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Identità e tradizioni: il Natale talebano

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Ogni volta che sento parlare di “cultura”, “tradizioni” e “identità” mi vengono i brividi. L’impressione è infatti quella che si voglia imporre come assoluti, necessari e indissolubili elementi che, da una prospettiva sociale e storica, sono squisitamente contingenti.

Prendiamo il Natale ad esempio, anche quest’anno al centro delle polemiche per le dichiarazioni del preside di un istituto scolastico di Rozzano che si è detto contrario ai canti religiosi, al fine di evitare provocazioni nei confronti dei musulmani.  Sommerso da critiche provenienti da ogni parte, il preside alla fine ha dovuto dimettersi. Sulla questione è però intervenuto lo stesso Matteo Renzi, dichiarando che “confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano”.

Ecco, al di là delle motivazioni della scelta dell’ormai ex dirigente scolastico (certo ingenue e un po’ vigliacche), si potrebbe discutere proprio sull’affermazione del premier, a proposito di un presunto trittico “Natale-Identità-Italianità”. Da queste parole sembrerebbe infatti che le celebrazioni natalizie siano un’esigenza fondamentale della nostra società, indipendentemente dal nostro essere credenti o meno – quasi che non si possa realmente dirsi Italiani al di fuori di tale schema. Che poi Renzi si riferisca al Natale religioso in senso stretto o a quello commerciale del Santa Claus beone della Coca-Cola poca importa: non c’è possibilità di scelta, questa è la nostra identità.

Tuttavia, la posizione renziana sul tema mina (paradossalmente) il concetto stesso di identità –  intesa da un punto di vista democratico, e, aggiungerei, antropologico –, la quale è innanzitutto una questione di agency: ovvero, ognuno è libero di definirsi come meglio vuole e crede. Questo vale anche per le cosiddette culture che, lungi dal formarsi “fuori dal tempo” e al di là del libero arbitrio, non sono altro che il prodotto di scelte e selezioni (individuali o collettive) spesso finalizzate a uno scopo ben preciso. L’esempio più banale ce lo mostra proprio il Natale, paradigma per eccellenza di rottura consapevole con il passato: per contrastare le celebrazioni pagane del solstizio d’inverno, le gerarchie cristiane si inventarono di sana pianta la storia del Bambin Gesù nato il 25 dicembre. Alla faccia della tradizione.

Certo, come scrive qualcuno, si potrebbe semplicemente accettare la realtà di una scuola invasa da simboli più o meno religiosi e, senza vietare niente a nessuno, proporre delle alternative all’interno dello stesso contesto. Come è giusto che sia: libertà per tutti, minoranze e maggioranze. Eppure è evidente che in una dimensione pubblica in cui la “tradizione” appare indiscutibile non può esserci spazio per un qualcosa di diverso, un’alternativa di pari dignità nella sua natura culturale benché non necessariamente connessa agli usi e costumi del passato. Se vi è un’identità fissa e immutabile (come traspare dalle parole di Renzi) tutto il resto è – per forza di cose – secondario, subordinato. Roba da Italiani di serie B, insomma.

E di fronte a un’identità unica e assoluta a me viene in mente solo una parola: fondamentalismo.

Nato nella Somalia italiana nel 1909, si dedica giovanissimo all'antropologia lombrosiana e alla frenologia. Dopo aver contribuito alla fondazione di Latina, nel 1938 fugge in Argentina con Ettore Majorana poiché non condivide la linea morbida di Mussolini sul banditismo molisano. Rientrato in Italia negli anni '70 in seguito a una scommessa persa con Cesare Battisti, si converte allo stragismo mafioso e alla briscola chiamata. Tra i fondatori occulti di Grom, oggi passa la maggior parte del suo tempo refreshando la pagina facebook di Marco Mengoni.

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