un blog canaglia

Il giorno che sono arrivati…

in scrivere/società/ by

… nessuno se n’è veramente accorto. Erano molto simili a noi, quasi uguali direi, se non fosse per un piccolo dettaglio: gli uomini portavano dei calzini rosso acceso sotto i completi classici gessato blu scuro. Le donne, invece, collant colorati sgargianti molto Sixties abbinati a deliziosi abitini vintage a trapezio che lasciavano scoperte quasi del tutto le gambe dritte e tornite. Tutti, ma proprio tutti, avevano un piccolo neo sulla guancia destra, proprio vicino alla bocca.

La loro navicella era atterrata vicino a Trigoria, in una notte di maggio che profumava di erba e roba simile. Unico testimone, un cane con una zampa aggiustata male, che, comprensibilmente incuriosito, li vide uscire dal portello a coppie e disperdersi nella campagna romana. A star lì, si sarebbe potuto pensare ad una sfilata di moda. Gli uomini si assomigliavano tra loro e così pure le donne, ma ad impedire la perfetta omogeneità erano sempre tre particolari del loro aspetto fisico e/o del loro modo di vestirsi. Eh sì, proprio come quel giochino “trova le differenze” utile ad ammazzare il tempo durante un lungo viaggio su una freccia moscia delle Ferrovie dello Stato.

Dato che erano tanto simili a noi, solo un po’ più belli, un po’ più smart, fu difficile per noi rendersi conto del pericolo che correvamo: li si poteva ammirare in modo più o meno sfacciato, per quel loro essere così fighetti ed attraenti, ma mai si sarebbe pensato al rischio che rappresentavano, che rappresentano ancora in effetti, per quelli come me: in fondo quei 24 abitanti di 3c5ta51, a piede libero per il Lazio, erano pur sempre alieni, e dagli stranieri ci si può aspettare di tutto. Sono venuti qui a fare danno, a scopare le nostre donne e rubarci il lavoro, ad umiliarci con la loro bellezza, è un film già visto.

Vi starete domandando, forse: hanno qualche lancia laser? Leggono i nostri pensieri? Hanno altri super-poteri pronti ad essere usati per piegarci e/o sterminarci? Niente di tutto questo. Sono, come dire, normali in tutto e per tutto, mangiano, bevono, trombano, cacano come noi, se non fosse per il fatto che hanno una grave forma di intolleranza al malumore altrui.

Ce ne accorgemmo quando, il 27 maggio, una di loro attraversò via Ostiense in mezzo ad un gruppo di umani insonnoliti e frettolosi. Un automobilista giocava alla “roulette romana” con il gruppetto appiedato. Alla fine dovette rassegnarsi e fermarsi per evitare di travolgere, tra gli altri, una ragazza minuta al quinto mese di gravidanza. Il viso dell’uomo sprizzava collera e odio per tutti loro, ed in particolare per quella bambolina panciuta. Sfortunatamente, il suo sguardo incrociò quello di una di loro, Azelia. Il malumore di quell’uomo sporco e peloso la colpì allo sterno come un uppercut, ma lei fu svelta a riguadagnare il controllo, passando al contrattacco in un amen. Lo guardò molto male, e completò altezzosa l’attraversamento della strada, navigando mordida e fluida come un cammello sulle sue gambe agili ed eleganti fasciate di nylon viola trasparente. Il tipo della macchina rimase circa quattro ore nella stessa posizione in cui Azelia lo aveva sorpreso, con quella stessa smorfia infastidita, frustrata e violenta. Dopo mezz’ora, quando ormai l’occlusione dell’arteria stradale provocata dalla macchina bloccata aveva sclerotizzato un paio di quartieri, lo tirarono fuori a forza, rigido come uno stoccafisso. Lo appoggiarono su una seggiola tondeggiante di trattoria, mentre aspettavano l’ambulanza, che arrivò in pieno stile romano, circa quaranta minuti più tardi.

Il solo 27 maggio si registrarono 64 vittime nella sola zona urbana: tassisti lamentosi, spazzini insoddisfatti, mogli anorgasmiche, bambini con migliaia di doppioni non commerciabili dell’album degli animali, tecnici informatici fanatici dell’open source, studentelli sbarbati e saccenti, feticisti dell’auto al rito di passaggio del primo graffio, amministrativi burlati da bilanci spernacchianti che non quadrano mai, impiegati sussiegosi ed occhialuti dell’Agenzia delle Entrate convinti di fare il bene del paese vessando i poveri cristi, signore “bene” insoddisfatte della stiratura del grembiule a righe della filippina, ristoratori che si lamentavano delle imposte sul reddito (mai pagate)…

Finirono, tutti, in ospedale con le funzioni vitali ridotte all’osso. Si sarebbero ripresi, certo, ma non sarebbero stati più gli stessi. Una volta usciti dal coma, che tendeva a protrarsi per un numero di giorni direttamente proporzionale alla qualità e alla quantità del rancore provato nella loro vita pre-paresi, si sarebbero guardati intorno con un sorriso che sbrodolava sana dolcezza.

Usciti dal coma, li di solito fissavano per ore un particolare insolito, “una busta della spesa vuota che si agitava nel vento senza mai toccare terra”, ad esempio, oppure uno scorcio di cielo romano tempestato di antenne televisive che si contendevano lo spazio artistico con la maestà paciocca di una schiera di candidi nembocumuli. Al punto che al neurologo gli prendeva un colpo, dato che pensava ad una ricaduta.

Ma poi si scioglievano ed uscivano camminando sulle loro gambe sul viale del Policlinico, amando ogni dannata foglia secca per terra o svolazzante che fosse, sentendo l’asfalto vibrare come se fosse scosso da un boato dub a frequenze impossibili: percepivano ogni singola cellula del loro caldo sangue, godevano intensamente della loro ritrovata salute come della nuova sanità, appagati dalla benedizione suprema di essere in vita, ma allo stesso tempo vogliosi di averne ancora, di quella vita.

E poi si prendevano un caffè al baretto dell’ospedale, sfidando con il sorriso sulle labbra un piccolo esercito di batteri (alcuni dei quali seriamente pericolosi), ridendo da soli: al pensiero di quanto fosse stata minuscola e meschina la loro vita, a quanto avessero reso angusto e claustrofobico il loro orizzonte mentale emotivo sessuale culturale fino alla data del loro improvviso ricovero. E quindi tornavano alle loro occupazioni, con serità faconda, spargendo tutt’attorno il loro sorridente camminare sul filo dell’acrobata, come fosse quella porporina che per giorni ti ritrovi addosso, e poi ti tocca spiegare alla moglie che no, non sei stato in un locale di Schicchi l’altra sera.

I ricoveri aumentarono fino a toccare qualche migliaio. Poi si registrarono le prime guarigioni. Dopo qualche mese di allarmi e ipotesi via via sempre più demenziali, perfino i giornali la smisero di fare terrorismo, limitandosi per una volta ad un resoconto serio ed obiettivo di ciò che stava effettivametne accadendo a Roma attraverso testimonianze dirette. Fu così che tutti capirono, e molti addirittura cambiarono. Come un virus debellato da vaccinazioni massive, il malumore finì per rintanarsi nel suo speco buio, lasciando la strada ad un assurdo clima di amore, simpatia e tolleranza. Per questo, noi della Brigata Brontolo, siamo rintanati quassù, con le nostre copie de “Il Fatto Quotidiano” ed alcuni poster di Marco Travaglio. Non dite a nessuno che ci avete visto, eh?

Tags:

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

1 Comment

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from scrivere

Zelig in evidenza

You realise che stai arrivando a Craco quando d’un tratto lo sconfinato
Go to Top