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I meno poveri si incazzano di più

in società by

Il fatto che i numeri diano ragione al nostro Luca Mazzone non vuol dire che diano torto a Bergoglio (no, neppure alla pur goffa frase di Di Battista): gli esecutori materiali di atti di terrorismo (leggi: rivolta violenta) non sono quasi mai i disperati, e allora?

A costo di dire ovvietà, andrebbe evidenziato intanto che la povertà è un concetto relativo e non assoluto: i poveri nati poveri possono non avere percezione della propria miseria se non entrano in una logica comparativa, ed è molto difficile che abbiano i mezzi per farlo (accesso ai media, viaggi, ecc.).

La fame, al contrario, è un concetto così tanto assoluto da poter essere totalizzante: chi ha fame in primo luogo cerca da mangiare, solo in seconda battuta, al limite, si incazza se vede che il vicino ha cibo da buttare.

La rabbia e il conflitto sociale organizzato  insomma avrebbero più a che fare con la consapevolezza della propria condizione rispetto al resto del mondo o con un senso ideale di giustizia sociale che con la disperazione o la povertà tout court, il che non è nulla di nuovo ma è più che sufficiente a rendere ridondanti le statistiche del prof. Krueger.

In fondo bastava leggere qualche opera anche breve di Engels e Marx, che ci insegnano che ad organizzarsi per la lotta non è mai stato nè mai sarà il sottoproletariato, e che avere il pane sotto i denti è un presupposto per volere anche il companatico.

12 Comments

  1. Ma i francesi quando fecero la Rivoluzione volevano anche il companatico? E nel ’19 quando nacque il Nazionalsocialismo la Germania straripava di benessere? Rimanendo in tema tanto caro a Bergoglio: e la guerra sporca repressiva del regime argentino di Videla? (così siamo più vicini anche come epoca)

  2. Non sono d’accordo ad accostare terrorismo e conflitto sociale organizzato.
    La similarità degli obiettivi, ammessa e non concessa, corrisponde a mezzi di conflitto completamente diversi. E quelli del terrorismo non sono determinati dalla disperazione della povertà, dall’essere messi alle corde. Sono determinati dalla radicalizzazione ideologica, che è molto diversa dalla “presa di consapevolezza” delle proprie condizioni. Tanto più che il terrorismo si manifesta spesso come spinta reazionaria, come è chiaramente nel caso del terrorismo islamico. Non vedo alcuna lotta per la giustizia sociale nelle azioni dell’ISIS. Al contrario, sono orientate al ripristino di uno status quo medieovale e al rifiuto dell’emancipazione delle categorie sofferenti in quelle società, a partire dalla donna. Non c’è assolutamente corrispondenza fra terroristi e rivoluzionari.

  3. Ma da dove cavolo viene la convinzione che il terrorista lotti per la giustizia sociale? Stiamo parlando degli stessi terroristi?
    Il terrorista è un soggetto radicalizzato che generalmente ha un concetto del giusto poco condiviso dalla gentei cui interessi si arroga di rappresentare. Altrimenti non agirebbe da terrorista. Tanto è vero che esistono fenomeni di terrorismo anche nei paesi in cui vi è liberta di organizzazione politica. La violenza è l’ultimo rifugio dell’incompetente, e del radicalizzato che sente frustrati i propri desideri e il riconoscimento delle sue opinioni nella maggioranza.

    • Giuseppe, loro pensano di farlo. E non solo i terroristi. Pensa ai talebani che vogliono le donne coperte come i paracarri. Se ci parli, ti diranno che loro liberano la donna, che non si propone più come pezzo di carne ma con una dignità di essere umano. Pensa ai cristiani. Ti diranno che tu non puoi suicidarti perchè ne va della tue dignità. Pensa ai brigatisti. Ti diranno che ti stanno liberando dall’oppressione capitalista di cui sei succube senza accorgerti, manipolato dai media.

      E’ di coloro che si credono buoni che bisogna avere davvero paura. Perchè un cattivo può pentirsi, un criminale che sa di esserlo può ravvedersi, provare pietà anche solo per un istante. Coloro che sono convinti invece di essere nel giusto, di non muoversi per i propri gretti interessi ma per il bene supremo, non li fermi manco a cannonate.

  4. “chi ha fame in primo luogo cerca da mangiare, solo in seconda battuta, al limite, si incazza se vede che il vicino ha cibo da buttare.”

    o potrebbe unire le due attività: scannare il vicino e impadronirsi del cibo.

    (mi piacerebbe mettere bocca, ma finché “terrorismo” resta questo pentolone enorme e quasi vuoto, anche se di tutto, non posso.
    solo due miti osservazioni:
    1. quelli che lanciano una bomba in una piazza affollata e chi pianta una palla in un ministro della tirannia non fanno lo stesso lavoro e non dovrebbero essere chiamati nello stesso modo.
    2. tutti i rivoluzionari sono terroristi, PRIMA di vincere. sempre, sotto ogni cielo e per ogni oppressore.)

  5. Mazzone, come al solito, per smontare un’ovvietà ne dice un’altra. E’ ormai acclarato da decenni come il terrorismo italiano, e in particolare quello rosso nella fase dopo l’arresto di Curcio facesese presa principalmente sui giovani (per voler usare una terminologia marxista) al confine fra il proletariato e la piccola borghesia. Guardate la provenienza geografica della colonna romana: Centocelle, Quadraro, Rebibbia, ovvero quella che era stata fino ad allora l’estrema periferia ma che cominciava proprio allora un processo di borghesizzazione. Probabilmente, insomma, non avevano il problema della fame me erano comunque esclusi dai luoghi e dalle decisioni del centro cittadino ed abbastanza formati e consapevoli da rendersene conto. Un po’ come gli abitanti delle banlieu parigine oggi, d’altronde.

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