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Il colmo della fiducia

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Il colmo della fiducia è…“, gli occhi di zio brillanti come quelli di uno scolaretto briccone. “Il colmo della fiducia è…“, insisteva, apparentemente immemore, o incurante, del fatto che quella battuta mio cugino ed io l’avevamo sentita praticamente ad ogni festa comandata. Una volta scaldata la platea, sparava il battutone: “… fasse fa’ ‘n pompino da ‘na cannibale“. Risate obbligatorie. Imbarazzo: per l’indecoroso riferimento al sesso orale, di cui almeno io (mio cugino, che è sempre stato più sveglio di me, chissà) ai tempi avevo una nozione piuttosto generica. E poi quella grottesca commistione di antropofagia e fellatio mi faceva sentire come quando guardavo i cartelloni pubblicitari dei film della serie “Mondo Cane”: turbato, ma non in modo piacevole, come invece mi capitava quando sfogliavo Penthouse in cantina.

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La copertina che ricordo era più o meno questa.

Incidentalmente, noto che quando io ero piccolo (negli anni Ottanta), le locandine dei film erano molto più esplicite di quanto non siano nel Secolo che ci ha per contro regalato YouPorn. Magari poi, per vedere la foto di una tetta a casa mia dovevi avere la fortuna che qualcuno portasse a casa Panorama o l’Espresso, che ogni tanto pubblicavano un nudo femminile – ricordo in particolare una copertina in cui compariva una bella ragazza nuda crocifissa – voleva essere un’immagine forte sulla negazione del diritto all’aborto, ma a me parve ad un tempo eccezionalmente bella e proibita, erotica, sadica e blasfema – e che vuoi di più. Va da sé, se la copertina era un po’ osé, i mei manco la compravano, la rivista. Per strada, però, non mancavano le immagini forti, di tipo sessuale e non. Uno dei ricordi più inquietanti di quegli anni è la locandina de “Il Male di Andy Wahrol“, nella quale veniva mostrato un neonato spiaccicato su un marciapiede lordo del suo sangue.

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La locandina USA di “Andy Warhol’s Bad” (malamente tradotto in italiano “Il Male di Andy Warhol”).

Io me lo ricordavo come “Il male di Andy Capp” – ovviamente non sapevo chi cavolo fosse Andy Wahrol, l’unico personaggio noto ad avere un nome assonante era quello del protagonista delle vignette sulla Settimana Enigmistica (di cui leggevo le sole barzellette, non essendomi mai nemmeno interessato a come si riempissero i quadrati vuoti dei cruciverba e avendo sperimentato empiricamente la mia totale incapacità a districarmi nell’arte di risolvere i rebus).

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Così per anni mi è rimasto in mente quel neonato spappolato a cui era incollato il nome “Andy Capp”. Per un lungo tempo ho rimuginato dentro di me: “Che cosa è successo a quel bambino?”, “E’ stato un incidente?”, “Perché mai i grandi fanno un film con un bambino che muore in questo modo, è già una cosa sufficientemente orribile quando accade veramente, perché riprodurre una cosa simile in un film?”; devo essere arrivato a pensare che quello non fosse un lavoro di fiction, ma un documentario e che quindi il bambino fosse morto sul serio. Ma una sera ebbi una rivelazione. Accadde a casa della cugina di mio padre che, a settant’anni se ne andava in giro truccatissima e con una parrucca di finti capelli corvini. Va detto che ero già nei guai perché, dopo aver ficcato in bocca una forchettata di risotto ai funghi più che bollente, avevo creduto bene di risputarlo nel piatto – con il comprensibile cordoglio di mia madre e sotto lo sguardo diluito ma visibilmente seccato del marito della cugina, diplomatico in pensione. Ripresomi dai miei cinque minuti di vergogna, sentii la cugina parlare di un film “schifoso” che aveva visto poco prima al cinema, in cui una madre degenerata, seccata per qualche contrattempo futile, lanciava il suo bambino dalla finestra di un grattacielo di New York. Alcuni quesiti erano rimasti senza risposta, ma per lo meno il bambino non era morto sul serio su quel marciapiedi.

Tornando alla fiducia. Quell’atteggiamento aperto e disponibile verso gli altri che un giorno molto dopo i fatti raccontati sopra ma comunque molti anni fa, mi aveva messo nei guai. Sedevo in un bar sconosciuto, di un quartiere ignoto di in una città estera che conoscevo molto poco. Il luogo dell’appuntamento era stato scelto sulla base del nome della piazza, facile da ricordare. Avevo ordinato uno snack e una birra che stavo cercando di consumare alla svelta e ad occhi bassi.  Gli altri due avventori del bar, infatti, mi facevano sentire a disagio. Avevo addirittura cominciato ad avere un po’ paura: questi due tizi mi guardavano a turno, ammiccavano tra loro, parlottavano e ridevano. Ad un certo punto, hanno attaccato bottone. Facevano delle domande strane ed un po’ insistenti: “Che cosa fai qui?”, “Sei solo?”. Non so dire perché ma mi ero fatto l’idea che stessero mirando ad inchiappettarmi – in senso proprio e figurato: rubarmi i soldi ed inchiappettarmi, volevano. E così, maledicendo la mia naturale socievolezza, sono svicolato fuori dal bar lasciando sul tavolo i soldi. Non mi seguirono, come temevo. Questa intera scena ce l’ho nella testa come uno di quegli allestimenti teatrali “alternativi”, dove devi essere tu, lo spettatore, a immaginarti tutto, la strada, il salotto, così. Non saprei dire che cosa ci fosse fuori dal bar: attraversato l’uscio diciamo che sono finito in un non-luogo bianco latte. Puf.

Fatto sta che la ragazza arrivò, non ricordo niente di lei, né il viso, né i suoi vestiti, niente. Lei si fidava della mia asserita familiarità con la mappa dei mezzi pubblici – ancora fiducia! – infatti solo dopo molte false partenze, inversioni di marcia e cambi di linea riuscimmo a raggiungere il mio appartamento. Ero fiaccato dai cinque piani di scale a piedi – faceva un caldo italiano, quel giorno – ed in più era impossibile trasformare quella specie di divano in una specie di letto senza esplicitare le mie effettive intenzioni libidinose. Quando la ragazza andò a farsi una doccia, ne approfittai per allestire la “situazione” in camera. Era interessante pensare come la fiducia continuasse a guidare i miei passi nelle direzioni più pericolose – niente inibizioni, nessuna protezione. Dopo, coperto di sudore, “animal triste”. Non riuscivo a prendere sonno, continuava a comparirmi la faccia da comico del mio psicoterapeuta, i capelli neri e lucidi sulla fronte, quelle due orripilanti maschere africane che sembravano scrutarmi dal mobile dietro la sua scrivania. Mi pareva di sentire le sue parole: “Lei è tormentato dai sensi di colpa; vede una bella fica, se la scopa e poi si guasta il piacere pensando di aver preso l’AIDS… Ma perché mi guarda in questo modo?”. Ti guardo così perché magari mi sono effettivamente preso qualche cosa, che dici?

Questione di un millimetro o poco più. Era lì, nuda in ginocchio su quella specie di letto. Le gambe aperte, le braccia unite sopra la testa ricciuta, le mani chiuse attorno al manico di legno del grosso coltello con cui avevo affettato il salame poco prima – in modo molto, ma molto incongruo, notai che un frammento di budello era rimasto attaccato al filo della lama. Ebbi fortuna, dicevo, riuscendo a schivare il colpo che si abbattè nella gommapiuma proprio nel punto in cui aveva sostato il mio torso fino qualche secondo prima. Terrorizzato, mi lanciai giù per le scale, in boxer – ma l’avevo dietro. Quella figlia di cane era assai più veloce di me e della mia panza, e se non fosse inciampata sulla seconda rampa di scale fracassandosi quella testa incasinata, non sarei qui a raccontarvela.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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