un blog canaglia

Ghost story

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ll giorno dell’incidente andai a Manchester a sentire gli Stone Roses. La mattina, sul treno, ero di umore eccellente: era bello, per un giorno, viaggiare con l’unico obiettivo del divertimento: niente a cui pensare, a parte la scaletta del concerto. Nel programma della giornata era inclusa anche una piacevole rimpatriata familiare: avrei dovuto mangiare e dormire a casa della zia. Zia Margareth è colta e spiritosa, e passare il tempo con lei era molto piacevole.

Quando arrivammo a casa, Margie aveva già preparato la tavola ed era pronta a servire un ottimo pranzo; notai che a lei condiva l’insalata con un’abbondante spolverata di pepe, esattamente come faceva mia nonna. Questo dettaglio insignificante mi fece pensare che la zia, invecchiando, aveva finito per assomigliare moltissimo alla nonna. Mangiammo con calma agnello con contorno di verdure bollite chiacchierando del più e del meno: attualità, lavoro, remote vicende familiari.

Dopo pranzo, la zia mostrò la casa, piccola ma arredata con gusto. Sul comò si trovava un ritratto incorniciato di qualcuno o qualcosa: attirò la mia attenzione, ma ero timido e riservato, per cui non feci domande. Poco dopo, sedevamo nel salotto zeppo di oggetti, tappeti, quadri e di piante incredibilmente rigogliose sorseggiando un altro espresso. Tra una chiacchiera e l’altra, venne fuori che, in una certa fase della sua vita, Margie si era interessata al paranormale. C’era questo questo tizio che organizzava delle sedute spiritiche, in cui, diciamo, si faceva… viva una ragazzina morta all’inizio dell’Ottocento per un banale raffreddore. A proposito, allora credevo alla penicillina, alle biotecnologie e alla microelettronica, non agli spiriti, a meno che con “spirito” non si intenda quello che si libera dalla fermentazione dell’uva o del grano. Eppure la piega che stava prendendo il discorso non mi piaceva, avevo la pelle d’oca e gli occhi mi si stavano irritando come se fossi sul punto di piangere.

Fu allora che la zia mi chiese se avessi visto la foto di Elizabeth, in camera sua. Così, a quanto pareva, si chiamava il fantasma amico della zia. “Dai che ti mostro la foto di Beth”, disse Margie. A malincuore, mi alzai e la seguii in camera, dove ebbi modo di guardare meglio la foto incorniciata sul comò: una macchia di Rorschach virata al seppia, dalla quale, con un po’ di fortuna, si poteva discernere l’immagine di una ragazzina in un abito bianco di foggia antica. Sforzandomi di non suonare sarcastico, le domandai che razza di fantasma fosse questo, che si metteva in posa per farsi fotografare da esseri viventi. Margie rispose evasivamente, sostenendo che, per ottenere quel tipo di immagini, “si usa una tecnica speciale”. Come il fotomontaggio, pensai. Pur nella consapevolezza che potesse benissimo trattarsi di un trucco, non potevo fare a meno di farmela sotto dalla strizza. Il fatto che me ne vergognassi non aveva effetto sul mio sfintere.

Ripensandoci, ora, l’intera faccenda mi fa ridere. Qui, per esempio, non sono riuscito a trovare ancora nessuno in grado di rispondere a questa domanda: per quale ragione solo alcuni di quelli che sono passati da questa parte potrebbero mettersi in contatto con i viventi? L’equità sarebbe dunque bandita anche dall’oltretomba, visto che alcuni possono farsi vedere da vivi e comunicare con loro, mentre per altri non se ne parla neanche? Per dirla tutta, qui non ho ancora visto nessuno, figuriamoci se sono riuscito ad intavolare una conversazione filosofica… Si può ben dire che qui sia un mortorio e che non ci sia un’anima – vorrete scusare il gioco di parole, ma anche “prima” ero un ragazzo spiritoso. Io sono qui da qualche secondo, un paio di anni secondo il vostro calendario, e tutto quello che sono riuscito a fare è stato soffiare sui capelli della mia ragazza e farle cadere ripetutamente una ciocca di capelli sul viso mentre era indaffarata a fare le valigie – avete presente, come in quel film italiano degli anni Settanta. Per cui, se qualcuno vi racconta che c’è un modo per mettersi in contatto con noi,  e magari vi mostra pure delle “prove”, datemi retta, girate i tacchi e andatevene al cinema.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

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