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Portrait of German philosopher Martin Heidegger (1889 - 1976), 1958. (Photo by Fred Stein Archive/Archive Photos/Getty Images)

Heidegger e il lato oscuro della filosofia

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Ieri su queste pagine, Lucio Gobbi ha scritto un breve articolo a proposito di Heidegger, i Quaderni Neri, l’adesione al nazismo e il presunto anti-semitismo del filosofo. Le tesi di Lucio sono sostanzialmente due:

  1. Non si può etichettare Heidegger come anti-semita o nazista sulla base di alcuni passaggi inquietanti dei Quaderni Neri. Quando lo si fa – dice Gobbi – si dimentica colpevolmente di citare i passaggi in cui Heidegger sembra esprimere giudizi diametralmente opposti.
  2. E’ scorretto etichettare Heidegger come un filosofo anti-scientifico e anti-moderno. H. non rifiutava la tecnica. Nella vita di tutti i giorni “guidava la motocicletta e aveva il riscaldamento centralizzato”. La questione della tecnica e della scienza è ben più complessa e profonda e ha a che vedere con l’impianto generale del suo pensiero.

Io la penso esattamente all’opposto di Lucio. Credo che Heidegger sia stato un convinto aderente al nazionalsocialismo e credo che fosse un antisemita. Penso inoltre che la filosofia di H. abbia un’impronta decisamente reazionaria, anti-scientifica e anti-moderna. Un impronta certo non caratteristica del solo pensiero heideggeriano, bensì tipica delle “utopie conservatrici”. E che tuttavia, proprio grazie alla enorme influenza che il modello heideggeriano ha avuto sulla successiva filosofia continentale, è riuscita a penetrare nel pensiero e nella cultura, anche quella italiana e anche quella non accademica, fino a diventare un tragico luogo comune.

Quanto alla questione del pensiero politico di H., esiste una diatriba decennale che appassiona molto gli specialisti e che, di tanto in tanto, riemerge anche sulla stampa. La pubblicazione dei cosiddetti Quaderni Neri ha offerto l’occasione per un revival dell’affaire Heidegger/Nazismo. La dialettica tra le opposte fazioni si incardina essenzialmente sulla ricerca di appigli testuali nelle opere di H. che servano, a seconda dei casi, per crocifiggerlo o scagionarlo dalla infamante accusa.
Nei fatti, è noto che H. abbia aderito al partito nazionalsocialista nel 1933 diventando nello stesso anno rettore dell’Università di Freiburg e mantendo la carica per un anno circa. Heidegger rimarrà comunque iscritto al partito fino al 1945. Sul fatto che Heidegger fosse un sincero nazista nel 1933 ci sono ben pochi dubbi; sono i suoi stessi discorsi e le sue lettere di quel periodo a testimoniarlo apertamente. Inoltre, ci sono ragioni per pensare che la sua adesione al nazionalsocialismo scaturisse da profonde convinzioni ideali e filosofiche e non fosse semplicemente un innamoramento passeggero. La vulgata storico-filosofica tende a isolare l’adesione di H. al nazionalsocialismo al solo anno 1933 e a etichettare questa scelta come un passo falso e una leggerezza della quale H. si sarebbe ben presto avveduto. Non voglio addentrarmi invece nella questione, abbastanza inutile ma molto dibattuta, che riguarda il ‘nazismo intrinseco’ nella filosofia heideggeriana, si tratta di un dibattito ermeneutico che, come tale, difficilmente può sperare di pervenire a un consenso.

Per quanto riguarda il presunto anti-semitismo di H., alcuni passaggi scandalosi dei Quaderni Neri sono piuttosto chiari. In questi passi, H. è molto esplicito nell’affermare che la questione ebraica è una questione metafisica prima ancora che razziale. Chi conosce lo stile di H. capisce bene che una simile imputazione è, nel gergo del filosofo, persino più grave della “semplice” accusa razziale. Gli ebrei sono, per H., “quella specie di umanità che, essendo per eccellenza svincolata, potrà fare dello sradicamento di ogni ente dall’essere il proprio “compito” nella storia del mondo”.
Lucio dice di non volersi soffermare su questo punto, e neanche io lo farò. Voglio approfondire invece la sua giusta osservazione che, in altri passaggi, H. sembra dire cose diverse e in definitiva in contraddizione con gli estratti sotto accusa. Anche questo non dovrebbe stupire chi conosce le opere e la biografia del filosofo. H. era notoriamente un personaggio ambiguo e doppio. Rispondendo per lettera all’amica e amante Hannah Arendt sulle voci che circolavano attorno al suo antisemitismo, H. liquidava queste ultime senz’altro come calunnie. Contemporaneamente, scriveva alla moglie descrivendo gli ebrei come degli approfittatori nei confronti dei quali “non si è mai abbastanza diffidenti.” Parole come “intossicazione”, “invasione”, “giudaizzazione” dell’università e della società tedesca ricorrono nelle sue lettere private. Mentre a parole mascherava il suo antigiudaismo di fronte ai colleghi, amanti e amici ebrei, nei fatti non osteggiava o addirittura approvava i provvedimenti del regime contro questi ultimi. Che si trovino giudizi e riflessioni contraddittorie negli stessi quaderni non è sorprendente alla luce della sua ambiguità e doppiezza di carattere.

Uno dei più fortunati topoi heideggeriani è la critica della tecnica e dell’immagine scientifica del mondo. Su questo punto Lucio scrive che la questione non può banalmente ridursi a un rifiuto della tecnologia, rifiuto al quale nei fatti H. neanche si sarebbe attenuto. Ciò che interessava H., dice Lucio, è piuttosto l’enfasi sull’incapacità del modello scientifico di porre o risolvere questioni fondamentali. In effetti, Heidegger identificava le scienze come “ontologie regionali” e le opponeva alla filosofia intesa come “ontologia fondamentale”: più o meno questo intendeva dire quando affermava che “la scienza non pensa”. (Per inciso questo modo di vedere le cose non ha nulla a che vedere con i risultati matematici del teorema di incompletezza di Gödel, e va rifiutato nettamente ogni paragone tra le grossolane semplificazioni della filosofia della scienza di matrice heideggeriana e le presunte conseguenze epistemologiche della monumentale fatica logica di Gödel).
Il modo in cui Lucio presenta la questione è del tutto corretto dal punto di vista delle premesse filosofiche del discorso heideggeriano. Le conclusioni che H. ne trae, tuttavia, non vanno ignorate. La specializzazione accademica, la divisione in dipartimenti, la tecnica e la ‘cibernetica’ erano per H. nient’altro che culminazioni del processo destinale di “oblio dell’Essere”. Questo oblio è per H una sorta di ‘peccato originale’ della modernità. Una modernità la cui corruzione è fatta risalire addirittura alla filosofia greca post-socratica e che man mano si dispiega, secondo una fenomenologia del rimosso, nella storia della filosofia e della scienza. La perversa culminazione di questa storia inautentica è da ritrovarsi, per H., non solo nella scienza e nella tecnica, ma anche nell’egalitarismo, nella cultura di massa, nel liberalismo (di cui gli ebrei sarebbero per natura infetti) e nella democrazia. Non è un caso che H. vedesse nel modello americano e in quello sovietico due facce della stessa medaglia. Nè si può dimenticare che buona parte del pensiero tardo di H. ruota attorno al concetto di nuovo inizio: sorta di palingenesi che dovrebbe seguire il necessario collasso della modernità corrotta. Heidegger è molto chiaro sul punto che, così come il primo inizio (quello pre-socratico) ha i caratteri dell’originario spirito greco, allo stesso modo il nuovo inizio non può che fondarsi sulla lingua e sullo spirito tedeschi. Svuotata dai suoi echi misticheggianti e delle fantomatiche catene etimologiche, la filosofia heideggeriana nel periodo dopo la cosiddetta svolta è insomma un intreccio indissolubile di nazionalismo radicale, critica alla modernità scientifica e utopia conservatrice.

Di filosofi dalle convinzioni politiche deliranti e dalla moralità dubbia è costellata la storia della filosofia. Il caso di H. ci colpisce particolarmente perché lo avvertiamo, per ragioni storiche, come più vicino a noi e perché l’adesione ad un movimento come quello nazista ci risulta del tutto intollerabile (pensiamo, per contrasto, alla leggerezza con cui si legge e si studia un filosofo certamente fascista come Gentile o tutta la schiera dei pensatori marxisti filo-sovietici). Ma la controversia infinita su H. è anche e soprattutto dettata da un luogo comune piuttosto radicato, che nelle parole di Lucio suona così: “il pensiero di Heidegger è un pensiero molto complesso ed è più comodo etichettare e mettere all’indice che cercare di capire”. Sarebbe il caso di chiedersi una volta per tutte in cosa consiste questa presunta complessità del pensiero di H., così come di molti filosofi contemporanei che si ispirano al suo stile e ai suoi temi. Ho la sensazione che questa presunta complessità sia nient’altro che un modo per descrivere l’oscurità e inaccessibilità, la sensazione di profondità e insondabilità, la percezione dell’abisso, che rappresenta il fascino di tanta cattiva filosofia. Quasi mai l’oscurità (che è cosa diversa dal tecnicismo) è sinonimo di profondità. Quasi sempre, invece, l’oscurità va a braccetto con il discorso magico, religioso, esoterico. Presentarsi come guru, come sciamani o maghi in possesso di un linguaggio iniziatico ed elusivo è il modo più semplice per creare attorno a sé una comunità di fedeli pronti a scattare in difesa del maestro. Sottrarsi alla comprensibilità, infine, vuol dire allo stesso tempo provare a sottrarsi alle proprie responsabilità, anche a quelle storiche e personali, per consegnarsi al vortice infinito delle interpretazioni inutili.

Uomo dalle convinzioni granitiche, nell'arco della stessa giornata oscilla tra la difesa dell'anarco-capitalismo e il vagheggiamento del socialismo reale, per lo più sulla base della propria convenienza. Nemico di tutte le religioni, ispira la sua condotta morale a due imperative categorici: “viva la merda” (R. Ferretti) e “l’amore vince sempre sul'’invidia e sull'odio” (S.B.). Viene da un posto caldo e malsano, ma ora vive in un posto freddo e salubre. Aspira a vivere in un posto caldo e salubre, ma teme che finirà in un posto freddo e malsano.

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