un blog canaglia

Ghiaccio (tre)

in scrivere/società by

Avevamo lasciato ghiaccio qui

Ho fatto, tipo, sesso con uno sconosciuto

Ciao Yumi, voglio raccontarti una cosa troppo assurda che mi è capitata ieri: ho vissuto anche io una piccola avventura sessuale un po’ lurida. Pensare che la mattina era cominciata male, la macchina con la batteria a terra, diciassette fermate di metro con il caldo infernale, lo sguardo di tutti gli uomini addosso. Sono scesa ad Asakusa, e mentre sono sull’ultimo gradino della rampa arriva una mail; mi fermo un attimo per rispondere. Non appena alzo nuovamente lo sguardo, vedo un super-figo. Nel casino di tutta quella gente che schizza da tutte le parti, lui è lì, fermo a pochi metri da me. E’ bello, certo, bellissimo, e anche ben vestito. Ma la cosa strana è un’altra. E come se emanasse una… cosa, una vibrazione, un’energia, qualcosa insomma. Proprio come mi aveva detto quella tipa che mi ha fatto le carte. Diceva che avrei incontrato un uomo “pieno di magnetismo”, che mi avrebbe sedotto senza dover nemmeno dire una parola. Come in trance, mi avvicino allo sconosciuto a passetti minuscoli, sentivo un gran caldo e il cuore ha saltato un battito, sembravo una liceale alla sua prima cotta… Che patetica cretina! Gli ho sorriso, lui mi ha considerato con curiosità, come se non capisse che, contro ogni buonsenso, era mia intenzione rimorchiarlo in pieno giorno, in un quartiere affollato. Ci mettiamo a camminare l’uno accanto all’altra, lui sincronizza il passo con il mio, ogni tot mi volto furtivamente verso di lui, che però continua a guardare dritto davanti a sé. Entriamo in un caffé. Visto che non parla, ma continua a guardare un po’ me e un po’ le persone agli altri tavoli, ordino anche per lui. “Dunque, eccoci qui”, faccio; per tutta risposta, l’uomo guarda fuori dalla vetrina del locale. “Non parli la mia lingua? … In effetti, non sembri uno di queste parti … o forse sei muto?” Lo sconosciuto ogni tanto mi guarda con una specie di fredda dolcezza nello sguardo: mi sento come se qualcuno mi stesse aprendo la pancia con un bisturi e per sfilarmi le viscere da dentro. Il tipo guarda con curiosità la cameriera rotondetta che ci ha portato gli espressi. Decido di portarmelo via, ho voglia di stare con lui da sola. E’ pazzesco, vero? Anche io, adesso, sono stupita quanto te, ma lì per lì il desiderio è più forte di ogni altra cosa, non mi vergogno per niente quanto trascino fuori dal locale questo sconosciuto tenendolo per mano e lo porto nella casa in cui io ed Andreas andremo a vivere dopo il matrimonio: una follia. Entro dentro, mi sfilo le scarpe, e poi, mentre cammino verso il salotto, anche il resto. Il tipo rimane un po’ interdetto. Poi cerca di imitarmi, si allenta con grande fatica le stringhe delle scarpe, e ne fa volare una sul tavolo nel tentativo di sfilarsela con un calcio in aria. Mi fa tenerezza, lo abbraccio e lo porto con me sul pavimento, dove la cosa comincia a succedere. Mi piace, se non fosse per l’espressione imbarazzata del mio amante, il sesso sarebbe anche perfetto. Mentre ci diamo dentro, suona il cellulare: uno, due, mille squilli, deve essere importante, cazzo! Lo lascio lì, promettendo a gesti che tornerò da lui prestissimo, ma non succede. Al telefono è Andreas, che mi attacca un pippone dicendomi che ha chiamato per l’ennesima volta, e che, no, il letto matrimoniale non verrà mai consegnato in tempo… Cerco di dissuaderlo da continuare ad infarcirmi le orecchie con tutte quelle informazioni (come sai, a volte, può essere incredibilmente prolisso!): forse è che sono rimasta a metà, forse è il senso di colpa che parla per me, ma quasi lo mando affanculo. Mi pento subito del mio tono, e con le spalle all’uomo, cerco ora di tranquillizzare Andreas, che nel frattempo si è incazzato lui. Quando smetto finalmente di telefonare, il tizio non c’è più. Mi metto al volo un accappatoio ed esco fuori. Lui è uscito, sta in piedi sul marciapiede, completamente vestito, a parte le scarpe, che tiene in mano. In effetti è lì a piedi nudi che guarda un passerotto zompettare nel giardino del dirimpettaio. Passa un autobus a due piani. A quel punto, il tizio si mette in marcia. Gli strillo un paio di volte un “Ehi!”, che poi è il massimo che posso fare, dato che non so nemmeno come si chiama. Poi ce lo mando. Rientro sbattendo forte la porta di casa. Rabbia frustrazione senso di colpa mi arrivano addosso come il coperchio di un tombino. Mi lascio cadere sulla moquette, la schiena contro un muro. Vorrei piangere, ma in qualche modo il pensiero del viso di quel tipo che mi stavo facendo pochi minuti fa me lo impedisce.

(FIORI DI SANGUE) Impiegato dell’anno, drogato dalla parola e dai suoni. E’ insicuro, non necessariamente gentile. Da quando scrive su Libernazione, si è convinto di essere Adam Clayton degli U2. Sperabilmente invecchierà e morirà felice.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Latest from scrivere

Zelig in evidenza

You realise che stai arrivando a Craco quando d’un tratto lo sconfinato
Go to Top