un blog canaglia

I blog sono morti?

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Due premesse, entrambe importanti: primo, Diego Bianchi è un amico, un professionista di tutto rispetto e una cara persona; secondo, nella classifica dei blog politici/d’opinione al Macchianera Italian Awards, le cui premiazioni si sono svolte l’altroieri durante il Blogfest di Rimini, questo blog si è classificato al di sotto della quinta posizione; ragion per cui, quello che sto per scrivere non è motivato né dall’avversione antipatia per Zoro -il quale peraltro non ha mancato di esprimere la propria meraviglia per aver ricevuto il premio- né dall’irritazione per non aver vinto, giacché senza di lui non avremmo vinto lo stesso.
Desta un certo stupore, tuttavia, il fatto che ad aggiudicarsi il premio come miglior sito d’opinione del 2013 sia stato un blog su cui nell’ultimo anno solare sono stati pubblicati undici post; e credo che prendendo spunto da questo stupore sia il caso di porsi, seriamente, un paio di domande.
Potenza della televisione, mi hanno detto alcuni commentando la vittoria di Diego: e non c’è dubbio -non lo scopriamo certo oggi- che la televisione sia effettivamente uno strumento potentissimo, e che quindi la diagnosi sia sostanzialmente corretta.
Senonché, il tratto peculiare dei blog, o per meglio dire della cosiddetta “informazione dal basso” che proviene dal web, dovrebbe essere proprio l’alternatività rispetto ai mezzi di comunicazione “mainstream”; e il fatto che questa alternatività venga meno in modo così evidente, al punto da indurre gli utenti del web -gli utenti del web, badate, non una giuria di “addetti ai lavori”- a premiare come miglior blogger uno che nell’ultimo anno ha fatto -bene, ci mancherebbe- tutto tranne che il blogger, non può non generare una serie di domande: nel 2013 i blog rappresentano ancora qualcosa di significativo o si sono ridotti a un biglietto da visita, un complemento, un ammennicolo per chi in effetti svolge altre attività? Esistono ancora in quanto tali, i blog, o si tratta di una roba ormai sommersa e di fatto cancellata dall’informazione tradizionale da un lato e dai social network dall’altro?
Insomma, per farla breve: i blog, nel senso in cui abbiamo inteso la parola nel corso degli ultimi dieci anni, sono vivi o sono morti? Ha ancora senso quello che facciamo scrivendo qua dentro? E se ce l’ha è lo stesso senso di quando abbiamo iniziato a farlo o si è trasformato in qualcosa di diverso?
Io non ce l’ho ancora, una risposta compiuta, ma credo che sarebbe il caso di rifletterci e iniziare a elaborarla.
Chi volesse dare una mano, naturalmente, è il benvenuto.

METILPARABEN E’ nato e cresciuto al Colle Oppio, ha studiato dai preti, è commercialista, tifoso della Lazio e radicale. La combinazione di queste drammatiche circostanze lo ha condotto a sviluppare una fastidiosa forma di nevrosi ossessivo-compulsiva caratterizzata da crisi di identità: crede di essere il blogger Metilparaben.

11 Comments

  1. Andando con ordine:

    – Non credo che nel caso di Zoro si possa parlare solo di “televisione”, vista l’impostazione multipiattaforma con gli strumenti social come i suoi video di Youtube e la classifica di Twitter. Normale che si crei quindi la commistione col popolo di internet. Però è indubbio che quel blog si sposi poco con la sua reale attività.

    – Per lo stesso principio, il “blog” si è evoluto, non ha lo stesso significato di qualche anno fa ed è palese dalla presenza ad ogni fine articolo dei tasti di condivisione coi social network. In questo senso, questo blog è per me ancora valido come mezzo di diffusione di opinioni e punti di vista diversi, che personalmente continuo a seguire anche non condividendo del tutto: detto questo occorre specificare che per continuare a seguire questo blog mi avvalgo di un raccoglitore di feed RSS, uno strumento non mainstream come i social, ai quali tra l’altro ricorro molto di più di quanto prima seguendo i feed.

  2. Provo a dire qualcosa qui, poi se ha senso ci faccio un post lungo (probabilmente no). Penso che ci ricordiamo tutti quanti che i blog, nella loro breve storia, sono già morti più volte del rock ‘n’ roll. A me sembra che discutere dei blog in quanto tali avesse senso molti anni fa, quando lo strumento era nuovo, in qualche modo innovativo, con meccanismi diversi da quelli di mezzi di comunicazione più tradizionali e anche dai siti web classici. Negli anni il mezzo si è normalizzato, sia perché è ormai di uso comune, sia perché il resto del web si è evoluto nella stessa direzione, inglobandolo. Oggi un blog è un mezzo come un altro per comunicare qualcosa, con determinate caratteristiche distintive. La domanda non dovrebbe essere “ha senso oggi tenere un blog?”, ma “ha senso mettere queste cose su un blog invece che altrove?”. A me, per esempio, le interazioni su Facebook fanno cagare, e trovo le discussioni su Twitter caotiche e illeggibili. Si tratta solo di scegliere un mezzo adatto, e i mezzi di solito non muoiono.

  3. Penso che i blog ritroveranno un senso nuovo nel momento in cui proporranno contenuti diversi e più approfonditi rispetto a quelli presenti sui social o in trasmissioni televisive, com’è nelle loro caratteristiche, tra cui, appunto, porsi come alternativa.
    Credo che la vittoria di Zoro, con tutto il rispetto e l’ammirazione per il suo lavoro, sia il sintomo di un disinteresse da parte degli utenti verso la blogosfera. Insomma, non ho dati, ma è facile immaginare che la maggioranza passi piu tempo sui social e meno a leggere blog. Qualche anno fa era diverso. Di conseguenza, la scarsa conoscenza del mondo dei blog influisce sulle nostre opinioni e criteri di valutazione. Ed ecco allora emergere i blog che trovano soprattutto attraverso altri campi in cui gli utenti sono più presenti. Tv, social. Ci sono tanti blog vivi, solo che questo mondo sta diventando sempre più di nicchia. Una volta aprivi internet, e andavi a cercare il blog di questo o quell’altro. Li ricordavi a memoria. Oggi sei fermo su Facebook o Twitter, e da li finisci su questo o quel sito.

  4. Io credo che il concetto stesso di “premio”, “award” o dir si voglia sia qualcosa legato alla vecchia concezione della comunicazione rappresentata dalla televisione. Già il fatto che lo si chiami il telegatto del web è indicativo, no?
    Proviamo a infischiarcene dei premi.

  5. Seguo il MIA da tanto tempo, e negli ultimi due-tre anni ho cominciato a chiedermi seriamente perché insistano a chiamarla la blog-fest. Se cominci a metterci le agenzie, i tweet e tante altre belle cose, che si, avvengono in rete, ma insomma, è come dire che siccome entrambi siamo carbon-based forms of life non c’ è differenza tra me e un topinambour (ovvio che non includo le opinioni dei detrattori dei topinambour), per i blog rimane pochino.

    Intendiamoci, se 65.000 persone si prendono la briga di superare il carnaio della selezione, anche solo limitandosi a 10 categorie, vuol dire che ci sono molte persone che prendono ancora sul serio i blog e i concorsi, il che in un paese come l’ Italia mi sembra un risultato di cui essere orgogliosi. Ma io come blogger e come fedele lettrice di blog mi sento sempre meno parte di tutto ciò. E se in certe categorie vincono non i blogger, ma i siti con sponsor, pubblicità e quant’ altro, creati innanzitutto come veicoli pubblicitari con brevi postarelli senza congiuntivi e non troppo complessi, pero quante belle foto signora mia, ditemi i contenuti a che servono.

    Allora se la blogfest deve diventare la Rete-fest, perfetto, bellissimo, però poi uno delle domande se le pone.

    Il blog collettivo per cui scrivo sono due anni che arriva terzo. Una cosa che ci commuove per le persone che si sono prese la briga di segnalarlo e votarlo, nonostante. Nonostante non abbiamo mai messo un banner per pietire voti, nonostante facciamo talmente poche PV rispetto agli altri nominati, nonostante i veri premi sono per noi i convegni professionali in cui ci dicono che abbiamo cambiato il panorama informativo e dato una voce a una categoria finora sottorappresentata negli altri blog di categoria. Una categoria che forse dallo scorso anno abbiamo contribuito a cambiare persino all’ interno del MIA, che ha capito che persino i portatori sani di pisello potrebbero avere qualcosa da dire sui nostri argomenti e per fortuna hanno de-genderizzato (passami il termine che mi sono inventatata sui due piedi) la categoria stessa. Ecco, il vero premio per noi è stato questo, anche s enon ci avessero manco nominati.

    Per il resto, viva l’ autoreferenzialità, viva la Mc Cann che manco si rpesenta a ritirare il premio, viva il MIA.

    • “Nonostante non abbiamo mai messo un banner per pietire voti…”
      (categorie: corde, impiccati, parlare, di, casa)

      ahahahahahahah

      quanto al resto, internet studia da televisione da quando è uscito windows 2000, e zoro è il l’ideale di tutti noi – c’è poco da fare…

  6. Io non darei molto peso ai risultati dei referendum del MIA. La TV non c’entra necessariamente: l’anno scorso, per esempio, come sito musicale è arrivato al quarto posto “Orrore a 33 Giri”, e l’autore se ne stupiva, visto che quell’anno per motivi di tempo non aveva praticamente mai aggiornato il blog.
    Come tutti i premi con giuria popolare, il MIA è un concorso di popolarità, in cui influisocno fattori del tutti diversi da ciò che nominalmente dovrebbe essere premiato. Dire che i blog sono morti perché vince Zoro è un po’ come dire che la canzone è morta perché a Sanremo vincono i Jalisse.

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