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L’inutile geografia della morale

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Una fregnaccia è una fregnaccia, sia che la urli sboccato dal palco di Pontida, sia che la scrivi avvolto in pashmine e lirismo sul tuo occhiello di Repubblica. La contrapposizione tra una Milano migliore e una Roma ladrona o peggiore è finzione neanche troppo letteraria, anzi letterariamente più che superata da quando Sciascia se ne uscì con la suggestiva metafora della linea della palma.

L’ascesa geografica delle mafie, certo, è una di quelle cose che i milanesi possono piangere incolpevoli, se ne sentissero il bisogno. Il clan tutt’altro che trasparente di Comunione e Liberazione, invece, è cosa tutta loro, che proprio nell’ambiente “protestante” e nella autoproclamata superiorità morale affonda salde radici, nulla avendo da invidiare al “curialismo” capitolino.

A pesare gli scandali, le malefatte, le rapine pubbliche e private si perde la testa e anche un po’ il tempo. A innalzare vessilli di una sedicente Italia migliore, spesso, ci si perde anche la faccia. Il fatto è che non esiste alcuna capitale morale, nè alcuna moralità acquisita per nascita, o genìa. Esistono solo gli individui, le loro azioni e la consapevolezza che ne hanno.

Poi, i neri hanno la musica nel sangue, Venezia è bella ma non ci vivrei, Parigi è molto romantica ma i parigini sono stronzi. Ma questa è roba da barzellettieri, di cui Milano – peraltro – può vantare copiosissimo campionario.

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