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Il compagno Giachetti e i Radicali: la divisione esiste ma non è tra destra e sinistra

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La candidatura del fiero Radicale renziano Roberto Giachetti a sindaco di Roma ha riportato in auge una questione che interessa poco a molti ma molto ai pochi liberali italiani, ovvero la questione Radicale, ovvero del Partito Radicale, come i più si ostinano a chiamarlo anche dopo le ventennale balcanizzazione in un pulviscolo di sigle e “sportelli” tematici (si va dai Radicali esperantisti ai Radicali animalisti passando per le femministe, secondo il vecchio principio – mai applicato con tanta esattezza – dell’una testa, una carica grazie al quale la percentuale di dirigenti Radicali in rapporto agli iscritti non ha niente da invidiare al rapporto dirigenti/operativi delle peggiori municipalizzate romane).

Dalla sua rubrica de Il Foglio, l’insider Massimo Bordin fa notare opportunamente che all’interno dei Radicali si sono formati due archetipi di reazione alla candidatura del compagno Giachetti, entrambi favorevoli, si badi: un fronte di sbandieratori entusiasti riconducibile agli ideologi dell’amnistia, seguaci di Marco Pannella, Papa Francesco e qualcuno perfino di Raffaele Sollecito, che negli ultimi sei anni hanno fatto coincidere mezzi e fini del partito con la causa dell’amnistia per la Repubblica invocandola quale misura strutturale per la risoluzione del problema Giustizia, e un fronte sicuramente distinto di Radicali che subordinano il loro sostegno attivo a Giachetti alla condivisione di politiche e prospettive sull’oggetto del contendere, ovvero l’amministrazione del comune di Roma.

L’analisi del Direttore è accurata, ma a mio parere deraglia nel colorare politicamente le due fazioni e nel ridurre la questione ad una atavica contrapposizione tra Radicali “di destra” e Radicali “di sinistra” dove, nella fattispecie, a destra si collocherebbe Pannella e a sinistra, per esclusione e per una circostanza di collaborazione con Civati, tutti gli altri. Verrebbe da dire che l’amnistia non ci risulta essere un cavallo di battaglia delle destre di alcun paese, ma non si tratta solo di questo.

Forse per benevolenza, Bordin sembra applicare al caso una chiave di lettura fin troppo ideale rispetto alla realtà di quel che si verifica in Torre Argentina. Non che non sia mai esistito il tempo della dialettica tra Radicali di destra e Radicali di sinistra, basti pensare al ciclo capezzoniano e all’esodo dei liberisti nelle file berlusconiane, ma quella stagione si è esaurita da quasi dieci anni lasciandosi dietro ben poco.

Da anni i Radicali sono pressoché assenti dalla politica nazionale proprio sui temi “di destra” a loro più propri, cioè quelli economici come riduzione della spesa pubblica e della pressione fiscale, liberalizzazioni e privatizzazioni. Temi che, insieme alle posizioni in politica estera e alla distanza dal pacifismo, li tengono storicamente ben distinti e respinti dalle diverse sinistre, che non mancano al contrario di riconoscerli come il fronte inossidabile dei diritti civili.

Temi “di destra” che abbiamo ritrovato invece nel biennio da consigliere capitolino di Riccardo Magi, attuale segretario di Radicali Italiani, che più di una volta ha opposto allo sfascio della gestione pubblica della città soluzioni nette di taglio della spesa e di affidamento a privati, come nella battaglia su Farmacap e le dichiarazioni su Atac.

Non pare insomma che le categorie di destra e sinistra aiutino a comprendere la scissione, se di scissione si tratta. Più che una prospettiva politologica può aiutare quella cronologica: il fronte amnistia vede in Giachetti la rivalsa del progetto naufragato delle liste Amnistia Giustizia e Libertà del 2012-13, un progetto contorto che puntava a raccogliere su base prima europea e poi locale i sovrastimati consensi per la campagna nazionale sull’Amnistia, in opposizione a quanto deliberato nell’ultimo congresso di Radicali Italiani, ovvero il rilancio del federalismo e della sovranità locale su base comunale come antidoto all’ingrossarsi dei livelli istituzionali intermedi.

Apparentemente non c’è alcun motivo ideale per cui queste anime debbano procedere disgiunte o addirittura opposte, c’è invece più di un motivo fattuale tra i quali, senza scendere nel pettegolezzo, si può citare il mancato appoggio di Marco Pannella alla candidatura di Marino, e di conseguenza di Magi nella lista civica a supporto, proprio per lo smacco subìto nel non avere potuto presentare la lista AGL alle comunali romane del 2013. Il tutto si esplicitò in curiosi endorsement via Radio Radicale per il candidato sindaco del Movimento 5 Stelle, e la sintesi non è mai avvenuta in un rimpallo di rimproveri espliciti e rancori taciuti nei comitati, nei congressi e nei corridoi.

Altra punta dell’iceberg sono i più recenti strali di Pannella contro Emma Bonino, rea di frequentare salotti, di aver accettato incarichi istituzionali e di essere diventata una costola del PD, cosa che curiosamente non costituisce invece capo di accusa ai danni del compagno Giachetti.

Di tutto questo, del casino da ricomporre a Torre Argentina tra crisi di nervi, conti in rosso, licenziamenti e tentativi di riprendere il filo della politica attuale senza spezzare il cordone della storia del partito, il compagno Giachetti non si è comprensibilmente occupato pur rinnovando di anno in anno la tessera. Non potrà non occuparsene ora, conteso tra i “padri” del partito con cui condivide le lodevoli ispezioni nei penitenziari e l’opportunità, che spero diventi necessità, di consolidare la sua candidatura sul piano della concretezza e della discontinuità dal PD di Mafia Capitale facendo propria l’agenda di Magi.

Più che tra destra e sinistra, con buona pace di Bordin, la scelta pare attenere all’esistenziale, ai molti modi in cui si può essere un Radicale nel 2016: il modo citazionista, da tessera e cartolina, quello di cui tutti stimano la grande tradizione politica, o il modo futurista, da trincea, quello da cui molti hanno qualcosa da temere.

Una scelta, oppure una sintesi.

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