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Il Capodanno di Matera è provincialissimo. E allora?

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Ho aspettato qualche giorno, per evitare di finire nelle polemiche tristi sugli sms e sul Capodanno. C’è peró qualcosa in questo pezzo di Christian Raimo che fornisce spunti per ragionamenti piú generali (se dovesse leggere, non lo prenda per accanimento).

Raimo è, nel panorama culturale italiano, uno a cui tutti devono “almeno due o tre favori”. Se le sue esternazioni non sono necessariamente il metro di cosa pensano gli intellettuali in Italia, quantomeno sono un indizio di che tipo di discorsi vanno bene, sono kosher. Ebbene, se questa premessa è vera, un po’ c’è da preoccuparsi.

Raimo, da persona colta e sensibile, critica il capodanno della RAI perchè “sciatto”, “avvilente”, “provinciale”. La debolezza dell’analisi la sospetti dalla seconda riga, quando Raimo sente il bisogno di dire che non possiede una tv, e dopo aver pestato innecessariamente una merda ne pesta una seconda: “non è snobismo, è praticità”.

Si potrebbe dire che dissezionare così un testo altrui per smontarlo è ingiusto, e concordo. Quelli sono indizi. La cosa più sorprendente, in effetti, è l’articolo in sè: Raimo è senz’altro parte di quella Italia che la sera legge Kant. E usa, non a caso, l’aggettivo nazionalpopolare in senso dispregiativo. Che va tutto bene, uno la sera può leggere Kant e finanche Heidegger, ma allora perchè sta sempre a commentare il nazionalpopolare invece di parlarci di Kant? Forse il pubblico di quelli a cui piace sentirsi fighi disprezzando il nazionalpopolare è più ampio di quelli a cui interessa davvero parlare di Kant? Misteri.

Ma questo, purtroppo, non c’entra niente con l’essere snob, accusa che a molti piace schivare perchè in realtà ama attribuirsi. C’entra con una certa dipendenza dal nazionalpopolare come carattere fondante della propria identità, foss’anche in negativo. Laddove l’identificazione in positivo è una banalità sul presepe, le identificazioni in negativo sono di certo piú potenti e durevoli. A margine, i presepi napoletani piacciono anche a me che non sono cristiano. Ma sono meridionale e provinciale, come Mattarella. Capita.

Dopo di che, se del provincialismo si deve parlare, visto che lo fa anche Raimo, facciamolo. Provincialismo sarebbe, secondo lui, restituire l’atmosfera da sagra di paese, glorificare la provincia intesa come piccolo centro. Sarà. Andrebbe detto che l’Italia è proprio un collage di province, diverse e uniche nel bene e nel male, di piccoli centri e delle loro eccellenze, economiche oltre che culturali. Non fa chic per chi ha il mito di Parigi: il provincialismo è un vecchio mostro nella cultura italiana, malata di derivativismo e complessi di inferiorità.
Scherzando sul successo delle Lezioni Americane, Arbasino commentava che se invece che ad Harvard Calvino le avesse tenute a Cassino forse non staremmo a ricordarle cosí spesso. Forse era vero allora, se da un lato le cose che uscivano sul new Yorker o sul Partisan Review diventavano dibattito culturale in Italia con due anni di ritardo, e dall’altro la produzione culturale e artistica continuava ad influenzare anche quella di altri paesi. Ma quanto è vero ora? La proposta culturale delle riviste intelló come IL magazine, Rivista Studio e simili è totalmente derivativa, al punto di vivere di riflesso sulle analisi anche dei fatti nostri: si veda il codazzo di articoli “lucani”, tanto per rimanere sul tema, seguito proprio a un bel servizio del New Yorker.

In un deserto simile, in cui la produzione di idee originali è vista come qualcosa di sconveniente, tanto c’è prima da tradurre Franzen ed eccitarsi di rimbalzo del successo – esploso altrove – della Ferrante (ma poi chi dovrebbe comprare questi prodotti se esiste un analogo, migliore e più onesto, anche se scritto in inglese?), vivono le analisi dei Raimo e dei loro analoghi meno sofisticati. In attesa di una nuova tirata, questa invece molto autentica e ruspante, contro il solito neoliberismo.

(TACO'S LETTERS) Conosciuto anche come “Mazzò”, è un famoso polemista pop italiano. Ospite abituale in numerosi show televisivi, figura di rilievo nella polemica pop italiana dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70, è conosciuto per l’estensione vocale (tre ottave) dei suoi insulti, come per l’agilità dialettica nell’enumerarli. Ritiratosi dalle scene live nel 1978, continua a rilasciare post di grande successo.

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