un blog canaglia

I complici della barbarie

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Siccome mi pare che il dibattito stia infuriando più vibrante che mai, colgo l’occasione di puntualizzare un paio di cosette.
La prigione non ha lo scopo di dare a chi non ruba la soddisfazione di sapere al fresco quelli che hanno rubato (soddisfazione, sia detto per inciso, che mostra alcuni tratti inquietanti, ed in taluni casi letteralmente patologici): serve, o dovrebbe servire, a fare in modo che chi ha compiuto dei reati possa essere recuperato alla convivenza civile, nel frattempo essendogli preclusa la possibilità di delinquere ulteriormente.
Ebbene, siccome sotto il profilo della rieducazione l’istituto del carcere sembra aver completamente disatteso il proprio scopo, sarebbe il caso di iniziare a discutere sull’eventualità di accantonarlo definitivamente, perlomeno nei casi in cui ciò sia materialmente possibile: piuttosto che indignarsi quando a questo o a quel condannato (ammesso e non concesso sia tale, e non, come troppo spesso accade, detenuto in attesa di giudizio) vengano concessi gli arresti domiciliari.
Non rileva, a tale riguardo, la locuzione “come tutti gli altri”, che spesso si accompagna alle invettive di questi scalmanati contro le misure alternative concesse ai potenti: giacché la constatazione dell’evidente sperequazione di trattamento tra quelli che contano e quelli che non contano niente dovrebbe casomai condurre a promuovere una battaglia per consentire che i domiciliari vengano accordati quanto più spesso possibile anche ai secondi, invece che a una crociata per mettere dietro le stesse sbarre i primi.
La sensazione (che ormai, per quanto mi riguarda, è assai vicina ad essere una certezza) è che dietro le crescenti ed accorate invocazioni alle manette, alle celle e alle chiavi da buttare via si nasconda una malcelata (o meglio, a questo punto neppure più celata) smania di vendetta: ed è sin troppo banale sottolineare che vendetta e giustizia non coincidono che nelle collettività primitive, per intenderci quelle con le pene corporali, le torture e le lapidazioni, mentre nei posti civili i due concetti divergono al punto da diventare non soltanto assai distanti, ma l’uno antitetico all’altro.
E’ fin troppo banale, dicevo. Eppure gran parte dell’orda manettara che sta animando questi giorni con le sue lamentazioni sembra ignorarlo allegramente.
Se ne deve dedurre, quindi, che sia proprio questo ciò che costoro vogliono: la vendetta. Non in modo inconscio, badate, ma consapevolmente, senza vergognarsene ed anzi facendosene vanto, come se brandirla li elevasse al rango di esseri umani più onesti, più retti, migliori degli altri.
Non ho alcun timore a dire che questa gente mi spaventa: e mi spaventa di più, molto di più, di quelli che delinquono. Perché da questa gente, quella che erge con disinvoltura la vendetta a giustizia, arriva un messaggio che è chiaramente (ed in modo incontrovertibile) contrario ai fondamenti stessi della nostra convivenza: quelli, per intenderci, in base ai quali milioni di persone si fidano quotidianamente ad attraversare la strada col semaforo verde e ai familiari delle vittime di un reato viene impedito di procedere sommariamente al linciaggio di chi lo ha commesso.
Dopodiché, io dubito fortemente che sia vero quello che dicono: che i garantisti, cioè, finiscano per fiancheggiare chi ha derubato sistematicamente il paese delle sue risorse.
Ma anche ammettendo, per amor di discussione, che abbiano ragione, è certo che costoro si stanno rendendo complici di una cosa assai peggiore: la discesa sfrenata nel baratro che conduce a una nuova, luminosa era di barbarie.
Direi che mi basta e mi avanza, per scegliere da quale parte stare.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

1 Comment

  1. Varrebbe la pena approfondire come si è arrivati a tutta questa animosità e voglia di vendetta.
    A mio parere un buon punto di partenza è il fatto che la giustizia non funziona. Se ci metti 8-10 anni ad avere giustizia per un torto subito, si può tranquillamente dire che lo Stato di diritto nei fatti non esiste. A questo si aggiunge l’impunità di chi riesce a permettersi la tattica della prescrizione, che i Radicali hanno giustamente etichettato come “amnistia di classe”. Anni e anni di torti non riparati (o riparati quando ormai era troppo tardi per fare qualche differenza) e di gente che dai propri piccoli o grandi misfatti ha ricevuto solo i benefici e nessun danno, hanno fatto perdere la testa a molti. Il sentimento può essere anche comprensibile a livello umano: poche cose fanno incazzare come quando subisci un’ingiustizia (un tizio ti ruba il portafoglio) e il colpevole non solo la scampa ma viene addirittura “premiato” (per qualche magheggio viene rilasciato e si tiene pure i tuoi soldi e il resto), e prima di riprendere la calma normalmente passi qualche tempo a immaginare nel tuo cervello cose ben poco civili nei suoi confronti. Ecco, a un certo punto però c’è stato una sorta di transfert collettivo di questo sentimento principalmente verso i politici, complice forse la concomitanza della crisi economica e di tutto quello che è seguito alla pubblicazione de “La Casta” (“io mi faccio il mazzo per arrivare a fine mese e quelli fanno la bella vita rubando miei soldi!”). Poi è arrivato il Movimento oclopathocratico che ha legittimato politicamente questo sentimento arrivando pure a proporre apertamente pseudoprocessi “in rete” (jesus) e accusando di complicità chi osi far notare che dovremmo almeno provarci, a fare lo Stato di diritto. Il risultato è che ora ci sono persone che prendono a picconate i passanti perchè “ce l’ho con i politici!” o sparano a un carabiniere di fronte al Parlamento perchè “volevo colpire i politici!”, cercando di vestire la loro violenza con gli abiti dell’eroe del popolo.
    Diceva Beccaria che le pene dovrebbero essere lievi, ma pronte e certe; ecco noi abbiamo da troppo tempo pene pesanti (almeno sulla carta), lente e assolutamente incerte. Gli anni del berlusconismo, in cui il capo del governo manipolava apertamente la Legge a seconda delle proprie esigenze processuali del momento, con riforme della giustizia hanno riguardato quasi solo il “rapporto fra politica e magistratura”, marginale fra tutti i problemi della nostra giustizia, e praticamente mai la durata scandalosa dei processi, che è il primo problema che viene in mente a chiunque alla domanda “cosa non funziona nella giustizia italiana”, hanno prodotto un danno forse irreversibile nel modo in cui i cittadini percepiscono il diritto.
    Insomma, il circolo è vizioso: la mancanza di Stato di diritto a causa della giustizia disfunzionale ha cancellato lo Stato di diritto anche dalla testa delle persone. Se menzioni il principio di non colpevolezza prima di una condanna definitiva vieni percepito come uno che vuole salvare i ladri, proprio perchè ormai alla condanna definitiva non ci crede più nessuno. Se parli di abuso di custodia cautelare, ti dicono che vuoi lasciare che il ladro inquini le prove così la farà franca anche lui. La gente non vuole vedere il Re ai servizi sociali, vuole vederne la decapitazione. Vuole compensare l’impunità con la punizione esemplare, pareggiare la “bella vita” del corrotto vedendolo soffrire.
    Quindi il primo passo per tentare di salvarsi dalla barbarie sarebbe innanzitutto far funzionare la giustizia, riscrivendo praticamente da capo i codici e infondendo un bel po’ di cultura gestionale nei nostri uffici giudiziari. Se il sistema comincia a funzionare, riparando ai torti in modo pronto e certo, magari la gente sarà più disposta a capire perchè oltre ad essere efficace è anche giusto. My two cents.

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