera: mi sembra naturale che quando un ricercatore, di qualsiasi sesso, ha figli la sua carriera rallenti. La cosa che io voglio evitare e’ che sia piu’ dannoso per le donne che per gli uomini. Non vedo come questo si possa evitare se non smettendo tutte di fare figli con persone che non sono disposte a occuparsene al 50%. Nella mia universita’ vedo molti uomini fare compromessi sulla loro carriera per occuparsi dei figli, magari da lei non e’ cosi’.

    Sui dipartimenti di gender studies: qui ne abbiamo uno e io li trovo assolutamente inutili, se non dannosi. Gli argomenti di cui si occupano dovrebbero afferire a altri dipartimenti, come economics (labour economics si occupa di discriminazioni salariali, self-selection, ecc), sociologia, antropologia, ecc. Il fatto che esistano queste riserve in cui confinare la ricerca sui problemi di genere e’ una cosa triste, com’e’ triste vedere che in quei dipartimenti sono tutte donne o gay, a sottolineare quanto al resto della popolazione non interessi molto l’argomento. Lei si e’ convinta che io non sappia nulla e non abbia visto nulla nella mia vita. Mi dispiace dirle che di femministe ne ho frequentate parecchie, non andandoci mai d’accordo. La discussione che volevo fare non voleva essere di tipo filosofico, ma pratico. Io non accetto il genere come dimensione rilevante sul piano sociale, non mi identifico come donna prima di essermi identificata come molte altre cose per me piu’ importanti (persona, cittadina, ricercatrice, figlia, zia, militante politica, milanista, terzino sinistro, ecc ecc). Non sento di avere in comune con le donne in quanto donne nulla di piu’ rispetto agli uomini e non mi interessano assembramenti di donne che basano il loro stare assieme sul loro sesso.

  11. La ringrazio nuovamente. Non è stata lei a iniziare a darmi del “lei,” la sua risposta non conteneva alcun riferimento a me in quanto interlocutrice. Ero stata io a darle del “tu” inizialmente, ma poi ho preferito darle del “lei” perché comunque mi sembrava più adatto nel contesto della lingua italiana. Magari non le dispiaceva, ma non volevo prendermi troppa confidenza.

    Le assicuro che succede, nell’Inghilterra del 2013, di sentirsi dire quanto sopra. Mi sembra di avere già abbastanza argomenti senza alcun bisogno di inventarmeli. Capita – in quanto donne – di sentirsi dire di non fare figli o, se proprio si decide di farli, di non farli con un altro accademico. Questo a corsi di aggiornamento per insegnanti di una determinata disciplina e non rivolti a una specifica università. Perché sarà pur vero che i figli si fanno in due, ma a partorire è ancora uno dei due e questo pesa maggiormente sulle spese che l’università deve affrontare (due settimane di congedo di paternità contro i sei mesi della maternità… Già da qui si può capire che, per quanto l’accademia possa sembrare talvolta piuttosto distaccata dal mondo, forse – al suo interno – vi sono persone ben consapevoli del fatto che siamo ben lontani da un 50/50 almeno per quanto riguarda la cura della prole nei suoi primi anni di vita).

    Non penso affatto che lei non sappia nulla e non abbia visto nulla nella sua vita, tutt’altro. Ho iniziato dicendole che mi dispiaceva che una persona competente potesse dare, a mio avviso, un contributo così poco circostanziato. D’altra parte, essere molto competenti in un campo non significa essere competenti in un altro campo. Per esempio, dovrebbe sapere che il dipartimento di Gender Studies è, per sua natura, interdisciplinare: ho conosciuto persone che si occupavano di Gender Studies dal punto di vista giuridico, economico, sociale, letterario, artistico e così via. Io mi occupo di letteratura femminile e sì, devo dire che gli uomini interessati a tali argomenti sono pochini, anche se condivido con loro la passione per la letteratura in generale e sicuramente condivido molto di più con un uomo (o una donna) appassionati di letteratura che con una donna (o un uomo) appassionati di uncinetto, per esempio. Detto questo, avere una passione in comune con una persona non mi impedisce di riconoscere di avere un interesse in comune con qualcun altro e una storia in comune con altri ancora. Io non ne so nulla di storia dell’economia e certo parlare con qualche storico dell’economia non potrà colmare le mie lacune in tal senso. Allo stesso modo, non credo che parlare con alcune femministe possa essere di aiuto, soprattutto se si parte con molti pregiudizi nei confronti di quello che hanno da dire e si pensa di saperne già tutto per il solo fatto di essere donna. Se così non fosse, saprebbe – per esempio – che esiste nel femminismo un approccio chiamato “intersectionality theory” in cui l’appartenenza di genere è solo una delle variabili che entrano a far parte dell’identità di una persona, ma non per questo allora trascurabile (scusi, l’italiano – fra l’altro – dal punto di vista linguistico ci obbliga a mettere quell’identità di genere alla base di tutto il resto: lei dice “ricercatrice, zia, cittadina, ecc.” e nel mio campo le parole non sono solo parole, le parole creano mondi.) Nel modo sbrigativo con cui affronta la questione dei gender studies, nel disprezzo che avverto quando dice “infatti ci sono solo donne o gay in quei dipartimenti” (e potrei dirle: certo, e nei dipartimenti di African American Studies ci sono soprattutto persone di colore… questo in qualche modo rende meno importante ciò che hanno da dire? o non ci dice forse qualcosa della società di cui facciamo parte?) finisce per confermare le mie impressioni. Non di una persona, come dice lei, che non sa nulla o non ha visto nulla, tutt’altro, ma di una persona che ha scritto un articolo su qualcosa che, fondamentalmente, non conosce.

  12. A me invece pare di stare parlando con un oste che mi dice che il vino e’ buono. Lei studia letteratura femminile, io, dopo aver passato un decennio abbondante in giro per il mondo, senza pregiudizi (costruiti da chi, si puo’ sapere?), mi sono fatta una mia opinione. A me l’idea di studiare la letteratura femminile come diversa dalla letteratura e basta non piace. E’ un mio approccio. Lei puo’ continuare pure tranquillamente a fare i suoi studi femminili e non considerare la mia opinione ne’ informata ne’ rilevante.

    P.S. Cambi corsi di aggiornamento: il mondo e’ pieno di accademici che fanno figli tra di loro. Fanno fatica, come tutti, ma non sono certo quelli che stanno peggio.

    • Cara Anna,

      citando il mio intervento precedente: “… molto spesso ci si sente consigliare di non avere figli. Certo, ognuno è libero di fare quel che vuole e una soluzione si troverà, ma non è proprio una grande vittoria (per i diritti umani, almeno, se non vogliamo parlare dei diritti delle donne) nell’Europa del 2013.” Insomma, uno le cose le fa comunque, a suo rischio e pericolo. Non è neanche detto che, per me, fare un figlio sia una priorità, certo sentirsi dire certe cose dice qualcosa, non di me, della mia voglia o meno di fare un figlio e di con chi farlo eventualmente, ma della società in cui certe cose vengono considerate auspicabili o meno.

      Per il resto, guardi, non ho alcun bisogno di pubblicizzare “il mio vino”. Se sono venuta a studiare in questo Paese proprio questa materia è perché mi si dava l’opportunità di farlo, a differenza che in Italia. Pigrizia mia? Non direi. Una volta mi è stato chiesto: “Ma c’è davvero bisogno di un corso di letteratura femminile? La letteratura non è letteratura e basta?” Certo. Peccato che nei corsi di letteratura inglese o americana in Italia gli autori donne siano al massimo due, quelli di colore altri due e poi basta. E’ per questo che è stato necessario creare uno spazio anche per questo, perché nel “canone” (e non apro questo discorso perché sarebbe veramente troppo lungo e complesso) – per questi altri autori, altre voci, altre storie – non c’è spazio. Ma a persone come lei queste cose non interessano. E se non interessano, liberissimi. Ma allora sarebbe bene non parlarne.

  13. Io sospetto che ci siano meno donne e neri nei corsi di letteratura perche’ storicamente ci sono state meno donne e neri che hanno scritto, ma magari mi sbaglio e il mondo e’ pieno di scritti di donne e neri che non sono stati pubblicati per discriminazione e la cui qualita’ degli scritti era altissima.
    Io di gender studies, femminismo, ecc sarei felice di non parlare e metterci una pietra sopra. Purtroppo finche’ i gender experts continueranno a proporre soluzioni lesive della mia dignita’ quali le quote, a cui io non ho modo di sottrarmi, vi vedro’ costretta a dire la mia. Sperando che un giorno il proprio genere sia una questione privata e non abbia rilevanaza sulla scelta dei parlamentari, dei CEO o dei consiglieri di amministrazione.

    • Riguardo alle quote rosa, ho già detto quello che ne penso.

      “Tornando a una delle questioni che solleva nel suo articolo, non credo neanch’io che le cosiddette quote rosa siano la soluzione migliore o ideale. La storia recente, però, resta. Una storia, anch’essa, tutto fuorché ‘ideale.’ Una storia in cui, per esempio, non è che si possa parlare d’impiegabilità offerta dalle lauree, ma proprio di possibilità effettive di accedervi in quanto donne. E questo è vero per numerose professioni e discipline. Possono iniziative come quelle delle quote rosa sopperire a un’intera storia di discriminazioni? La risposta è, ovviamente, no. Così come le borse dedicate a studenti africano-americani, negli Stati Uniti, non possono sopperire a una storia di razzismo e violenza. Non sono un risarcimento, ma sono una possibilità in più data forse con la coscienza del fatto che, dietro alla quotidianità e al personale, c’è una storia comune in cui determinati gruppi sociali sono stati privati di diritti. Negare questo fatto è chiudere gli occhi di fronte alla storia. Non vedo le quote rosa, o qualsiasi altra iniziativa di questo tipo, come un punto d’arrivo ma come un ponte fra un passato che non è certo roseo e un futuro in cui la visibilità offerta da iniziative di questo genere – con tutti i loro limiti e tutte le loro pecche – servano a dare maggiore coscienza a gruppi sociali storicamente marginalizzati per fornire alle generazioni future degli esempi, dei riferimenti in cui riconoscersi per poter essere quel cambiamento che lei giustamente auspica e che è ciò che può davvero cambiare le cose non solo fra le quattro mura domestiche, ma per settori molto più ampi della società.”

  14. P.S. E sì, Anna, il mondo è pieno di scrittori neri e scrittrici (di ogni colore) che hanno scritto cose di qualità. In condizioni storiche oggettivamente estreme, tipo senza neanche avere accesso all’istruzione. Ma tanti, come dici tu, si sono rimboccati le maniche e si sono messi d’impegno, anche se in certe epoche era pure reato leggere, figurarsi scrivere.

    • E senza tenere conto delle loro condizioni svantaggiate, ma valutando solo la qualita’ della loro produzione, sono sottorappresentati?
      Io poi vorrei tanto sapere in quali facolta’ le donne hanno meno possibilità effettive di accedere in quanto donne. Sono allibita.

      • Io non ho mai detto che “le donne hanno meno possibilità effettive di accedere in quanto donne” a certe facoltà. Ti ho semplicemente detto che, in Italia, corsi di letteratura femminile o gender studies neppure esistono, per questo sono venuta a studiare qui. E sì, ti assicuro che la loro produzione è di tutto rispetto, senza tenere conto delle loro condizioni svantaggiate nel giudicare il valore dell’opera dal punto di vista artistico. Ma questo non esime dal tenerne conto ne momento in cui si debba valutare il contesto storico-sociale di produzione, passo obbligato nell’analisi di qualsiasi opera letteraria, che si tratti di Hemingway, Richard Wright o Virginia Woolf.

        • P.S. Per quanto riguarda il dato storico relativo all’impossibilità di accedere all’istruzione superiore per le donne in quanto donne, direi che è un fatto piuttosto certo. Per esempio, per rimanere in territorio anglosassone, l’ingresso a Oxford alle donne (SOLO ad alcune facoltà) è stato concesso alla fine dell’Ottocento. Le prime lauree concesse a donne sempre a Oxford risalgono agli anni ’20 del Novecento, meno di cent’anni fa (se si conta che l’università è stata probabilmente fondata attorno al 1096, quindi ha una storia di circa 917 anni, ci troviamo davanti a un dato storico piuttosto interessante, mi sembra).

  15. Lei ha scritto “Una storia in cui, per esempio, non è che si possa parlare d’impiegabilità offerta dalle lauree, ma proprio di possibilità effettive di accedervi in quanto donne. E questo è vero per numerose professioni e discipline.” Vorrei sapere in che universita’ e facolta’ le ragazze sono tenute fuori da facolta’ di economia, ingegneria, fisica o matematica. Grazie.

    • Guardi che mi stavo riferendo al dato storico, appunto. Mi sono accorta solo dopo aver riletto il suo intervento a cosa si stava riferendo e ho provveduto a risponderle qui sopra.

      • Ma se la mia tesi e’ che storicamente le donne sono state discriminate ed aveva un senso essere femministe, oggi non sono piu’ discriminate ma hanno un problema di self-selection e dunque non ha senso fare le femministe, questo dato come dovrebbe farmi cambiare idea???

        • Io credo che riferire il tutto esclusivamente a un fattore di self-selection sia alquanto riduttivo. Prima di tutto perché molte persone che fanno carriera in aziende e organizzazioni di vario tipo possiedono lauree in ambito umanistico. In secondo luogo, una laurea in fisica o matematica non ha un’impiegabilità molto più marcata di una laurea in lingue staniere o sociologia. E, se per questo, neanche lauree in altri ambiti scientifici, almeno in Italia, dove molti ricercatori sono costretti ad andare all’estero per poter condurre le loro ricerche in un ambito che effettivamente favorisca il loro operato. Questo è vero sia per gli uomini che per le donne, sicuramente, ma solo per le donne valgono condizioni come quelle della borsa di studio di dottorato che era stata data a una amica in cui le è stato espressamente richiesto (ovviamente non per iscritto, ma tramite meccanismi di pressione e di informazione diretta) di non rimanere incinta pena l’effettiva perdita della borsa. L’amica, biotecnologa, manco a dirlo ormai vive da dieci anni negli Stati Uniti. Ovviamente, avrebbe anche potuto rimanere incinta e perdere la borsa e fare ricorso a un tribunale che le avrebbe dato ragione, ma poi dove avrebbe lavorato? Probabilmente, ancora una volta, non certo in Italia. E non certo per pigrizia o scarsa dedizione al suo lavoro.

          Io non ho alcuna pretesa di farle cambiare idea, il dato storico era fornito per spiegare perché, nel presente, si stia applicando una risoluzione come quella delle “quote rosa” che non è né ideale, né perfetta ma va a sopperire a un’ineguaglianza storica i cui effetti sono piuttosto difficili da valutare nel presente e che alcuni decenni di (presunta? reale?) possibilità occupazionale non possono certo eliminare in poco tempo. Tali risoluzioni, in tutta la loro imperfezione, vogliono dare al Paese la possibilità di misurarsi con altri Paesi in ambito internazionale. Qui in Inghilterra esistono altre iniziative come quella delle borse di studio dedicate alle ricercatrici donne… forse un segnale che mille anni di storia non possono essere cancellati in meno di cento (e, a dire il vero, a tutti gli effetti in pochi decenni) e un’alzata di spalle?

  16. “una laurea in fisica o matematica non ha un’impiegabilità molto più marcata di una laurea in lingue staniere o sociologia”. Per lo meno in Italia, paese di cui io parlo nei miei post, questa frase e’ del tutto fuori dalla realta’.
    Borse di dottorato revocate per una gravidanza? Ma per favore. Al massimo durante il dottorato, che non e’ propriamente un lavoro, non c”e la copertura della maternita’, cosa che non mi sconvolge particolarmente. Vedo che abbiamo due modi di vedere il mondo troppo di versi, io la finirei qui. Arrivederci.

  17. Scusi, ma quindi il dialogo vale la pena di instaurarlo solo con persone che hanno una visione del mondo uguale alla nostra?

    In effetti, la nostra visione del mondo è piuttosto diversa dal momento che ho abbastanza rispetto per la ricerca – che è un’occupazione a tempo pieno se svolta con serietà – per considerarla un vero lavoro.

    Per quanto riguarda la difficoltà di inserimento dei laureati in materie scientifiche in Italia e il penoso stato della ricerca, ha mai sentito parlare di fuga di cervelli? E le assicuro che i casi che le pongo non sono inventati. Come lei, sono stata in giro, ho incontrato persone e le ho ascoltate… a differenza di altri che sembrano voler ascoltare solo chi la pensa e la vede esattamente come loro.

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