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Ero da poco entrata all’università quando, con i miei amici, decidemmo di tornare indietro di qualche anno per le nostre serate horror, e affrontammo la visione di una pellicola del 1972, L’ultima casa a sinistra. “Dai che è di Wes Craven!”

All’epoca io Wes Craven lo conoscevo già bene, cioè, conoscevo il suo cosiddetto masterpiece, perché quando ero piuttosto piccola ricordavo che il mio amico dal quale leggevo di nascosto Dylan Dog mi parlava di questo Nightmare, uno cattivissimo con gli artigli come Wolverine, col maglioncino a righe e con la faccia tutta rovinata. L’avevano bruciato, dice. “Che poi non si chiama proprio ‘nightmare’, si chiama tipo Freddy, come Mercury, ma cattivissimo e con una brutta voce.”

“E come mai la polizia non lo arresta?”

“Non possono: lui ti uccide nei sogni, mentre dormi.”

Quella frase mi avrebbe perseguitato negli anni a venire, impedendomi di dormire nel buio più totale o con braccia o gambe che penzolavano dal letto. I miei genitori hanno maledetto Wes Craven tutte le volte che “NOOOOO!!! RIMANI FINCHE’ NON MI ADDORMENTO!”

In qualche modo la presenza del genitore lì accanto era per me una sicurezza. Il problema è che entrambi si addormentavano sempre prima.

Nightmare, comunque, non avrebbe influenzato solo la mia vita notturna, ma sarebbe diventato uno dei maggiori cult del genere horror, tanto da essere uno dei film più citati nella storia del cinema.

Un esempio su tutti
Un esempio su tutti

Nel ’96, poi, era uscito Scream, (“E’ di quello di Nightmare? Mi sa che dobbiamo vedercelo”) e qualche anno dopo i miei genitori, accorgendosi che il genere horror era diventato uno dei miei preferiti (ma che ormai non avevo più l’età per costringerli a dormire sul pavimento accanto al mio letto), mi avevano rimediato il vhs originale, che credo sia ancora in casa da qualche parte.

Tralasciando il resto, l’impatto che ebbe la celeberrima scena iniziale sulla mia vita fu tale che per un sacco di tempo, quando rimanevo a casa da sola, esitavo sempre un attimo prima di rispondere al telefono.

E poi che cazzo, avevamo lo stesso telefono
E poi che cazzo, avevamo lo stesso cordless

Ma torniamo agli anni universitari.

“Non lo so, forse questo film è un po’ datato. Ma poi di che parla?”

"Oh wow."
Oh, wow.

L’ultima casa a sinistra, ragazzi, rimase nella mia testa come nessun altro film.

Non c’era sogno con al suo interno Freddy Kruger che tenesse,

Che poi
Che poi.

non c’era stalker telefonico che ti entra dentro casa con la maschera paurosa che mi angosciasse di più come gli eventi che si susseguono nell’Ultima casa a sinistra. La semplicità della trama, il disagio che ti trasmette man mano, la frustrazione di non poter intervenire, la soddisfazione finale.

Wes Craven se n’è andato ieri, a 76 anni. Il cancro al cervello che da un po’ di tempo lo perseguitava non gli aveva impedito di continuare a lavorare su progetti futuri.

Come succede quando muore un artista, lo si ricorda per le produzioni più famose: nel caso di Craven potrei citarvi anche Le colline hanno gli occhi, del quale nel 2006 Alexandre Aja fece un discutibilissimo remake. Oppure Il mostro della palude (classe 1982), o gli episodi per la serie Ai confini della realtà.

Tuttavia, questa potrebbe essere l’occasione per andare un po’ più indietro.

Fate così: per un gentile tributo a uno dei registi horror che più hanno rivoluzionato il genere, vedetevi L’ultima casa a sinistra, il suo primo film, e può anche darsi che alla fine avrete anche voi una risposta alla fatidica domanda “Qual’è il tuo film horror preferito?”

Grazie Wes, davvero

 

JJ

Nasce a Frascati nell’85. Vive, mangia e dorme a Roma. Ha una casa tutta sua. Ascolta la musica, specialmente le canzoni, e guarda molto cinema. Possiede una laurea in lettere di sua proprietà e ha scritto una tesi su Herzog, il quale ha dovuto farsela cancellare con un doloroso e dispendioso metodo laser. "Remember: there are no stupid questions, just stupid people." (Herbert Garrison, South Park)

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