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Il Piano Juncker

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Mi dicono che ieri sera durante la puntata di Ballarò, con l’autorevolezza di toni e fisiognomica da momenti importanti e decisivi per le sorti delle umane genti, Simona Bonafè annunciava che grazie al lavoro svolto dal Pd in Europa è stato approvato un piano di investimenti anticiclici da 300 miliardi di euro per combattere crisi ed austerità.

Si statta del cd. Piano Juncker, presentato dal neo presidente della Commissione al Parlamento Europeo ed operativo da Giugno. Si, parliamo proprio di quel Juncker ex primo ministro del Lussemburgo, secondo un’inchiesta demiurgo di un sistema di elusione delle rendite che ha consentito al Granducato del Lussemburgo di trasformarsi nel più raffinato e impenetrabile paradiso fiscale d’Europa, garantendo a oltre 340 fra aziende e multinazionali di arricchirsi a dismisura, sottraendo alle casse dei paesi europei e agli Stati Uniti oltre 2.000 miliardi di euro di tasse. Ma questa è un’altra storia.

Dicevamo del Piano che in Italia viene orgogliosamente rivendicato come una vittoria assoluta del Pd e dei suoi rappresentanti europei.

Se per Pittella “Oggi siamo davanti a una svolta, frutto della nostra battaglia politica. L’aria è cambiata: se 5 anni fa il titolo era ‘austerità”, oggi è investimenti, crescita e lavoro”, per Roberto Gualtieri “La presentazione del Piano Juncker costituisce un primo importante passo verso il cambiamento dell’Europa e della sua agenda economica nella direzione della crescita e dell’occupazione, che premia l’iniziativa del governo italiano e dei socialisti e democratici europei”.

Ma è veramente così? Ci possiamo fidare di questi due punti di riferimento del renzismo in Europa dal passato fortemente dalemiano? O si tratta dei soliti annunci alla Wanna Marchi per deboli di cuore, romantici ingenuoni innamorati del decisionismo e della praticità sbrigativista e di successo dell’esecutivo italiano? Siamo davvero di fronte ad un neo Piano Marshall che risolverà la crisi e la disoccupazione europea? Vediamo di capirci qualcosa in più:

Piano Juncker, solo 21 miliardi per partire, Marco Zatterin

“L’ultima bozza dice che la dotazione reale del Piano Juncker sarà di 21 miliardi. «Appena», sospirano in molti, e il dibattito sulla strategia che verrà svelata domani a Strasburgo comincia qui. In luglio il presidente della Commissione Ue ha promesso un pacchetto da 300 miliardi di investimenti anticiclici, senza specificare dove li avrebbe presi, cosa che probabilmente non sapeva. Adesso l’obiettivo è cresciuto a 315 miliardi, ma ci si arriva con un moltiplicatore importante: si spera cioè che ogni euro pubblico ne attiri altri 15 nei cantieri europei. Sulla carta possono metterci dei soldi anche i governi (e i privati!). Però, alle attuali condizioni, non si capisce perché dovrebbero farlo.

Nel quartiere generale della Commissione i nervi sono tesi. Stavolta non si può fallire, non è possibile fare il bis del piano da 120 miliardi del 2012, presentato con tutte le fanfare e alla fine dimostratosi deludente. La stessa Garanzia per i giovani che doveva offrire una opportunità di formazione per i ragazzi disoccupati ha dato risultati inferiori alle attese. Mentre il continente rischia un terzo giro nell’inferno recessione, i leader si sono resi conto che – pur mantenendo la stabilità dei bilanci – è necessario agire dal lato della domanda, spingendo sugli investimenti. Di qui l’atteso Piano Juncker e i miliardi promessi, 300 come gli eroi delle Termopili, riferimento casuale però involontariamente efficace: la situazione del lavoro e della crescita è drammatica.

Juncker ha accelerato il percorso, scoprendo passo dopo passo che in fondo i governi nazionali – che col coltello dalla parte del manico – hanno una predilezione per le parole più che per i fatti. Il suo Piano decolla pertanto con passo incerto e 21 miliardi di dote effettiva, meno del previsto: 16 saranno riciclati dal bilancio Ue, dal fondo infrastrutture Connecting Europe (che pesa 30 miliardi) e da Horizon 2020 (strumento per a ricerca da 80 Miliardi); i rimanenti 5 miliardi saranno firmati dalla Bei.

I denari finiranno nell’Efsi, European Fund for Strategic Investment (nome provvisorio), il «veicolo» che sarà usato dalla bei per garantire i programmi di investimento selezionati a Bruxelles e darà tutela in caso di «prima perdita», scenario possibile perché si tratta di operazioni più ambiziose che comportano un qualche rischio aggiuntivo. Gli ingegneri finanziari della Commissione assicurano che allo stato attuale, un effetto leva di 15 volte è possibile, schema che eleva il totale a 315. Soldi virtuali.

Nei giorni scorsi l’ipotesi di un moltiplicatore a 10 aveva sollevato parecchie critiche, anche all’Europarlamento. Aperte due questioni principali. La prima è la possibilità che gli stati partecipino all’Efsi: difficile che lo facciano senza possibilità di scaricare gli esborsi dal Patto di Stabilità (ipotesi ardua) e difficile che succeda non all’unanimità. La seconda riguarda i progetti presentati dagli Stati, sono oltre 1800 e valgono 1.110 miliardi. Bruxelles dovrà sfoltire e questo non farà piacere alle capitali, che guardano al Piano con enfasi disomogenea. Juncker farà fatica a tenere insieme il progetto. Ma se i risultati non arriveranno, sarà ingiusto dare la colpa in prima battuta a lui piuttosto che ai ventotto governi Ue.”

Beh, che dire, sicuramente che i miliardi effettivi sono 21 e non 300. Qualcosa invece l’ha detta al riguardo il ministro Padoan, ministro dell’economia del Governo Renzi e dello stesso partito di Pittella, Gualtieri e della Bonafè: “‘Non abbiamo ancora deciso se contribuire al Fondo, (…) le aspettative dei cittadini sono crescenti ma è crescente anche il rischio di una delusione”.

Si attendono quindi in serata, a controbilanciare la freddezza del ministro, nuovi lanci di adrenalinica euforia sparsi nell’etere e su twitter dalla Centrale dell’Entusiasmo Comunicativo. Possibilmente, a richiesta, la Moretti o la De Micheli sono disponibili per es. per 8eMezzo dalla Gruber o, meglio ancora, da Bruno Vespa?

Soundtrack1:‘Pensiero Stupendo’, La Crus

 

 

1 Comment

  1. Pensate a quanti soldi finiscono nelle mani dei nostri politici. E adesso pensate ai vostri stipendi al Welfare che non esiste e alla crisi di lavoro che c’è in questo paese.

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